Cultura

“2 Days in Paris”

Articolo pubblicato il 11 luglio 2007
Selezionato dalla redazione
Articolo pubblicato il 11 luglio 2007
L’11 luglio esce nei cinema francesi la pungente commedia multiculturale di Julie Delpy. Ecco due recensioni provenienti da una parte e dall'altra del Reno.

Cronache di una generazione disincantata

Un uomo, una donna, le strade parigine, chabadabada... Attenzione a non rimanere scottati però!

Julie Delpy, 37 anni, che realizza e co-produce qui il suo primo film – nel 2005 aveva già collaborato alla sceneggiatura di Prima del tramonto con Richard Linklater e il bel Ethan Hawke – abbandona le fila del romanticismo e si diverte a polverizzare i codici amorosi del cinema. Così, se l’ambientazione è da cartolina – tra place du Tertre a Montmartre, quartiere latino o canale Saint-Martin – i personaggi decisamente non lo sono.

Marion, una fotografa francese trapiantata a New York, decide di presentare il compagno americano alla sua famiglia, dopo aver fatto tappa a Venezia. Né la cupola della Basilica di San Marco, né i campanili di Notre Dame riescono a ravvivare la fiamma ormai sopita tra i due trentenni. Mentre Jack – un ruolo che calza a pennello ad Adam Goldberg – scopre la vera natura dei genitori di Marion, due post-sessantottini che si dedicano alla sessualità più sfrenata, loro stessi in piena crisi coniugale, Marion incontra a ogni angolo della strada i suoi ex.

Su questa base, nemmeno troppo fantasiosa – una coppia, lontana dal suo ambiente naturale, che impara a conoscersi in contesti indelicati – Julie Delpy estremizza il suo soggetto ai limiti della derisione e della cattiveria. Nel caricaturizzare i francesi si fa prendere da un piacere quasi sadico: gli autisti sono razzisti, borghesotti e misogini. Gli intellettuali dei maniaci del sesso senza talento. E i trentenni parigini dei pervertiti depressi. La regista e attrice principale del film ammette di aver provato piacere a forzare i tratti caratteriali di questo o quel personaggio. «Ma – precisa – i francesi sono i soli a essersela presa un po’. Per tradizione i nostri difetti non si criticano. Siamo perfetti, si sa!»

Risultato: la regista ormai franco-americana gira il coltello nella piaga e traccia il ritratto di un Paese ripiegato su se stesso, arrogante, insipido, vuoto e molto provinciale, giunto ormai all’ultimo respiro, avendo perduto grinta e capacità di riscatto. Un'impressione rafforzata dalla messa in scena e dai costumi che danno alla pellicola un’aria da Nouvelle Vague (la Delpy aveva collaborato con Jean-Luc Godard nel 1984), dall’immagine libertina degli amici di Marion che, durante una serata, urta la morale puritana dell’americano, colto dalle vertigini davanti a tanta lascivia.

Ma nulla è grave, per fortuna. Julie Delpy maneggia l’humour con brio, con dialoghi nella pura tradizione delle stand-up comedy, del tipo: «Penso che una pipa sia qualcosa di importante. Dopotutto è per colpa di una pipa che gli Stati Uniti hanno perso l’ultima opportunità di restare una democrazia…».

La fine ha una sfumatura diabolica, un po’ cinica e un po’ malinconica: le ribellioni di gioventù sono ancora possibili dopo i 30 anni? Sotto l’apparente leggerezza, 2 Days in Paris mette in discussione le fondamenta politiche di una generazione che aspirava a un’ideale.

Autori: Nathalie Six e Nadine Gebauer

Traduzione di Claudia Dondi

Due giorni a Parigi...

Parigi è la città degli innamorati. Lo sanno anche la francese Marion (Julie Delpy) e l'americano Jack (Adam Goldberg), felicemente insieme da due anni. Apparentemente, dunque, non c’è dunque niente di cui preoccuparsi quando, durante un loro viaggio in giro per l’Europa, decidono di fermarsi un paio di giorni dai genitori di lei a Parigi (impersonati sulla scena dai veri genitori della regista). Eppure in quei due giorni il loro rapporto va in crisi, incrinato anche dalle differenze culturali. 2 Days in Paris segna il grande esordio alla regia dell'attrice Julie Delpy – conosciuta dal grande pubblico per film come Prima dell'alba e Prima del tramonto. Anche la sceneggiatura porta la sua firma. Il film è stato presentato all’ultima edizione del Festival del Cinema di Berlino e ha riscosso un grande successo da parte del pubblico.

Per un’ora e mezza la telecamera, in continuo movimento, segue le peripezie della coppia in crisi. Eppure la regista non riduce i due protagonisti ai rispettivi cliché culturali. C’è di più. Lei, figlia di sessantottini. Lui, un po’inibito. Lei, alla continua ricerca di conferme. Lui, a suo vedere intelligente e maturo. I caratteri sono troppo poliedrici: non riescono a mettersi nei panni dell'altro. Simpatia e incomprensione si alternano incessantemente. E chi non lo avesse saputo, lo impara: la vita è troppi complessa per essere dipinta o di bianco o di nero.

Nonostante i problemi di coppia rimane il tempo per sventolare un paio di pregiudizi sui francesi. In questo Julie Delpy sembra non apprezzare troppo i suoi connazionali. In una scena divertente un giovane artista copia le opere del suo modello artistico «aggiungendoci più sesso». Sembra che in Francia non ci sia spazio che per i soliti temi. A tavola o alle feste non si parla che di preferenze e orientamenti sessuali. È proprio un piacere veder sgretolarsi passo dopo passo l’immagine preconfezionata che ha della Francia il personaggio americano Jack.

Julie Delpy ha girato il primo film francese un po’ alla Woody Allen. Anche a Parigi sembrano essere tutti nevrotici, Jack in testa. Tutto è un po’ troppo veloce, per non dire effimero e barbaro, come di solito si pensa che sia dall’altra parte dell’Atlantico. Tutto sommato il film è un mix tra “culture clash”, storia d’amore e commedia. Da vedere!

Autore: Karsten Marhold

Traduzione di Mirko Coleschi