Berlino

Preso a calci come un pallone: il destino di un Rom del Kosovo

Articolo pubblicato il 15 giugno 2015
Articolo pubblicato il 15 giugno 2015

La popolazione di Amburgo, la metà della superficie del Land di Hesse: il Kosovo è piccolo ma, da inizio anno, non sono mai arrivati tanti rifugiati in Germania. Quasi tutti devono tornare indietro, anche i membri delle minoranze discriminate. Un giovane Rom racconta. 

Rivdan non ha visto che i loro occhi, gli uomini indossavano delle maschere da sci. L'hanno percosso, lui, i suoi fratelli e le sue sorelle, ed hanno violentato sua madre. Muniti di fucili d'assalto, hanno assalito la casa della famiglia Haliti, e sarebbero  tornati e l'avrebbero ucciso, dicevano, se la famiglia non avesse lasciato il Kosovo nel giro d'un mese. In quel paese, non vogliono i Rom. Anni dopo, alla famiglia Haliti è stato detto che si trattava di un paese sicuro.

La voce di Rivdan si affievolisce quando parla di quel giorno. Un attimo prima, i suoi occhi erano pieni di attenzione, adesso guarda per terra. Il suo tedesco è approssimativo ma comprensibile. È seduto su una panchina di legno nel quartiere Allende di Berlin-Köpenick. Una foresta di pini densi circonda i palazzi prefabbricati dai colori pastello e le larghe strade di cemento, il dopobarba di Rivdan propaga un forte odore nell'aria della sera. Il ragazzo di 18 anni ha già capelli grigi sulle tempie e si chiama in realtà in un altra maniera, ma non vuole svelare il suo vero nome né quello della sua famiglia. «Che succederebbe se gli Albanesi vedessero questo?», chiede. Sono gli Albanesi del Kosovo che hanno assalito lui e la sua famiglia.

Meglio la Germania del Kosovo

Sono passati quattro anni e mezzo da allora. Oggi, Rivdan, i suoi cinque fratelli e sorelle minori ed i suoi genitori vivono in una casa di profughi a Berlino. Dopo l'attacco, sono fuggiti in Svezia, tre anni e mezzo dopo, la loro richiesta d'asilo è stata rifiutata e sono andati in Germania. Rivdan si è lasciato alle spalle gli amici. Si era abituato. «È stato terribile - ammette -. Ma meglio la Germania del Kosovo».

Che possa rimanere ? È poco probabile. Secondo il regolamento Dublino, la Svezia deve accogliere la famiglia. «Non interessa a nessuno che ci si una minaccia d'espulsione là», spiega Dirk Morlok di Pro Asyl. Certo, ma una pratica di richiesta d'asilo in Germania non propone migliori prospettive: da gennaio, più di 25.000 kosovari hanno chiesto l'asilo in Germania. Non sono mai arrivate tante persone da nessun paese, ma solo una persona su mille può rimanere. I Rom e le altre minoranze del Kosovo soffrono una discriminazione molto sparsa e sistematica, denuncia Amnesty International.

Se si fanno domande a Rivdan sul Kosovo, sul suo viso attento sisidegna lo sconforto. Non ha il diritto di andare a scuola, è ricattato, insultato. L'hanno trattato, dice Rivdan, come – la parola non gli torna in mente, alza maldestramente i piedi – «come un pallone da calcio». Tutti potevano colpirlo.

Trova che la Germania, invece, «sia un paese bellissimo». Vorrebbe lavorarci. Quale lavoro? Il suo sguardo si ferma un attimo, indagatore. «Qualcosa da fare con le mani, un buon lavoro», risponde allora, alzando le spalle e si può sentire l'indifferenza d'un ragazzo per il quale il lavoro dei sogni non esiste perché ha smesso di sognare

In Kosovo, gli Haliti non hanno più nulla. Dovrebbero vivere per strada, dice Rivdan. Alza le mani, impotente, e per la prima volta le sue parole escono a strattoni, ha gli occhi umidi e all'improvviso, tutta la disperazione di quel giovane di 18 anni appare totale e opprimente alla luce del sole di tarda giornata. Non è accettato da nessuna parte. «Non capisco - dice -, ma cosa possiamo farci?». Questa domanda amareggiata, è lui a porsela. Mi ha appena salutato con una solida stretta di mano e un sorriso triste, poi si gira ancora una volta e lancia: «Aspettare, aspettiamo tutti i giorni». Cosa? La decisione che decreterà se la famiglia Haliti potrà rimanere o meno. Un'opportunità su mille.