Cultura

Arte digitale: un bel futuro per la cultura

Articolo pubblicato il 14 maggio 2018
Articolo pubblicato il 14 maggio 2018

Arte digitale: di cosa si tratta? È un concetto oscuro, confuso. 

Eppure, di tutta la storia dell'arte, è senza dubbio quello che più si avvicina ai nostri usi quotidiani. E, ne siamo certi, conquisterà presto le nostre istituzioni culturali. 

È stato durante un corso di storia dell'arte che ho sentito parlare per la prima volta di arte digitale. E mi è subito venuto in mente un gruppo di artisti esoterici e sicuramente geek. Non mi ero mai imbattuto in niente del genere durante le mie numerose visite ai musei ed ero giunto alla conclusione che doveva trattarsi di uno di quei movimenti effimeri tra i tanti apparsi tra gli anni '40 ed '80, appannaggio di qualche illuminato obsoleto. Non conoscevo ancora la differenza tra «le» arti digitali, né ero al corrente della presenza delle collezioni presenti all'interno delle grandi istituzioni culturali internazionali moderne. 

David Hockney, lo zucchero filato e un iPad

Mentre spulcio nelle riviste di programmazione artistica, noto che tre delle più grandi sedi culturali di Parigi ospitano opere d'arte digitali. Il Palais de Tokyo, ha attribuito carta bianca alla famosa artista francese Camille Henrot, la Fondation Louis Vuitton ha dedicato i suoi ultimi piani ad alcuni rappresentanti contemporanei dell'arte digitale, come il video maker americano Ian Cheng, e infine il Centre Pompidou, per l'esposizione sul pittore inglese David Hockney, ha progettato la creazione di un'opera interamente realizzata su iPad.

Cos'hanno in comune questi tre artisti? L'utilizzo dei video. Smanioso di trarre le conclusioni,  butto lì scherzosamente a Clément Thibault, il mio professore di arti digitali, qualcosa tipo: "Non capisco perché, nel mondo dei teorici dell'arte, si deve per forza complicare tutto, perché non chiamarla videoarte invece di confondere le idee con la nozione di arte digitale?"Senza scomporsi, il professore mi consiglia caldamente di approfondire un evento in particolare per farmi un'"idea più precisa" di quello che sono le arti digitali: la Biennale Némo.

Con qualche click su Internet scopro che si tratta della biennale internazionale delle arti digitali. Per la sua seconda edizione, hanno fatto le cose in grande: 6 mesi di eventi dal 4 ottobre 2017 al 18 marzo 2018, e 130 appuntamenti in una cinquantina di posti diversi nella regione parigina. Un po' confuso di fronte a tanta abbondanza, opto istintivamente per un evento più classico, in un luogo a me già familiare: un'esposizione al Centquatre, nel 19esimo distretto di Parigi, intitolato Les faits du hasard (Le conseguenze del caso, ndt).

Il cielo è nuvoloso e la voglia comincia a vacillare. Ma presto, l'ambiente mi scuote dalla mia indolenza. Dopo aver attraversato la grande hall dell'edificio dove si mescolano danza, canto e arte circense in una specie di folle cerchio, arrivo sul luogo dell'esposizione. Per un minuto abbondante penso di aver sbagliato strada. Perché mi trovo davanti una specie macchina per lo zucchero filato che getta nell'aria lunghi fili commestibili. Poco più lontano, delle persone corrono su una piattaforma per farla oscillare come un'altalena. Do un'occhiata al programma: la descrizione dell'evento è piuttosto sobria, classica, adatta ad una mostra di arte contemporanea. Ma l'atmosfera mi dà l'impressione di essere finito in un parco divertimenti. "Mi scusi, ma questa è l'esposizione Les faits du hazard?" chiedo a un padre di famiglia. "È proprio questa, giovanotto!".

 

È proprio questa, quindi. Ma non capita spesso di vedere gli spettatori partecipare così attivamente ad un'esposizione d'arte: questo genere di situazione mi ha sempre abituato ad un silenzio contemplativo. Dato che le sorprese non finiscono mai, scopro ora un'esibizione di coreografia luminosa la cui programmazione è aleatoria, ora un'installazione di aste metalliche collegate a un prato del Minnesota che simula l'ondeggiamento spontaneo del vento.

Ancora più impressionante è l’aquaphoneia degli artisti multidisciplinari Michael Montanaro e Navid Navab, che permette di trasformare, con una serie di operazioni, le onde sonore della voce in materia liquida e poi in aria. Basta sussurrare una frase all'interno di un corno e restare ad osservare il percorso alchemico autonomo, che passa dalla liquefazione alla vaporizzazione. Anche qui le persone si divertono, partecipano, cercano di comprendere i meccanismi dell'opera consultandosi tra di loro o chiedendolo al proprio smartphone

L'arte digitale quindi non è certo riducibile al formato video. Il mio professore aveva reso chiaro il concetto. Ma allora, come definirla? Difficile trarre le conclusioni dalla mia visita al Centquatre. Troppo eterogenea, troppo diversa. 

Un vero dada

Affascinato dalla mia recente esperienza, decido di consultare ancora il mio professore per saperne di più. Mi spiega che, se la prima biennale internazionale di arte numerica è stata inaugurata nel 2015, l'origine dell'arte digitale risale ad oltre un secolo fa.

Agli esordi del movimento troviamo le opere dadaiste di un Man Ray o di un Marcel Duchamp, che hanno creato dei sistemi estetici che combinano diversi mezzi (collage, disegno, pittura, ready-made...) lasciando spazio all'imprevisto - e l'esposizione al Centquatre non si chiamava infatti proprio Les faits du hasard? All'esigenza classica di una totale familiarità con i materiali deve seguire l'idea di un margine di "libertà" per l’opera stessa. L'arte digitale ha sicuramente ereditato dal movimento dada l'idea di comporre l'opera con il caso, e non contro di lui, e di farne un fonte di creatività piuttosto che un problema.

Quando, una settimana dopo, chiedo a Clément Thibault una data simbolica dell'inizio dell'arte digitale, la sua risposta è vaga: "Possiamo considerare gli scienziati e artisti che si sono interessati alla cibernetica, sulle orme di Norbert Wiener tra la fine degli anni 40 e l'inizio degli anni 50, come i primi 'artisti digitali'"Nicolas SchöfferWilliam Grey Walter…benché le loro opere fossero analogiche. L'arte digitale, nell'ambito visivo, è nata senza nome, figlia di ingegneri come Ben LaposkyFrieder Nake o i Bells Labs

È solo negli anni 60, con lo sviluppo degli Experiments in Art and Technology, che queste innovazioni escono dalla sfera dell'ingegneria pura per entrare nel mondo dell'arte con opere che uniscono spettacolo, musica e installazione. Un ingresso rivoluzionario, dato che ciò che caratterizzerà le arti digitali sarà proprio una volontà di profonda rottura con i circuiti artistici tradizionali. "La tecnologia e l'arte contemporanea si sono a lungo voltate le spalle, si sono formati due circuiti di legittimità paralleli", continua Clément Thibault.

Rottura grazie alla creazione di opere multimediali, innanzitutto, e rottura nella concezione classica di artista. Molto lontano dall'idea del genio solitario alla Da Vinci, l'artista digitale lavora molto spesso con squadre di programmatori e ingegneri. Terzo elemento di rottura: l'interattività è spesso parte integrante della realizzazione dell'opera. In effetti, cosa sarebbe la struttura altalenante nella hall di Centquatre senza la gente che gioca con il suo equilibrio?

Numerose opere digitali si basano sull'idea di partecipazione, di una creazione le cui potenzialità si esprimono pienamente solo attraverso l'intervento del pubblico. Questo aspetto è talmente diffuso che quando interrogo Clément sulle caratteristiche formali delle arti digitali, mi risponde prontamente: "Ciò che distingue il medium digitale dagli altri (pittura, disegno, scultura,...) è di essere reattivo, di sapersi adattare al contesto e al pubblico".

Un'arte Facebook, Instagram e persino Periscope

Dal 1991, grazie alla rete, tutti hanno diritto di parola. Tutti hanno accesso alla cultura, al know-how. All'epoca, una delle maggiori convinzioni dell'arte digitale era che la nuova arte dovesse oltrepassare i circuiti troppo esclusivi e reazionari delle istituzioni culturali tradizionali. Per questo internet è diventato presto un supporto artistico, uno strumento creativo, ma anche uno spazio di esposizione e diffusione. 

Il confine tra pubblico e artista non è mai stato così labile. L'arte digitale utilizza la maggior parte delle volte medium e strumenti conosciuti da tutti. "Il digitale oggi è onnipresente, è del tutto normale che gli artisti ne facciano sempre più uso e che il pubblico ne sia contagiato, sottolinea Clément Thibault. Così è nata un'arte Instagram, un'arte Facebook, e persino un'arte Periscope. Questo "videogioco", in piena espansione, ispira molti artisti sia grazie all'ecosistema dei sui universi fittizi che per le sue tecniche di fruizione. La realtà virtuale rappresenta oggi, quindi, una vera e propria miniera d'oro per gli esploratori dell'arte digitale, ed è molto probabile che tra qualche anno quasi tutti i nostri musei proporranno dei CAVE (Cave Automatic Virtual Environment), ovvero sale interamente dedicate alla simulazione virtuale. 

Questa vicinanza con il pubblico si svolge su piani diversi nell'arte digitale, e spesso fa di un'occasione culturale un'esperienza che stimola udito, tatto e, naturalmente, vista. Queste caratteristiche si contrappongono nettamente all'offerta culturale tradizionale dell'arte contemporanea. Ma sono anche i motivi dello scarso riconoscimento di questo tipo d'arte da parte delle istituzioni, delle gallerie e dei collezionisti. L'arte digitale fatica ad affermarsi in questo ambiente perché pone dei notevoli problemi di mantenimento (gli aggiornamenti dei dispositivi sono spesso complicati e costosi), e di riproducibilità, visto che una grossa fetta delle opere è in origine un programma informatico codificato. Da parte loro, gli artisti hanno da tempo rifiutato i tradizionali imperativi istituzionali, ed in particolare quello dell'"esclusività" - un concetto che va completamente contro il principio fondamentale dell'web 2.0, che risponde invece ad una logica di condivisione e comunità.

Una conquista progressiva

Il mio professore mi avrebbe dunque consigliato la Biennale Némo come estrema eccezione internazionale? Tutt'altro. Dall'inizio del XXI secolo, l'arte digitale affascina numerose istituzioni rinomate in tutta Europa, tra cui il Victoria and Albert Museum di Londra, in MEIAC in Spagna o l’iMAL a Bruxelles. I festival proliferano: la Biennale Némo, appunto, ma anche Elektra a Montréal, Cinématics a Bruxelles oppure Transmédiale a Berlino. Nel 2012 un totale di oltre 437 festival nel mondo sono stati recensiti nella guida dei festival di arte digitale. 

Un altro segno del suo progressivo riconoscimento istituzionale? In Francia il budget riservato a questi progetti ha visto un aumento considerevole dal 2006 al 2011, passando da 75 000 euro nel 2006 a 226 000 euro nel 2011. Le accademie d'arte di Cambre, Bruxelles, Namur e Tournai offrono persino dei corsi specifici per apprendere questa disciplina. Ma se il ruolo dell'artista digitale è oggi riconosciuto in paesi come la Francia, il numero dei rappresentanti di questo movimento resta comunque estremamente basso rispetto agli altri settori artistici: approssimativamente 70 nel 2013, per 9 058 pittori riconosciuti dal Ministero della Cultura francese nel 2005.  

Ma è ormai chiaro che l'arte digitale, di anno in anno, guadagna legittimità e si inflitra nell'arte contemporanea. "Oggi tutti gli artisti utilizzano dei mezzi digitali ad un certo punto del loro processo creativo, se non per le loro ricerche. Si è molto parlato delle opere su iPad di David Hockney recentemente. Le cose ormai sono talmente ibride che bisogna chiedersi se esiste un'arte digitale distinta dall'arte contemporanea. Certi critici preferiscono parlare di "coefficiente digitale dell’arte", spiega Clément Thibault.

Ispirandosi ai nostri usi quotidiani, l'arte digitale riesce in parte a spezzare il carattere a volte snob delle istituzioni tradizionali. Democratizzazione dell'arte? Forse. L'idea di combinare le tecnologie della nostra quotidianità e l'interattività tende a creare nello spettatore un'esperienza culturale più variegata, più pedagogica, più coinvolgente. Dopotutto, bisogna ammettere che c'è qualcosa di entusiasmante nell'immaginare l'arte del futuro come un'immensa macchina per lo zucchero filato. O no? 

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