Xenofemminismo: Lasciamo sbocciare cento sessualità!

Articolo pubblicato il 27 aprile 2016
Articolo pubblicato il 27 aprile 2016

Attenzione, questo articolo non è stato ancora editato, né pubblicato in alcun gruppo

La realtà odierna si evolve alla velocità di Windows 10, bombardandoci ogni giorno con milioni di aggiornamenti. Per controllare le nostre menti, si potrebbe precisare. Forse, a volte. Ma alcune novità servono a scuotere la società, assopita nei suoi schemi obsoleti. Un nuovo upgrade è appena comparso in Windows Femminismo. Ed è probabile che apporti grandi cambiamenti ai nostri drive.

Prima domanda: cos'è Laboria Cuboniks?

Cercate informazioni online sullo xenofemminismo e inevitabilmente approderete su un sito misterioso, colorato e non particolarmente adatto a chi soffre di epilessia: Laboria Cuboniks. È un qualche tipo di laboratorio? Il mio cervello cerca subito un collegamento. Beh, solo in un certo senso. Laboria Cuboniks, anagramma dello pseudonimo Nicolas Bourbaki, è un collettivo di sei donne che hanno creato la teoria dello xenofemminismo.

«Ci siamo conosciute ad una conferenza, a Berlino», spiega Helen Hester, una delle succitate fondatrici, che ho incontrato a Londra. «Tra di noi avevamo artiste, scienziate, archeologhe e anche un’addetta alla sicurezza. Da allora, il progetto ha continuato a svilupparsi online. Dapprima abbiamo stilato il nostro manifesto, e ora stiamo lavorando a un libro.»

Helen è devota ai Gender Studies sin dagli inizi della sua carriera accademica. Al momento, è docente alla University of West London e tratta di identità sessuale nel contesto mediatico e di uguaglianza di gender (o dell'assenza di essa). Dopo due minuti di conversazione, non ho dubbi sul suo entusiasmo nel condividere la propria energia con gli studenti.

Seconda domanda: cos’è lo xenofemminismo?

Se dobbiamo credere a ciò che dice Internet, lo xenofemminismo è una branca dell’accelerazionismo, una teoria futuristica che annuncia la fine del capitalismo e incoraggia la politica di sinistra a consolidarsi a un livello globale, per giungere a un futuro post-capitalistico in cui il lavoro non sia necessario.

Hanno ragione? Lo xenofemminismo è davvero un accelerazionismo femminista?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo brevemente tornare a Berlino, la culla del movimento. Helen spiega: «Nel corso di una di queste discussioni aperte, abbiamo chiesto: “Cosa c’è nell’accelerazionismo di sinistra che possa essere elevato in femminismo? Come apparirebbe un accelerazionismo femminista? Cosa potrebbe imparare l’accelerazionismo di sinistra dal femminismo?”. Quindi, piuttosto che una branca di esso, direi che lo xenofemminismo è nato da un dialogo con l’accelerazionismo.

Le madri del movimento lo descrivono come una forma di femminismo tecno-materialista, antinaturalista e abolizionista del gender. Troppo da digerire tutto insieme? Lasciate che lo decifri per voi.

Lo xenofemminismo è tecno-materialista perché, come l’accelerazionismo, afferma criticamente che le tecnologie moderne non siano intrinsecamente benefiche, per via di ciò che sta dietro alla loro progettazione, dell’infrastruttura esistente da cui emergono, nonché degli squilibri su chi possa avervi accesso. «Lo xenofemminismo dibatte su come le tecnologie esistenti possano essere riproposte per essere più utili alla società e, soprattutto, non essere usate come strumento di discriminazione di genere», spiega Helen.

Lo xenofemminismo è anche antinaturalista nel senso che si oppone al determinismo della natura nel contesto politico. Helen prosegue: «Chiunque sia stato giudicato “contronatura” in nome delle normative biologiche regnanti, chiunque abbia sperimentato ingiustizie nel nome dell’ordine naturale, realizzerà che la glorificazione della “natura” non ha nulla da offrirci.» Lo xenofemminismo afferma che la biologia non è destino.

Allo stesso modo, nemmeno il genere in cui si è nati definisce il proprio fato. Le xenofemministe non si schierano semplicemente per un’uguaglianza di genere; si spingono fino ad essere “abolizioniste del gender”. Questo non significa che vogliano cancellare il genere latu sensu, ma combattere piuttosto le limitazioni che esso impone. «Invece di eliminare le differenze tra i generi, vogliamo che esse proliferino. Lasciamo che cento sessualità differenti fioriscano!», dichiara Helen.

Terza domanda: la natura è ingiusta?

«Lasciamo che cento sessualità differenti fioriscano»? Chiedo a Helen di elaborare questo frammento del manifesto che ha contribuito a scrivere. Ho bisogno di cogliere meglio gli aspetti antinaturalisti del movimento. La mia prima domanda: cosa è esattamente la “pirateria di genere”?

«Hai letto Testo Junkie di Paul B. Preciado?», mi chiede Helen.

Dal suo entusiasmo capisco che avrei dovuto. «Preciado identifica l’antagonista come qualcuno che vuole diventare un’altra persona quindi, attraverso la sperimentazione, gioca con il testosterone per vedere come esso influenzi la soggettività e le identità. Questo è stato il nostro punto di partenza.»

Come le xenofemministe sottolineano, solo un pieno accesso agli ormoni garantisce una reale libertà nel prendere le decisioni su se stessi, sul proprio corpo e identità. Oggi, l’accesso agli ormoni è protetto da una moltitudine di regolamentazioni legali (e morali). «Quello che ci interessa, come collettivo, è come possiamo aggirare tali regole», spiega Helen. Si tratta di una promozione attraverso la proliferazione di piattaforme open source e la diffusione di conoscenze di endocrinologia.

Oggigiorno, gli ormoni sono ampiamente disponibili sul lato oscuro del web, farmacie online e mercato nero. E per quanto riguarda il fai-da-te endocrinologico, grazie alle piattaforme open source sta diventando più semplice della media dei vostri esami di biologia.

«Sta già succedendo», conferma Helen. «Io ho cominciato con gruppi di auto-aiuto e ora le persone stanno gestendo i propri laboratori ormonali casalinghi. Il progetto Open Source Gendercodes ne è un esempio perfettamente calzante.»

Ma le xenofemministe chiedono di più. Secondo loro, a questa “pirateria di genere” dovrebbe essere permesso di emergere dal suo stato attuale di semi legalità alla profondità dell’intero web.

La domanda che ho dimenticato di fare: hai mai visto Sexmission?

Prima di conoscere Helen ho rispolverato la mia conoscenza dello xenofemminismo; pensavo che il movimento cercasse di stabilire una nuova Sexmission, come nella commedia cult polacca di Juliusz Machulski. I due protagonisti si svegliano dall’ibernazione in un’utopica società sotterranea composta da sole donne, dove l’unisessualità va a braccetto con un vertiginoso progresso tecnologico. Le abitanti si riproducono in vitro e, grazie al controllo genetico, possono mettere al mondo unicamente altre femmine. Un uso avanzato della tecnologia? Ce l’ho. Schiacciante limitazione imposta dalla natura? Ce l’ho. Abolizione del gender? Ce l’ho. Ma solo a prima vista. Innanzitutto, Copernico non era una donna, come dicono nel film. Lei era un uomo.

Un frammento del film Sexmission (Seksmisja). I protagonisti si svegliano in un mondo del tutto inaspettato.

Sexmission è la parodia di un regime totalitario. È la caricatura di un modello di organizzazione sociale ideale; mette in ridicolo le ambizioni di chi cerca di creare una tale utopia di progresso umano e, allo stesso tempo, espone la crudeltà che si genera quando l’essere umano è represso.

Lo xenofemminismo, a sua volta, indica chiaramente che il nostro oppressore è l’ordine sociale imposto, perché crea divisioni (basate su classe, razza e identità sessuale) e, attraverso di esse, le condizioni ideali per la discriminazione.

Inoltre, il nuovo modello di società proposto dalle xenofemministe non rispecchia la visione di uniformità presente in Sexmission; l’eliminazione degli uomini non è contemplata dal menù. Esse vogliono invece allargare il nostro repertorio di identità sessuali esistenti ad un centinaio di sessualità fiorenti.

Nemmeno nell’uso della tecnologia Sexmission è coerente con il manifesto xenofemminista. Secondo quest’ultimo infatti, l’applicazione della tecnologia dovrebbe evolversi dal suo essere imposto dall’alto, fruibile e benefico solo a pochi, il che corrisponde al vero sia nel film che nella realtà.

Il movimento vuole che i ruoli si ribaltino e la tecnologia venga democratizzata, in modo da essere accessibile a chiunque.

Non esiste, pertanto, alcun collegamento diretto tra xenofemminismo e Sexmission.

Che grosso errore è stato scavare così in profondità nella fantascienza polacca degli anni ’80! E che grande idea è stata invece quella di confrontare le mie arrugginite fonti culturali con la realtà.

Una realtà ad alta velocità, infarcita di nuovi aggiornamenti.

Speriamo che sia un buon punto di partenza per un nuovo femminismo che liberi il prefisso “xeno” dal regno della connotazione negativa in cui si trova.