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Youth: Sorrentino e la mania della performance

Articolo pubblicato il 06 ottobre 2015
Articolo pubblicato il 06 ottobre 2015

L'ultimo film di Sorrentino, Youth, ha avuto un'eco minore rispetto a La grande bellezza, ma continua a riflettere le aspirazioni del suo autore. Cosa ci rivela quest'opera delle manie, dell'ego e della carriera di uno dei registi più internazionali del cinema italiano?

Sulla scia della discussa consacrazione internazionale avvenuta grazie all’Oscar dell’anno scorso per La grande bellezza, Paolo Sorrentino, con il nuovo (per chi lo guarda nelle sale francesi, con un po’ di ritardo) Youth – La giovinezza, continua a dividere la critica. C’è chi esalta l’ambizione e il coraggio del regista partenopeo – ormai un habitué dei più importanti festival del mondo – e chi invece ama tacciarlo di essere un megalomane raccomandato con poca ispirazione. In generale, l’opinione pubblica fa di Sorrentino il tipico oggetto su cui si addossano i milioni di sguardi di chi giudica una vedette, offrendo al profilo esposto di quest’ultima un quantitativo di ombra e di luce proporzionale alle aspettative del momento.

Youth costituisce un momento più intimo e pacato rispetto a La grande bellezza, è un piccolo film su grandi temi – la paternità, la senilità, la giovinezza, la carriera artistica – sciorinati tra un bagno in piscina e un cocktail dai due ottuagenari protagonisti (un musicista e un regista, interpretati dagli irreprensibili Micheal Caine e Harvey Keitel) e da vari altri eccentrici personaggi, tutti in vacanza in un hotel di lusso sulle Alpi svizzere. Ciò che sorprende in questo film è che Sorrentino già abbia tentato un’opera di sintesi e firmi un lavoro che ci si aspetterebbe da un regista più anziano. Un finale di carriera come quello dei due protagonisti, i quali vivono appunto la vecchiaia come un punto da cui volgersi all’indietro, verso la giovinezza o quello che ne resta ancora sparso tra i ricordi.

Si potrebbe quasi dire che l’autore abbia voluto fare un film-testamento (esattamente come quello che nella pellicola vuole girare Harvey Keitel/Mick Boyle), salvo poi dire ai microfoni che Youth rappresenta un nuovo inizio nella sua cinematografia. È anche vero che Sorrentino, si sa, lavora molto sulla memoria (si era già visto in This must be the place ad esempio), mettendo sempre in scena una collezione di incertezze affogate nei desideri e nella solitudine, che in fondo segna tutte le figure chiave dei suoi film (Le conseguenze dell’amore, Il divo). Con Youth, però, l’autore traccia una linea più netta, dedicandosi esplicitamente alla dissertazione, al dialogo socratico, su ciò che vorrebbe dire essere padre e artista, operazione che in molti hanno giudicato arrogante e meno profonda di quanto voglia sembrare. Se la sceneggiatura resta in effetti troppo imbavagliata dai continui aforismi, Youth ne guadagna al contrario in candore ed emozione nei dettagli in cui traspare un’empatia più semplice e più frivola, nei sorrisi strappati da un Michael Caine che fa il malato immaginario o che si imbarazza parlando di bravura a letto di fronte alla figlia. 

Non bisogna inoltre dimenticare che Sorrentino non sarebbe "sorrentiniano" se non ci ricordasse in ogni inquadratura, limpida e geometrica, il suo rigore estetico. Ogni istante è scolpito minuziosamente e per di più i suoi schemi espressivi sono imbevuti di un’ironia amara. Lo sguardo di Sorrentino ridacchia di tutte le imperfezioni della realtà o forse si unisce a esse per cercare una catarsi. La macchina da presa sentenzia e del viso coglie la smorfia. E allora la (grande?) bellezza sorge dal neo, dal paradosso e gioca molto sull’elemento visivo e diretto, ossia sul corpo del personaggio: la teenager bruttina che si offre ai clienti dell’hotel; un goffo e inamovibile Maradona che rimugina un talento sepolto sotto decenni di grasso; il viso malato dell’amata moglie del musicista che ci appare come una maschera della morte; Miss Universo che, come una ninfa dalle curve sinuose, entra nella vasca idromassaggio occupata dai due anziani protagonisti dando loro «un ultimo momento di godimento».  

Sorrentino è brillante, è ambizioso e lo fa sentire, fa delle mosse forse premature, ma sicuramente sa cos’è il cinema. In lui la mania del controllo diventa mania della performance. Sorrentino è spettacolo, esibizione di se stesso, stupore, calcolo ed estro. Un grande ego che rischia di identificarsi, come il protagonista di Youth, in un «presuntuoso inelegante artista» a furia di cercare pesantemente quella leggerezza che «è una tentazione irresistibile, fino alla perversione». Un grande ego che tuttavia, sempre come lo stesso protagonista ci insegna (eh sì, il casting è fondamentale), sa lasciarci oltre che una bella performance anche una malinconica tenerezza.

Dopotutto, i film di Sorrentino, che parlino di vecchiaia o di giovinezza, che riflettano una vedette presuntuosa o un artista ironico, attirano puntualmente intenditori e non, proprio perché si sanno rendere interessanti e carismatici. Si capisce allora perché il nostro Paolo pensi che «la vocazione del cinema sia il desiderio».