Cultura

"A Serbian Film": una doccia di sangue per risvegliare le coscienze

Articolo pubblicato il 04 marzo 2011
Articolo pubblicato il 04 marzo 2011
A Belgrado, cultura e creatività artistica sembrano essere minacciate dal bavaglio del conformismo e dalla dittatura del politicamente corretto. E per molti l'ingresso della Serbia nell'Unione Europea potrebbe peggiorare ancora di più la situazione. Ne parliamo con lo sceneggiatore Aleksandar Radivojevic, che con la sua discussa pellicola.
A Serbian Film ha costruito per il pubblico serbo la perfetta metafora dell'urlo indignato di un'arte che vuole essere libera e indipendente.

 La Serbia è sempre più vicina all'Europa. Contenti? Mica tanto. Non sono solo le organizzazioni nazionaliste a vedere nell'ovest una minaccia per le tradizioni politiche e religiose del paese, ma anche un certo settore artistico d'avanguardia, che si sente sempre di più con le mani legate. D'altronde, nel paese al mondo in cui si passa più tempo davanti alla tv (una media di 5 ore al giorno, più degli Usa), il rischio di appiattimento e di standardizzazione culturale è dietro l'angolo. Per Aleksandar Radivojevic, sceneggiatore di cinema e teatro cresciuto a pane e Cronenberg, la Serbia ha bisogno di fare una bella doccia. Di sangue, aggiungerei io, visto che il suo A Serbian Film è un climax di violenza, torture e pornografia che culmina con la scena in cui il protagonista fa sesso prima con una donna che sta partorendo e poi con il neonato. Quando lo incontro nella sua casa di Belgrado, spiazzato dalla sua stazza, dal suo sorriso ambiguo e dal suo tono di voce deciso, capisco che mi sarei imbattuto in un punto di vista tanto originale quanto estremo.

(cc) lucbyhet/flickr«Per gli stranieri qui è tutto bello - mi racconta Aleksandar versandomi della birra serba e offrendomi una sigaretta, - qui si beve, si fuma ovunque... ci si sente più liberi». Ecco, appunto. «Ma quando qui ci vivi - aggiunge - tutto cambia. Al livello artistico e creativo tutto è soffocato, tutto è anestetizzato, asettico. La rabbia e la violenza contenute nel nostro film nascono dall'esigenza di dire al popolo serbo: svegliatevi! Purtroppo qui per lavorare hai bisogno dei soldi del governo, o dei fondi europei, ma li danno solo a dei «cosiddetti artisti» per fargli fare ciò che il pubblico massificato e acritico si aspetta. Commediole romantiche o melodrammi in costume a base di pietà e orfani che piangono. A Serbian Film è una metafora anche di questi film che sono, quelli sì, pornografia, prostituzione delle nostre sfortune».

Schiavi del politically correct

La pellicola, presentata a Cannes e totalmente indipendente, ha fatto discutere ovunque, ma soprattutto in Serbia, dove non si incontra persona che non la recensisca con il termine «disgustosa», e dove il governo ha anche cercato di censurarla. «I politici non vogliono vedere ciò che può disturbarli. A loro interessa dare un'immagine bella e felice del paese. Gli interessa solo la poltrona e la popolarità davanti agli occhi del peggio della società». E la cultura? «E' l'ultima delle priorità», mi risponde seccato. E così i giovani e la loro creatività ne pagano il prezzo. «Siamo schiavi del politically correct, che è comunque una forma di violenza, di sottomissione: promuovere la libertà ma fermando chi vuole fare qualcosa di diverso e inviso all'establishment. Con l'avvicinamento all'Europa i film si stanno uniformando, si soffoca la creatività, tutto è ipocrisia. Qui vogliono gente che supporti il sistema e vogliono persone senza talento che lo facciano».

«I giovani serbi sono aborti viventi»

"Sono loro i primi a sapere che i genitori avrebbero abortito se avessero avuto i soldi per farlo"

Tu mi togli il futuro e fai finta di niente? E io te le do di santa ragione per le strade. Non è così? «I giovani che oggi fanno casino per le strade e negli stadi sono cresciuti nell'inferno della guerra senza che nessuno si preoccupasse di loro», mi spiega Aleksandar. «Sono depressi e insoddisfatti, depressi e repressi. In più molti di loro sono analfabeti. Nel senso che non sanno né leggere né scrivere. Capisci? Le persone che analfabete non sono, invece, sono sottopagate: i professori, ad esempio, che dovrebbero avere il compito di generare in loro delle passioni, non lo fanno perché hanno i loro problemi concreti da risolvere. I giovani serbi sono aborti viventi. Sono loro i primi a sapere che i genitori avrebbero abortito se avessero avuto i soldi per farlo». In tutto ciò, c'è una luce in fondo al tunnel? «E' difficile essere ottimisti - conclude Aleksandar, - l'ultimo uomo di un certo valore lo abbiamo ucciso».

Foto: home-page, screenshot dal trailer/Youtube;  Aleksandar Radivojevic, (cc) lucbyhet/flickr; video: youtube