Cultura

Architettura rom: improvvisazione musicale

Articolo pubblicato il 02 febbraio 2009
Articolo pubblicato il 02 febbraio 2009
In viaggio in Romania in treno. La nostra meta: Buzescu, paesino con una forte percentuale di popolazione rom. Qui hanno costruito liberamente, senza permesso e senza un progetto. Solo kitsch e improvvisazione?

Superata Alexandria, in direzione Buzescu, casupole di campagna si stringono a destra e a sinistra sulla strada principale. Davanti a esse degli orticelli. Un normalissimo paesino rumeno. Di colpo, dietro la chiesa, alla vivace luce del sole, tetti alti, di un bianco accecante, con torri di lamiera e stagno. La stella della Mercedes sul tetto, pagode su pagode, tetti argentati, sulle estremità un mix esagerato di stili.

«Insignificante e senza stile!»

Nel piccolo paese rumeno si trova la sorgente dei così detti palazzi rom, in stile pagoda. Il trio di artisti-architetti Mariana Celac, Iosif Király e Marius Marcu-Lapadat sono stati i primi non-rom a far conoscere il fenomeno nel 2001 con il pluriennale progetto fotografico Tinseltown. Buzescu, 100 chilometri a sudovest di Bucarest, ne è l’esempio più famoso in Romania. «Lì si trovano una molteplicità di qualità, che sono andate perdute nell'architettura attuale», così dice la Celac, qualificata urbanista e critica del regime di Ceusescu. Fuori corre un paesaggio straniero, pastori, paeselli e tanti cani che abbaiano. Alcuni compagni di viaggio rumeni ci avvertono: «Andate dagli zingari?», «Palazzi?!, Dimenticatelo, kitsch insignificante e senza stile!». Suona utopico in una metropoli tedesca, ordinata, con una struttura precisa. Si tratta di un’architettura innovativa? Forse, di una caratteristica identitaria della cultura rom? Ci si accorge di qualcosa, si cerca qualcosa che urti contro i confini sociali.

I signori della costruzione

Marmo rosa marzapane, piastrelle nero liquirizia, calcestruzzo, metalli nobili, deliziose colonne, ferri di cavallo enormi, il simbolo dei dollari come lampada da soffitto: sono un corpo estraneo al centro di questo paesino. Forme mai viste si affollano ai due lati della strada; al centro delle pareti della casa si ergono capitelli variopinti quasi senza colonne. Ma la moda svanisce presto: schiacciate contro i finestrini dell’autobus, si riflettono ora a specchio le facciate degli antichi tetti delle pagode. La strada principale del paese ricorda una passerella. Tutto è sempre in movimento, anche le automobili che viaggiano vicino a noi. Uomini che lavorano tra mucchi di sabbia, betoniere, e impalcature improvvisate. Ogni possessore di un palazzo e anche il suo costruttore. Gli spunti estetici per i palazzi, sino al più piccolo particolare, provengono dagli edifici amministrativi della città vicina, Alexandria: le statue in gesso, che si ritrovano anche nell’enorme palazzo del dittatore, la "casa del popolo", della capitale Bucarest. Chiediamo a un abitante del paesino, che siede davanti alla porta, se la sua casa potrebbe essere chiamata opera d’arte. Ci pensa, ride e annuisce. «La lingua della forma dei palazzi è piena di fantasia, insistente e sincera: questa è arte!», lo pensa anche Marian Celac.

Architettura è improvvisazione

Un uomo con il cappello di paglia ci invita nel suo palazzo. Vive già da molto tempo a Buzescu. Come la maggior parte, anch’egli è un “Kalderash”(da căldăraşi, “creatori di manufatti in rame"), e oggi mercanteggia oggetti in stagno. Guardo con stupore l’affresco di un paesaggio toscano alle pareti, fiori di plastica perfetti, vasi d'oro e pelli di tigre come tappeto. Tutto è ordinato simmetricamente. Mariana Celac riconosce in questa simmetria un importante principio di composizione. All'interno come all'esterno della facciata e all'entrata delle scale, le costruzioni sono molto diverse: l'asse centrale viene accentuato. «Costruiscono come gli piace. Ciò è più efficace e più “impressionante” di quanto possa esserlo una regola, le autorità o la società». Il padrone di casa racconta orgoglioso della crescita dei suoi otto bambini: i loro nomi fanno da corona al tetto della casa. Forse, questo tipo di costruzione ha un potenziale: con esso uomo e casa sono in stretto rapporto. Potrebbe diventare una parte dell’identità dei rom? Iosif Kiraly, fotografo del progetto Tinseltown, parla con cautela di un “momento storico“. «Penso che ci troviamo ad un punto in cui una minoranza definisce da nuovo un'identità».

L’architettura dei palazzi, sarebbe un mezzo per mostrare questa identità. «È già singolare che i terreni più costosi e le costruzioni stanno sulla strada principale. Queste case servono solo alla rappresentazione». Un’architettura rappresentativa, quindi. In pratica come quella del palazzo di Ceusescu o quella degli edifici delle banche dell’Europa dell’est. Tra i rom, ci sono pareri contrastanti sulla questione dell’identità. I palazzi sarebbero «ancora una volta uno stereotipo della società bianca sugli zingari», così dice un’importante antropologa rom. Si tratta di un fenomeno marginale, che non avrebbe nulla a che fare con la vera identità e la forte povertà dei rom. Ma Celac vede nelle costruzioni di Buzescu la nascita di un movimento architettonico innovativo: «Il loro stile è come un’improvvisazione musicale. Si perde la libertà, quando si cerca di vederci regole e istituzioni».  Intanto, esiste uno studio di architettura gadje (che significa non-rom), che imita questo stile-collage. La domanda resta: si può imitarlo in modo autentico? Caratteristiche delle costruzioni rom sono infatti il cambiamento permanente, l’immobilità degli immobili.