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Palermo Shooting o fotografare la morte ai Quattro Canti

Articolo pubblicato il 13 novembre 2015

Sono passati 7 anni dall'uscita nelle sale di Palermo Shooting, una pellicola con la quale il maestro del cinema Wenders si addentrava e rendeva omaggio a Palermo fuori dallo stereotipo. Film controverso, (non il più entusiasmante del regista tedesco) Palermo Shooting propone il capoluogo siciliano come viaggio interiore visto da un osservatore venuto da lontano. Recensione (e critica). 

Nella filmografia internazionale degli ultimi anni, l’immagine di Palermo si è legata anche a sguardi di autori stranieri rapiti dall’insondabile e tormentata storia del capoluogo siciliano. Il maestro del cinema tedesco Wim Wenders nel 2008 dedicò alla città Palermo Shooting, una delle sue pellicole meno riuscite, ma che vale la pena ricordare in merito al tema di questa rubrica. Sebbene il Wenders di Palermo Shooting ricalchi topoi a lui cari come il viaggio e il rapporto con il tempo, siamo ormai lontanissimi dall'epoca d'oro (Il cielo sopra Berlino, Paris, Texas) del regista faro del Nuovo Cinema Tedesco e vicinissimi a una vera e propria caduta di stile (che invece non si verificherà nell’ambito documentaristico, vedi gli ultimi Pina e Il sale della terra). Che ruolo ha dunque la nostra Panormus in quest’opera tedesca che venne perfino ostacolata dall'allora sindaco Diego Cammarata a causa di una scena (poi tagliata assieme ad altri venti minuti abbondanti) in cui appariva Leoluca Orlando come passante?

Il film si apre in realtà su una modernissima Dusseldorf (città natale di Wenders e dell’attore protagonista, la rockstar Campino che interpreta il protagonista), attraversata non soltanto dal Reno, ma anche dalla moda, dal business, dalla frenesia, dalle distrazioni, in una parola: dalla vanità. Esempio di questa vita spasmodicamente vuota è il fotografo di successo Finn, che sostiene inizialmente che la fotografia, come la vita, si risolva nell’apparenza. Tuttavia, questa star dell’immagine, maestro del suddetto mondo patinato, ci viene mostrata in pieno conflitto interiore: ha riconosciuto la patina che circonda la sua vita, non riesce più a dormire, è invasa da incubi evocanti le catacombe (di Palermo) e dopo aver rischiato la vita in autostrada scattando foto panoramiche in piena curva (con il primo cameo della Morte in tunica bianca), decide che è tempo di cambiare aria. Il suggerimento della destinazione arriva con l’apparizione di un’imbarcazione che reca il nome di Palermo: un’idea galleggiante, che scorre assieme al fiume come il tempo che lo cruccia così tanto. Finn prende allora un volo per Palermo con la scusa di uno shooting di moda a Milla Jovovich incinta, ma sbarazzatosi subito della sua equipe, sceglie di restare a tempo indeterminato in questo luogo così diverso.

Palermo come viaggio interiore     

Dalla grigia e asettica Dusseldorf, il cambio è radicale: Palermo rappresenta qui un altro tipo di spazio/tempo mentale, quello della credenza, della storia, della semplicità e autenticità della vita oltre l’apparenza delle cose. Dopo la sua accoglienza a Villa Igea, il fotografo tedesco tatuato prende a vagare nel centro storico e lo troviamo assorto al mercato della Vucciria o appisolato sotto una delle fontane dei Quattro Canti nel pieno trambusto di mezzogiorno, assalito da minacciose visioni surreali (in cui per esempio scivola gattonando sulle scale del Palazzo delle Poste) e da qualche freccia scagliata dal solito arciere incappucciato. Il vagabondaggio esistenziale del protagonista, così come il suo cadere in preda al sonno, è un espediente per bloccare il tempo e rientrare nell’orologerìa neanche tanto fine della sua mente, sfruttando l’estetica della rovina e una certa seduzione decadente della morte di cui è pregno il centro labirintico di Palermo e ovviamente tutto il film. Attraversando il “cortile della morte”, Finn incontra prima una donna anziana (la fotografa Letizia Battaglia) che, sulle Mura delle Cattive, afferma di fotografare i morti perché meritano di essere ricordati, e poi una ragazza (una bella ma compassata Giovanna Mezzogiorno) che sta restaurando il dipinto cinquecentesco siciliano “Il trionfo della morte” conservato a Palazzo Abatellis. Il film si chiude con una fuga d’amore a Gangi e con un dialogo didascalico tra Finn e la fantomatica Morte (un candido Dennis Hopper), che diventa un pretesto per disquisire di fotografia - “la morte a lavoro” come viene definita -. La Morte condanna l’avvento del digitale e della manipolazione dell’immagine come perdita dell’ “essenza” e accusa Finn di voler “ricreare la realtà” stimolando così la paura della vita e quindi della morte. Riconciliatosi con i suoi fantasmi interiori, Finn rinasce con la consapevolezza che l’accettazione della morte è necessaria all’apprezzamento della vita e di ogni suo attimo (il tempo dello scatto fotografico).  

Film pedantemente introspettivo che si perde attorno ad un personaggio narcisista, Palermo Shooting si salva grazie a qualche richiamo teorico unito al fascino del Trionfo della Morte palermitano. Fotografare è un modo di cercare la faccia della morte, così come fa la ragazza con il quadro cinquecentesco, ma ciò richiede il tempo di apprezzare il momento presente e in definitiva la vita. Palermo - contrapposta alla Dusseldorf glamour - diventa l’altra “faccia”, il mistero di un posto dove la gente crede al lato nascosto delle cose e vive, almeno secondo Wenders, più in contatto con la morte. Finn ha bisogno di perdersi per ritrovarsi, e Palermo è il set del suo shooting faustiano. Il punto di fine che si dissolve in quello di partenza.