Cultura

Armadillo: documentario o docu-mentitore?

Articolo pubblicato il 17 maggio 2010
Articolo pubblicato il 17 maggio 2010
Armadillo è il nome di un campo alleato situato lungo la linea del fronte a sud dell’Afghanistan. Il regista danese Janus Metz vi ha passato tre mesi e mezzo per realizzare il documentario proiettato in anteprima alla Settimana della Critica del Festival di Cannes, ma per Marie Charlier, blogger per Cannes Critique – il blog partner di cafebabel.
com – la frontiera tra finzione e realtà è tenue… e la violenza cinica dei combattenti appena credibile.

La guerra è una questione di punti di vista. Quindi Janus Metz ha posto le sue telecamere in Afghanistan, presso un reggimento danese, per mostrarne la realtà. Ma questo film pone un dubbio: si tratta di un vero o di un finto documentario? I «finti documentari» («mockumentary» in inglese, da «mock», beffa; «documenteur» in francese, da «menteur», bugiardo) sono fiction realizzate a partire dal principio che la telecamera abbia un ruolo nel racconto, che essa accompagni dei reporter come avviene in REC, oppure delle situazioni di fantasia, come in Cloverfield. Qualcuno si è quindi convinto che, più che una moda, stesse nascendo un nuovo genere. Sebbene l’immagine sia molto bella, e buona la padronanza della telecamera a spalla, si trovano i segni del documentario nelle scene di combattimento, dove le immagini vengono riprese dai caschi dei soldati. Nonostante la scelta di un occhio obiettivo sulla situazione – la telecamera – e la volontà di nascondere questa agli occhi della sezione, il regista crea emozioni più forti quando ricorre alla drammatizzazione, grazie alla musica e alle testimonianze degli uomini. Al contrario, alcune interviste si orientano verso il documentario. La linea di confine resta quindi indefinibile.

Ma la guerra rende indefinibili le persone. Scriviamo e pensiamo talvolta che le armi servano per l’uguaglianza, quando questa truppa vede i talebani come delle bestie, non più esseri umani, da cui bisogna salvarsi, salvare l’Umanità dai suoi demoni. Ma come abbattere a sangue freddo persone che ci assomigliano? I paradossi si susseguono, è l’Umanità in guerra. Conservare i sentimenti e la riconoscenza per i civili nuoce alla propria salvaguardia. Vietato avere pietà, essere tristi per l’altro. Ricompensiamo i civili e scordiamoceli, aiutiamoli apparentemente, ma accettiamo la loro morte. Ma questi uomini, forse feriti, si impegnano prima e si rallegrano poi dei loro atti orribili. Atti presentati in un paesaggio splendente: complessità dell’uomo, che per salvarsi ferisce il Mondo.

In ogni caso, la situazione svilisce questo popolo armato, garante della sicurezza. Gli uomini diventano ingiustificabili, tanto nelle loro opinioni che nei comportamenti. La mascolinità si fa caricatura: diventano affamati di pornografia e di giochi di guerra sul PC. Una granata lanciata non si ritrova nella realtà? Un’ultima nota a conclusione del destino di ogni soldato: ripartiranno. È ancora il film che parla.

Critica pubblicata originariamente sul blog Cannes Critique, realizzata da 24 lieceali francesi e tedeschi appassionati di cinema, selezionati ed invitati dall’Ufficio franco-tedesco per la gioventù (OFAJ- Office Franco-Allemand pour la Jeunesse).

Foto: ©Lars Skree; per gentile concessione della Settimana della critica.