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Via Castellana Bandiera: Emma Dante e la sua Palermo a doppio senso

Articolo pubblicato il 05 novembre 2015
Articolo pubblicato il 05 novembre 2015

Apriamo la nuova rubrica "Palermo sullo schermo" presentandovi il debutto cinematografico di Emma Dante, un'opera che sospende il capoluogo siciliano in un duello di nervi, frustrazioni e amarezze. Una storia di una giornata (non) ordinaria che ritrae una strada periferica e sintomatica di Palermo, via Castellana Bandiera.

Esordio cinematografico di Emma Dante, Via Castellana Bandiera, presentato in concorso al festival di Venezia nel 2013 e tratto dal suo primo romanzo omonimo pubblicato nel 2008, è una delle rappresentazioni più significative della città di Palermo che si siano viste in sala negli ultimi anni. La nota attrice e regista teatrale ha fatto da sempre della sua città natale l’anima, il corpo e il linguaggio della sua arte, grazie soprattutto alla compagnia che ha fondato nel 1999, la Sud Costa Occidentale. Via Castellana Bandiera, nel quartiere ai piedi di Monte Pellegrino dove lei stessa ha vissuto per anni, diventa allora qui sineddoche di Palermo, assumendo i tratti violenti, familiari e morenti tipici delle opere precedenti. Il salto cinematografico in questo caso si è quindi imposto poiché, afferma la regista, la storia scritta nel romanzo "poteva essere raccontata solo attraverso la strada, la polvere e la carne".

In questo western polveroso, urbano e mediterraneo al femminile, due donne si fronteggiano fino alla morte in sella a una Punto e a una Multipla che capitano in una stradina troppo stretta per far passare entrambe. La Dante recita la parte della sfidante più giovane ed emigrata, Rosa, mentre l’anziana muta albanese Samira è affidata allo sguardo pietrificato di Elena Cotta (interpretazione premiata a Venezia). La ormai affermata e bravissima Alba Rohrwacher è invece Clara, fidanzata di Rosa che vuole compagnia per il matrimonio di un amico a Palermo e che inserisce narrativamente l’amore omosessuale senza avere il bisogno di giustificarlo, senza renderlo eccezionale né giudicarlo. Il loro amore, minacciato da una piccola crisi, vincerà all’alba contro una famiglia tradizionale che si lascerà cadere attaccata al volante, inseguita da tutti quelli che sono arrivati troppo tardi.

Una guerra di nervi e una sfida di resistenza tra solitudini

L’opera si impunta, come le protagoniste, su un conflitto basato su due rivendicazioni diverse: chi si sente a casa propria e si crede già arrivato e chi si sente in un luogo estraneo e non vuole lasciare il passo alla memoria. Da un lato la modernità di una coppia omosessuale, migrante, individualista, che parla italiano. Dall’altro l’arcaicità di una famiglia allargata, che parla dialetto e vede il padre di famiglia farsi carico di suocera, figlie, nipoti, ancorati alla stessa casa da mezzo secolo, in un micro-universo fatto di solidarietà ma anche di brusii, segreti e contraddizioni. Una guerra di nervi e una sfida di resistenza tra solitudini diverse, ma accomunate dall’abbandono. Il blocco fisico delle vetture serve a inquadrare un impasse cittadina, una strada dalle diverse possibilità che si annullano a vicenda e che sfociano in un’anarchia dove tutti vogliono fare i padroni del caos comune.

I personaggi che gravitano attorno a via Castellana Bandiera iniziano così le scommesse su chi cederà per prima e su chi invece sarà più "corna dure", la suocera fuori di testa o la "tischi toschi". Intanto Clara socializza con un ragazzino, tutti partono a mangiare lasciando le due donne sole nelle rispettive macchine, l’una di fronte all’altra, a tre metri di distanza incolmabili dall’orgoglio sveglio nel buio. Le motivazioni delle due automobiliste? Rosa è stressata, detesta la sua città natale, evita i rapporti: il suo non voler fare un passo indietro né nella vita né per strada simbolicamente è un modo di non lasciarla vinta al suo alter ego, alla città, al passato. Samira è vedova, sola e sfruttata da una famiglia che la crede folle (tranne il nipotino): la sua ostinazione è radicata nella sua assenza, nel suo mutismo immune a ciò che succede intorno a lei e nel fatto che per un’ultima volta vuole decidere per se stessa. Emma Dante ha dichiarato a Venezia che lo stare l’una di fronte all’altra permette alle protagoniste di guardarsi dentro "come il minotauro che si vede riflesso allo specchio e riconosce il mostro".

Una Palermo claustrofobica guidata dal paradossi allarmanti

Lo stile della Dante, con i suoi primi piani smozzicati e ravvicinati girati con la macchina a mano e una regia molto fisica che attraverso un ping pong di corpi in tensione raggiunge un piano psicologico più morboso, ci restituisce un quadro soffocante della città. Una Palermo claustrofobica, guidata da paradossi allarmanti ("Ma allora è vero che sono tutti pazzi," ripete Clara, che incarna lo sguardo esterno sul luogo). Una Palermo in salita e in discesa, arroccata tra il mare e la montagna e tra il falso e l’opinabile: una città imprigionata in mezzo alle rovine di un braccio di terra, di case e di vite seccate dal sole cocente.

Come recita la tragica canzone dei fratelli Mancuso lasciata risuonare sulla bella inquadratura finale: "Cumu è sula la strata a st’ura, cu avìa di partiri partìu, cu avìa di moriri murìo, cu avìa di chianciri chiancìu".