Berlino

Da dove vieni? La questione identitaria

Articolo pubblicato il 21 settembre 2014
Articolo pubblicato il 21 settembre 2014

A casa parliamo due lingue. Negli ultimi quattro anni ho vissuto in quattro paesi, parlando cinque lingue diverse. Valenciano o spagnolo? Spagnolo o europeo? O un po' di tutto? Con questa riflessione cerco di rispondere al grande dilemma “come si forma l'identità?” Deriva dal luogo in cui si vive, da quello in cui si nasce, o da quello in cui “ci si fa”?

La questione identitaria mi ha sempre interessato. L'idea di appartenere ad un luogo o a una cultura, e a quale, mi ha provocato non pochi mal di testa durante l'adolescenza. Forse dipende dalle mie origini. È difficile spiegare un argomento del genere in così poche righe, ma diciamo che a 16 anni la mia identità si era forgiata a partire dalle esperienze di vita ereditate dalla mia famiglia paterna – di Ibi, il paese a nord di Alicante dove sono cresciuto – e da quella materna (di Castiglia-La Mancia). I costumi culturali, le relazioni sociali e la gastronomia di entrambi i rami famigliari erano parecchio diversi, per non parlare del fatto che con una parte della famiglia comunico in catalano e con l'altra in castigliano e io, a 16 anni, mi vedevo costretto a “scegliere” una delle due identità (era l'età). Col tempo ho cominciato a canticchiare le canzoni di gruppi ska valenciani, che ascolto tuttora, a leggere gli scritti di Joan Fuster e a difendere la legittimità dell'indipendenza dei Països Catalans (Catalogna, Valencia e Isole Baleari). Con un sistema scolastico piuttosto carente, in cui la lingua catalana era spesso ignorata nelle aule e con una classe politica sciagurata che disprezzava senza alcun riguardo qualsiasi segno di un'identità propria del popolo cui appartengo, a cominciare dalla lingua (da quando ricordo i conservatori hanno sempre governato la Generalitat Valenciana), vedevo nel nazionalismo una possibile risposta ai dubbi che mi assalivano e alle necessità di ciò che mi circondava. 

Porte aperte all' 'Auberge espagnol'

Sono passati già dieci anni. So che non è molto ma quando questo tempo trascorre tra i teen e i venti e più, dieci anni significano tanto. Da quel periodo ho avuto la possibilità di viaggiare e di vivere in vari Paesi e di conoscere persone talmente diverse che, inevitabilmente, il mio punto di vista su tali questioni è cambiato parecchio. Se l'esperienza di viaggiare e studiare all'estero mi ha dato qualcosa, è la sensazione di libertà. Vivere fuori, entrare in contatto con altre lingue e conoscere continuamente persone di altri Paesi ti aiuta a relativizzare un po' la tua storia personale e a renderti conto del fatto che il tuo paese non è il centro dell'universo e tu non sei l'ombelico del mondo. 

Durante il mio Erasmus in Francia ho vissuto in una casa di tre piani che non aveva neppure il chiavistello. La dividevo con cinque francesi e un messicano e con la moltitudine di estranei (o “amici di”) che ogni notte dormivano sul vecchio divano in salotto. Era un vero auberge espagnol. Quell'anno ho imparato un po' di più a tollerare e rispettare, a dire delle parolacce in francese e ad accettare che il concetto di pulizia è relativo e che non crolla il mondo se ci sono topi che scorrazzano per casa. Tuttavia devo riconoscere che l'Erasmus non mi ha aiutato a sentirmi “più europeo”. Non nego che il programma di interscambi sia l'invenzione più brillante dell'Unione Europea, ma credo di non essermi sentito “più europeo” dopo quell'esperienza. Tornato a Ibi dopo nove mesi continuavo a trovarmi nello stesso dilemma di sempre: spagnolo o valenciano? Più valenciano o più castigliano?

Un ispanico nel grande ranch del sud

Solo un anno e mezzo più tardi ho cominciato a vedere una tenue luce alla fine del tunnel. Nell'autunno del 2012 sono andato a Raleigh, quell'enorme ranch che è la capitale della Carolina del nord (Stati Uniti), e ho dovuto affrontare il più grande shock culturale che abbia mai sperimentato. "Questo sì che è un altro mondo" ho pensato. Dopo qualche settimana che vivevo lì ho cominciato a sentirmi veramente europeo per la prima volta. Lì, nel mezzo del nulla, in un Paese in cui (salvo eccezioni) non esistono mercati né viali, dove per fare la spesa bisogna andare per forza in un mall e dove l'idea di “passeggiare” semplicemente non è concepita, ho preso coscienza per la prima volta della mia ascendenza europea e di cosa significasse. Mi sono reso conto di essermi sentito molto più vicino ai viandanti di piazza Jeema el-Fna, a Marrakech, che agli statunitensi della Carolina del nord. Ho lavorato per un periodico ispanico, scritto in castigliano e rivolto agli immigrati dello Stato: per questo anche lì la questione identitaria mi prendeva di tanto in tanto.

“Da dove vieni?” mi chiedevano curiosi. “Sono spagnolo”. “Ah! Di che Paese?”. Per assurda che possa sembrare, ho sostenuto questa conversazione in più di un'occasione. È che nel Paese della libertà il termine “Spanish” va ben oltre quanto pensiamo. Lì mi sono sentito per la prima volta nella vita più che spagnolo, ispanico. E quando ho dovuto compilare alcuni formulari del governo in cui mi chiedevano a che etnia appartenessi, mi sono ritrovato di nuovo al solito bivio. “Sono europeo, della Spagna! Cosa devo segnare? Ispanico? Caucasico?” Gridavo alla ragazza che mi assisteva dietro al vetro dello sportello. “Signore, in questo non la posso aiutare”. Alla fine ho segnato “ispanico” in tutte le caselle. Per solidarietà con tutti quei migranti che sono trattati come spazzatura per il semplice fatto di essere ispanici, perché quel “caucasico” non ho mai saputo bene cosa significasse e perché se i miei amici messicani, di discendenza spagnola, sono ispanici... cosa dovrei essere io?

Perché scegliere?

Sono stato otto mesi nella Carolina del nord e, nonostante non abbia avuto molti contatti con gli anglosassoni, posso dire di essere tornato da lì con le batterie cariche e con la sensazione di aver imparato molto dai miei amici latini. Colombiani, messicani, venezuelani, peruviani, argentini... ho avuto rapporti con tutti e da ognuno ho preso qualcosa. La maggior parte sono giovani emigrati dal proprio paese ancora bambini (con o senza documenti) e per i quali il sentimento di radici identitarie è parecchio flessibile. Mi hanno insegnato che uno può essere di più luoghi se lo desidera, che non è costretto a scegliere. Fin dal primo momento mi sono identificato completamente con i latinoamericani (immagino che il passato coloniale e la lingua abbiano un certo peso presto o tardi) ma anche dai cittadini degli Stati Uniti ho appreso qualcosa: che essere patriottico o amare il proprio Paese non è qualcosa di negativo. Ho visto che, nonostante sia una società formata sulla contraddizione, educa i giovani perché amino il proprio Paese e i suoi valori fondanti. E non mi è sembrato un male, che li si condivida o no. Mi è sembrato logico.  

Così ormai da un pezzo non mi danno più fastidio le bandiere spagnole alle finestre del mio paese quando ci sono i mondiali di calcio o che si intonino inni nelle più svariate occasioni. Ho cominciato a capirlo, sì, ma no a identificarmici. Allo stesso modo ho smesso di identificarmi con la causa indipendentista nel modo in cui lo facevo, pur comprendendo perfettamente che ci sia chi la difende.  

Sembra strano ma ho la sensazione di aver dovuto percorrere centinaia di chilometri, esprimermi in castigliano, catalano, tedesco, francese e inglese, per rendermi finalmente conto del fatto che se mi identifico con qualcosa, è con la mia via, con la mia gente, con la mia famiglia. Con la mia famiglia biologica, certo, ma anche con quella che ho scelto: quella sparsa per mezzo mondo e con cui comunico ogni giorno in diverse lingue, che vive in America, Francia, Germania, Austria, Olanda, Italia o Spagna. Whatever works!  

Questo articolo fa parte del dossier Identità Transfrontaliere promosso dalla redazione di Cafébabel di Berlino