Berlino

Un profugo siriano a Berlino: dalla partenza all'arrivo

Articolo pubblicato il 29 ottobre 2015
Articolo pubblicato il 29 ottobre 2015

Il musicista e attivista Omar è fuggito dalla Siria quattro anni fa, da alcune settimane vive a Berlino. Visita a qualcuno che deve completamente ricostruire la sua vita.

Fuori è grigio e piove, dentro Omar prepara il tè. La stanza è spaziosa e accogliente, con un sofà nell'angolo. Al centro si trova un lungo tavolo. Ci si può immaginare che a questo tavolo si beva molto tè, si fumi molto e molto si chiacchieri. "L'unica cosa che m'infastidisce davvero della Germania è il tempo", dice Omar, ridendo. Naturalmente ci sarebbero anche altre cose: che gli ingranaggi della burocrazia girino con tanta lentezza, per esempio. Perciò nel frattempo Omar si è fatto qualche esperienza.

Sono ormai quattro anni che il venticinquenne ha lasciato la sua città di origine Aleppo in Siria, alcuni mesi dopo l'inizio delle "Primavere arabe". Le proteste pacifiche contro il repressivo regime siriano sono rapidamente degenerate nella guerra civile. Prima della guerra, Omar aveva fatto anche bella musica e aveva scritto canzoni rap. I contenuti erano piuttosto innocui; questo cambiò con l'inizio della guerra civile. Le sue canzoni diventarono politiche, Omar criticava apertamente il regime, andava alle manifestazioni. "Parlare di politica era quasi impossibile", riferisce Omar. "Esisteva sempre il pericolo che arrivasse la polizia segreta, ti catturasse e ti portasse via. Per portarti dove? Questo nessuno lo sapeva." Ben presto anche Omar cadde nel mirino della polizia segreta e un giorno si rese conto che prima o poi sarebbero venuti a prenderlo.

Una nuova vita in Libano

Omar non aveva scelta, mise in valigia le sue cose e prese il primo volo per l'Egitto. Soltanto poche ore dopo la polizia segreta era davanti la porta di casa dei suoi genitori: "Non lo conosciamo, non è nostro figlio", dissero, per proteggere se stessi e il resto della famiglia. Omar racconta tutto questo in maniera obiettiva e pacata. E' un oratore riflessivo, si prende il tempo che gli serve per trovare le parole giuste. In Egitto lavorava per suo zio, rimase lì dieci mesi. Poi ritornò in Libano, dove nel frattempo era fuggita la famiglia di Omar. Poiché in Siria abitavano accanto a una scuola di polizia, erano utilizzati come scudo umano: non gli era permesso lasciare il Paese, perché fintanto che vi abitavano dei civili, l'Armata Siriana Libera d'opposizione non avrebbe attaccato la scuola. Una cinica questione di calcolo.

Quando Omar parla del Libano, gli si illumina il volto. Lì viveva insieme ad altri ottocento profughi siriani e aveva fondato con un gruppo di motivati soccorritori una scuola per bambini siriani. In principio il tutto venne finanziato dai Fratelli Musulmani, Omar insegnava inglese. Poi però ci fu un problema, perché i Fratelli Musulmani introdussero regole molto rigide: la separazione dei sessi, per esempio. L'organizzazione non governativa For The Unseen (Per gli invisibili) diventò il nuovo sponsor e Omar potè finalmente insegnare ciò che gli piaceva di più: arte e musica. Lavorava inoltre per l'organizzazione Relief & Reconciliation for Syria (Soccorso e riconciliazione per la Siria) e realizzava video sulla scuola che erano molto cliccati in tutto il mondo.

In poche parole, in Libano Omar era abbastanza felice. Poi l'Organizzazione internazionale per le migrazioni (IOM) gli fece la proposta di trasferirsi in Germania. E Omar decise di accettare. Perché? "Per me il Libano era una meraviglia", dice Omar, "ma non ero solo. Dovevo provvedere alla mia famiglia. In Siria mio padre era imprenditore, in Libano era disoccupato. Per me era doloroso da vedere." La Germania offriva nuove opportunità, nuove speranze.

Imparare il tedesco: sei ore al giorno, cinque giorni la settimana

Al principio del 2015 i nuovi membri della famiglia di Omar arrivarono a Berlino passando per Hannover. Allora iniziò la follia burocratica. Omar rimesta il tè, cerca le parole. Non vuole sembrare ingrato, è molto colpito dalla disponibilità dei tedeschi ad aiutare. Ciononostante: "In Germania è tutto organizzato in maniera efficiente. Ma le procedure richiedono una quantità inconcepibile di tempo." Omar ha trascorso otto mesi con la sua famiglia in un campo a Marienfelde senza mobili né Internet e la costante presenza di un centinaio di persone. Omar ammette che questa esperienza sia stata per lui deprimente: "Prima ero sempre io quello che aiutava gli altri, improvvisamente ero l'unico a cui si offriva aiuto."

Ma per Omar riuscire a ottenere lo status di rifugiato è stato ed è tutt'altro che facile. Perciò gli fu subito chiaro che voleva quanto prima lasciare il campo e tornare alla sua vita, ma non alla sua vita in Siria o in Libano, di questo ne aveva la piena consapevolezza, bensì a una vita nel senso più vero della parola. Essere attivo, fare musica, riuscire in qualcosa. E soprattutto studiare. In Siria Omar aveva studiato Traduzione, ma non aveva portato a termine gli studi. Quindi voleva recuperare in Germania gli anni persi e per questo aveva bisogno di imparare il tedesco: sei ore al giorno, cinque giorni alla settimana. Perché Omar è impaziente, vuole progredire più rapidamente possibile.

Tra gli stranieri

Da alcune settimane vive in un appartamento insieme a tre coinquilini tedeschi. "E' stato difficile trovare un appartamento", riferisce Omar, poi scoppia a ridere: "In generale a Berlino non è così facile." L'altroieri è arrivato suo cugino dalla Siria, per ora vive nella stanza di Omar. Al contrario di Omar, non è salito su un aereo lasciando il suo Paese legalmente: durante la sua pericolosa fuga ha attraversato la Turchia, la Grecia, l'Ungheria. Per lui incomincia solo ora la lunga procedura burocratica, che Omar perlomeno si è già lasciato in parte alle spalle. Omar non ha fatto richiesta di asilo, per adesso ha un permesso di soggiorno. In ogni caso vuole rimanere in Germania fino a quando riuscirà a conseguire la laurea. E poi? Omar fa spallucce: "Tornerò in Libano o in Turchia". A Berlino non si sente ancora davvero a casa, ma per il momento la città è un buon posto per lui: "Non è come stare a casa mia. Ma il bello di Berlino è che qui sono tutti stranieri".

Questo articolo viene dalla redazione di cafébabel Berlin.