Attentati a Parigi

Attentati a Parigi: social media e autogiustificazione

Articolo pubblicato il 16 novembre 2015
Articolo pubblicato il 16 novembre 2015

(Opinione) Siamo tutti impreparati quando si tratta di orrori simili. All'indomani degli attacchi a Parigi, i social media hanno reagito con emozione, spontaneità, ingenuità e giustificazioni. Chi ha il "monopolio" delle emozioni?

Questi sono tempi duri per la Francia, l’Europa e per il mondo intero. Ognuno di noi tenta di esprimere la propria compassione, scossa all’improvviso dall’allarmante vicinanza del terrorismo e dall’impatto del dramma che si è scatenato.

"Davor fliehen Flüchtlinge", lamenta un cartello fuori dall’ambasciata francese a Berlino: "Questo ciò da cui fuggono i rifugiati". Per l’Europa, il potere dello Stato islamico è abbondantemente chiaro. Alla televisione tedesca, un esperto di terrorismo ha affermato che «ora gli europei devono essere preparati al fatto che un terrorista possa semplicemente farsi esplodere in metropolitana».

Questo lo sappiamo. Conosciamo questi atti di crudeltà, questa sete di potere e questo desiderio di diffondere paura, lo stesso incubo dal quale milioni di persone stanno scappando. Nei Paesi dell'Unione europea, siamo privilegiati, viviamo sotto in democrazia e, per la maggior parte di noi, in una pacifica convivenza l’uno con l’altro.

Attacchi terroristici. Reazioni umane

Vediamo le immagini di finestre crivellate dai proiettili, sentiamo il boato delle bombe e ci commoviamo alla vista dei cadaveri in mezzo alla strada.

Quando viviamo in uno Stato "socialmente stabile", eventi come questi servono solamente da promemoria per ricordarci che simili orrori sono davvero possibili. Comprendiamo quanto siamo fortunati a vivere in una società che funziona.

Ecco perché alcuni degli hashtag come #PrayForParis, o altre espressioni di compassione presenti su tutti i social media, restano come un groppo in gola. Scriviamo su Facebook, Twitter, o Tumblr che i nostri pensieri vanno ai parigini, a tutti quelli che hanno perso la vita insensatamente, e ai loro cari. I nostri pensieri si soffermano su questa tragedia incomprensibile.

Impotenti e sopraffatti davanti alla morte e distruzione

Poi arrivano i cinici: «E le vittime in Beirut, o in Siria e in Libia?» rispondono a tono.

Ogni vita innocente persa è un duro colpo, non importa da dove la vittima provenga. Tuttavia non è una sorpresa che siamo più preoccupati del terrorismo che avvertiamo pericolosamente vicino al nostro quotidiano, rispetto a quegli attacchi che avvengono dall’altra parte del mondo. Ricordiamoci che ci sono organizzazioni là fuori che sono pronte a sacrificare la vita dei loro membri con lo scopo di diffondere paura. Ora tutto questo sta accadendo nelle nostre immediate vicinanze, laddove tutto ci pareva roseo.

Eppure, mentre cerchiamo di esprimere la nostra impotenza in parole (e nel 2015 abbiamo infinite piattaforme su cui farlo), i social media si dividono. Queste piattaforme mettono in relazione le persone, insieme con le loro idee. Quando molti esprimono la loro solidarietà per le vittime con uno status o cambiando la foto del proprio profilo, ciò causa una nuova forma di polemica.

Facebook e il tricolore

Da sabato, Facebook sta offrendo ai suoi utenti l’opportunità di colorare la foto profilo con il tricolore francese rosso, bianco e blu. In molti hanno scelto di farlo. Ventitré ore dopo gli attacchi, mi sono connessa a Facebook e la prima notifica che ho ricevuto riguardava tutti quelli che avevano attivato questa opzione, malgrado tutti riconosciamo che una foto decorata con la bandiera francese non possa certo guarire le ferite di Parigi. Il post successivo che ho visto parlava dell’ipocrisia degli europei, che sono più inorriditi di fronte alle vittime francesi, ma non riservano gli stessi sentimenti per le vittime a Beirut o in Siria.

Le persone muoiono ogni giorno in questo mondo ingiusto e crudele, e il terrorismo resta un'assurdità, in qualsiasi continente ci troviamo. È umano piangere la morte di ogni uomo, donna o bambino. È anche logico essere più toccati dagli orrori che accadono appena fuori la nostra porta. Nessuno può gestire questo livello di atrocità con assoluta razionalità. La nostra reazione è umana, emotiva, molti di noi sono stati a Parigi, possono ricordare se stessi vagare allegramente lungo le strade della città. Anche coloro che hanno visitato la Siria possono fare lo stesso, ma rappresentano un sentire comune e una esperienza meno diffusi in Europa.

Soffriamo a fianco dei francesi, vediamo il loro dolore, che è iniziato quest'anno con la tragedia di Charlie Hebdo e al supermercato Hyper-Cacher a gennaio, e ora si ripresenta un’altra volta con la tragedia del 13 novembre. Reagiamo alla loro sofferenza perché potrebbe facilmente essere la nostra. Parigi potrebbe facilmente essere Vienna o Londra.

Alla fine dei conti non importa

Il dibattito a proposito dell'espressione dei propri pensieri, di chi sia più virtuoso o più politicamente corretto, è totalmente irrilevante. Questa settimana, 129 persone in Francia hanno perso la loro vita per mano del terrorismo. Oltre 40 sono morte a Beirut. In Siria il bilancio delle vittime continua a sfidare le stime.

Piangiamo con quelli che hanno perso i loro cari, persone innocenti sono state uccise o altre hanno visto e sentito i kalashnikov sparare a pochi metri di distanza.

Abbassiamo la maschera, per coloro che vogliono dimostrarsi intelligenti, e sforziamoci di andare incontro a tutti questi social network con un sentimento di umanità, poco importa quanto superficiale possa sembrare. Dopo tutto non siamo niente di più che esseri umani.