Cultura

A-WA: una perfetta armonia

Articolo pubblicato il 26 novembre 2015
Articolo pubblicato il 26 novembre 2015

Le sorelle Haim sono abituate a cantare in diverse tonalità: yemenite, israeliane, femminili, tradizionali, contemporanee... un repertorio variegato che hanno inciso in modo impeccabile nel loro primo affascinante EP, Habib Galbi. Un ritratto.

Come nelle loro canzoni, le voci delle sorelle Haim sono in perfetta armonia. Tair, la maggiore delle tre, dà il la: «La nostra musica è una combinazione di folk e...», «folk yemenita misto a musica elettronica e all'hip-hop,» conclude Liron, più piccola di lei di due anni. Tair continua: «E si mischia anche a dei beat molto contemporanei. È un mix tra passato e presente». «È tristezza espressa attraverso la gioia,» conclude Tagel, 26 anni, la più giovane di questo gruppo difficile da definire. Una miscela esplosiva che dà un carattere mai visto prima a Habib Galbi, il primo EP delle A-WA.

Nel loro appartamento a Montmartre, a due passi dal Sacré Cœur di Parigi, la singolarità di questa formazione salta ancora di più agli occhi. Vestite con gli stessi abiti tradizionali che amano sfoggiare ai loro concerti, ma con l'iPhone in mano, ammirano lo stile dei parigini e si vantano anche degli hipster che ci sono a Tel Aviv, prima di evocare il deserto di Arava al confine tra Sinai, Arabia Saudita e Giordania, dove sono cresciute. Un incrocio di culture che pare un vero e proprio numero da equilibrista.

Un'aria familiare

Ovviamente Tair prende il posto centrale sul divano. Non c'è dubbio, la maggiore è anche quella che comanda. «È molto carismatica. Ha quel qualcosa che solo i leader hanno,» e poi «è divertente! E brava ad improvvisare,» è quello che si sente dire dai due lati del sofà. Ma nessuno sembra essere escluso. Secondo le altre sorelle, Tagel è la parte creativa del gruppo. «Ha un buon orecchio e ascolta la musica in maniera intelligente. Sei furba!» commenta Liron. «Geeniaaale,» insiste Tair, maliziosa. Mentre Liron si prende cura, parole sue, «dell'energia positiva del gruppo». «Lei è organizzata e testarda, ma in maniera positiva. Quando vuole qualcosa, noi corriamo,» raccontano le due sorelle dai grandi sorrisi tinti di rossetto. Quando fanno musica lo schema è quasi identico: Tair è la lead singer, Tagel sta sulle note alte mentre Liron su quelle basse. Artisticamente parlando, le A-WA sono complementari tanto quanto, nelle conversazioni, terminano l'una le frasi dell'altra.

Cresciute in una famiglia di sei fratelli e sorelle, queste tre donne dai capelli d'ebano hanno l'abitudine di stare al centro della scena familiare. «Dove siamo nate, tutti sono musicisti,» dicono loro come se fosse ovvio. Shaharut è il paese da dove vengono, che si trova «su una montagna» a sud d'Israele. La voce dolce di Tagel si tinge di una punta di nostalgia: «C'erano solo trenta famiglie. Vivevamo in mezzo alle capre, alle galline e ai cammelli, un po' come La casa nella prateria. Spesso stavamo fuori a giocare». O a fare della musica assieme agli altri membri del clan Haim, sotto gli occhi del padre che teneva la videocamera in pugno.

Quel passatempo diventa presto un obiettivo professionale. «Sapevamo fin da piccole che volevamo diventare cantanti. Bisognava perciò iniziare ad imparare il linguaggio dei musicisti per poter comunicare con loro,» spiega Tait. Fin dalla scuola elementare il trio segue corsi di musica, poi continua alle superiori con lezioni di canto, pianoforte e danza. Successivamente, Tair va a Tel Aviv per perfezionare questi insegnamenti. Quattro anni più tardi rientra a casa con un diploma di musica in mano e il desiderio di aver un successo internazionale. Le tre sorelle iniziano a sperimentare insieme, così come facevano da piccole, pubblicano video su You Tube e decidono di fare sul serio.

Si mettono così alla ricerca di un produttore con dei requisiti ben precisi in mente. «Volevamo qualcuno che capisse il ritmo, la bellezza della musica yemenita, il nostro modo di sentirla, qualcuno che avesse già conosciuto il successo nel proprio lavoro e che viaggiasse molto. E soprattutto volevamo qualcuno che ammirassimo davvero». Quest'uomo provvidenziale l'hanno trovato in Tomer Yosef, leader dei Balkan Beat Box. Nel 2013, le future A-WA gli inviano convinte un messaggio accompagnato da qualche loro demo. La loro alchimia è immediata. L'eclettico musicista è impressionato e le prende sotto la sua ala. Seguono una serie di concerti in Israele e in Europa, la realizzazione di un videoclip alternativo e spumeggiante, l'inizio del fervore mediatico e l'uscita di un primo EP ipnotico, il 6 novembre scorso.

A-WA Habib Galbi.

Tradizione in chiave contemporanea

Tra loro, le sorelle Haim parlano in ebraico. Per l'intervista passano all'inglese e provano persino con il francese, ma è in un dialetto arabo che hanno deciso incidere il loro disco, un dialetto che però non parlano correntemente. Nipoti di immigrati ebrei yemeniti, le A-WA rendono così omaggio alla loro cultura d'origine ripendendo i vecchi canti inventati dalle donne di questa comunità. «Non sapevano né leggere né scrivere, perciò hanno creato delle canzoni che si sono tramandate tra loro. Era il loro unico modo per esprimersi,» racconta Tair lisciando il suo vestito di foggia persiana.

Il trio ha deciso di riprendere questa tradizione orale modificandola a colpi di keytar (una tastiera imbracciata a mo' di chitarra), batteria, campionamenti e basso. «Alcuni credono che la tradizione sia qualcosa che non deve essere toccato. È una mentalità chiusa. Noi vogliamo aprire gli orizzonti,» afferma Liron. «Sì, aprire le orecchie e i cuori!» aggiunge Tair con entusiasmo mentre il resto della band annuisce. Poi prosegue: «Noi siamo israeliane, siamo yemenite, siamo piene di cose e quello che cerchiamo di fare è unire tutte queste parti del nostro essere, tutte queste culture».

E molte persone sembrano pronte ad imboccare la strada che loro hanno aperto. Nel loro Paese, nonostante le tensioni religiose, questo trio femminile, che ha conquistato la scena cantando in arabo, è stato accolto con molta curiosità e calore. Lo stesso accade in Yemen, dove ricevono molti messaggi d'incoraggiamento: «Grazie per far scoprire la nostra cultura al mondo intero,» o ancora: «Voi riuscite a portarci un po' di conforto e coraggio in questi tempi difficili». «È molto commovente e importante per noi essere riconosciute nel nostro Paese,» confessano le tre artiste, orgogliose della loro eredità culturale. D'altronde, nel loro villaggio, Shaharut, questo orgoglio è condiviso. Perfino la loro nonna, che aveva quasi smesso di parlare il suo dialetto yemenita dopo l'arrivo in Israele nel 1949, ha ricominciato a parlare arabo. Un successo all'unisono.

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Da ascoltare: Habib Galbi, di A-WA (2015)

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Pubblicato dalla redazione La Parisienne de cafébabel.