Cultura

Al campus estivo di Cluny «l'Europa è open space»

Articolo pubblicato il 09 agosto 2010
Articolo pubblicato il 09 agosto 2010
10 giorni di dibattiti e di appassionate polemiche su come dovrebbe essere l’Europa del 2030, e tutto ciò in piena estate. E poi che c’è chi dice che i giovani non si interessano alle istituzioni europee!
Il Campus Europeo di Cluny 2010 ha anticipato il lancio di questi liberi spazi di discussione (open space) come prassi comune per l’Unione Europea e ha permesso a una cinquantina di giovani europei di “unirsi nella diversità”. Ecco le testimonianze incrociate di tre partecipanti.

«Noi giovani europei siamo convinti che l’Europa abbia bisogno per il futuro di una visione chiara e di obiettivi che riflettano i suoi valori, credenze e principi comuni». Questo manifesto, firmato dai circa cinquanta partecipanti al Campus estivo della Convenzione dei giovani cittadini europei di Cluny e che propone alle autorità europee tre grandi obiettivi per l’Europa del 2030, potrà servire come vademecum ai commissari europei nei prossimi dieci anni?

L’Europa sui banchi di scuola

«Sono venuta per migliorare la mia conoscenza del francese», dice Ljubica, 22 anni, una ragazza macedone che studia traduzione e interpretariato in Slovenia. A sentirla, lo scopo della convenzione non ha nulla di utopico. Per lo meno all’inizio: «Non mi aspettavo niente di tutto questo. Sono contenta di aver visto come funziona l’Ue. Mi sono resa conto che la diplomazia gioca un ruolo importante, perché raggiungere il consenso è difficile». Occorreva proprio sacrificare le proprie vacanze per partecipare ad un corso estivo all’università per capirlo? No. Innanzitutto, il verbo sacrificare è esagerato: «Lavoravamo tutto il giorno - racconta Ljubica, - ma la sera restavamo svegli fino a tardi e seguivamo sessioni di teatro, poesia e musica fino alle tre del mattino… e poi, alle sette di mattina del giorno dopo, eravamo di nuovo in pista!». Tutto ciò per 10 giorni, dall’8 al 18 luglio, il tempo sufficiente per organizzare una simulazione di Consiglio europeo, partecipare a degli open space su vari temi, tra cui educazione, sviluppo sostenibile e immigrazione, ma soprattutto per mettersi d’accordo sull’annosa questione del manifesto comune: «È dura arrivare ad un compromesso»,  dice Boriana, una studentessa bulgara, su questo punto. Lezione numero uno: costruire l’Europa dei 27 non è affare da poco.

L’Europa dei compromessi

Uno dei momenti più impegnativi è stata la nomina del presidente-feticcio, ma vero, del Consiglio d'Europa. L’11 luglio veniamo a sapere che «la presidenza ungherese rende nota l’impossibilità per il Consiglio europeo di nominare un presidente». Lezione numero due: se Herman Van Rompuy è stato eletto presidente del Consiglio, è forse perché, mancando l' unanimità, il Consiglio ha dovuto accettare un tiepido compromesso e nominare un negoziatore rimasto finora nell’ombra, piuttosto che un leader carismatico. A Cluny, i giovani europei sono stati meno concilianti. Troppo esigenti? Non ancora abituati a dare con una mano quello che prendono con l’altra? Per Stéphanie, una studentessa spagnola di traduzione e interpretariato che ha partecipato al dibattito, una cosa è sicura: «Sento dire troppo spesso che i giovani non si interessano di questioni politiche ed economiche. Non è assolutamente vero».

Per loro è difficile accettare i compromessi della politica

L’Europa é "open space"

Quando si passano 10 giorni a contatto con una cinquantina di partecipanti, ciascuno con il proprio originalissimo background (più di due terzi dei giovani di Cluny vengono dall’Europa dell’est), ognuno ha modo di esprimersi e di dare il proprio contributo. Boriana, bulgara, Ljubica, macedone, e Stéphanie, spagnola, sembrano però essere d’accordo su un punto: l’arte del compromesso potrà anche essere spossante, ma è indispensabile per mandare avanti la baracca europea. A Cluny, i dibattiti più caldi hanno riguardato «la Turchia, il nucleare, le relazioni con la Russia», secondo Stéphanie. Lo scopo del Campus europeo era quello di tratteggiare “l’Europa del 2030”, e naturalmente sono emerse profonde divergenze: «più del 70% dei partecipanti vengono dai Paesi dell’Europa dell’est - osserva la studentessa spagnola; - sono meno ottimisti, più prudenti. Quando la Spagna è entrata in Europa, gli spagnoli ci credevano davvero. Ma nell'Europa dell’est, i cittadini, memori del fallimento delle politiche nazionali in materia di sanità o di educazione, sono portati ad essere più cauti, prima di dire che "alla fine si trova sempre un compromesso"».

Se Cluny è stato un successo, lo è stato proprio grazie a questi open space. Tutti i grandi argomenti che riguardano la società, e con cui l’Europa dovrà fare i conti nel 2030, sono stati affrontati seguendo le 4 regole d’oro: «Le persone che sono qui sono le persone giuste, ciò che succede è la sola cosa che sarebbe potuta succedere, si comincia quando si comincia, si finisce quando si finisce». Ce n’è abbastanza per trasformare la politica in lotta greco-romana! «L’Europa è open space al 100% - conclude Ljubica, - la bellezza dell’Europa risiede nella sua diversità».

Un modella per la politica europea?

Sì, sì, open space. Non c'é dubbio: le sue 4 regole e la «legge dei due piedi» (ovvero la mobilità) spianano la strada al dibattito e quindi alle soluzioni. Una lezione per i nostri amici burocrati di Bruxelles? Le tre partecipanti non ambiscono a tanto. Sono felici di aver fatto amicizia con ragazzi venuti da tutta Europa e tornano a casa ancora più convinte della loro visione dell'Europa: un immenso open space in grado di «proteggere la diversità culturale e allo stesso tempo rappresentare un processo dinamico di identificazione comune», come dichiara il manifesto di Cluny 2010. Ebbene sì, in mancanza di unanimità, hanno tutti aderito a questo compromesso.

Foto e video: per gentile concessione della "Convention des jeunes citoyens européens"