Wurstel, formaggio, giustizia e povertà: una storia all'italiana

Articolo pubblicato il 26 maggio 2016
Articolo pubblicato il 26 maggio 2016

(Opinione) "Rubare per fame non è reato", dice la Corte di Cassazione. Il problema è che ci sono voluti 5 anni per giudicare un furto di wurstel e formaggio, ma poco o nulla viene fatto per limitare il bisogno di rubare per fame o bisogno. Giustizia e povertà: un caso all'italiana.

Il fatto

Roman Ostriakov, ragazzo ucraino senza fissa dimora, viene fermato in un supermercato di Genova nel 2011. L'accusa? Furto di wurstel e formaggio, per un valore totale del colpo di circa 4 euro. Il clochard viene quindi denunciato, processato e condannato per furto. La legge italiana prevede una pena di un anno di reclusione, sostituibile da una multa fino a 206 euro nel caso in cui il furto sia stato commesso per provvedere ad un "grave ed urgente bisogno", pertanto il ragazzo viene condannato in primo e secondo grado da Tribunale e Corte d'Appello di Genova. Perché nel parliamo nel 2016? Perché dopo "solo" 5 anni è stato accolto il ricorso di un volenteroso procuratore generale, il quale aveva chiesto alla Corte di Cassazione di attenuare la pena del ragazzo. Non si sarebbe trattato di furto ma di tentato furto, in ragione del fatto che il ragazzo è stato bloccato ben prima che potesse lasciare il supermercato con il "ricco" bottino. Niente di nuovo sul fronte velocità della giustizia italiana, ma non finisce qui. La Cassazione ha annullato la sentenza del tribunale di Genova, assolvendo Roman perché «la condizione dell’imputato e le circostanze in cui è avvenuto l’impossessamento della merce dimostrano che egli si impossessò di quel poco cibo per far fronte a un’immediata e imprenscindibile esigenza di alimentarsi, agendo quindi in stato di necessità». In altre parole il furto per fame non è reato, e questo episodio crea inevitabilmente un precedente.

L'episodio in sé apre comunque una riflessione in merito a due particolari "problemi" che in qualche modo si legano tra loro, anche se non in maniera immediata. Il primo, come già evidenziato, riguarda i tempi biblici necessari alla giustizia italiana per muoversi. Il secondo, di meno immediata comprensione, porta alla luce il dato riguardante il tasso di povertà in Italia, in particolare di quella "importata" dall'estero. Ma andiamo con ordine.

La "celere" giustizia italiana

Effettivamente la velocità del giudizio non è stata propriamente da Guinness: più di 5 anni per un furto del valore di 4 euro. Molto probabilmente non è il caso giudiziario più urgente in Italia in questo momento, ma basta dare un’occhiata alle classifiche europee sull’efficienza dei vari sistemi giudiziari per capire che la storia di Roman è semplicemente la cartina tornasole di una situazione quantomeno preoccupante. Anche nel 2015 il rapporto della Commissione europea per l’efficienza della giustizia (Cepej) mostra un’Italia che arranca negli ultimi posti quanto ad efficienza e celerità del sistema giudiziario. E se quest’anno il report si concentrava sulla giustizia amministrativa, non è andato meglio quello del 2014 quando in esame c’era quella penale. Un sistema di contraddizioni, che non è stato in grado di tutelare la parte lesa (un’impresa privata che non ha avuto risposte definitive in tempi brevi su un danno subito) e nemmeno l’imputato (5 anni per arrivare a definire uno stato di bisogno). In pratica un processo dove il colpevole è il giudice, o meglio il sistema giudiziario stesso.

La povertà che c'è ma non si vede (più o meno)

Verrà da dire: cosa c’entra questo con la povertà in Italia? I due argomenti sono più correlati di quel che si potrebbe pensare, perché lo stesso rapporto Cepej ha sottolineato l’importanza che ha un sistema giudiziario efficiente nella crescita del paese in cui opera. In poche parole: se funziona la giustizia (e lo fa in tempi rapidi), le imprese si sentono tutelate e quindi generano maggiori investimenti e maggiori posti di lavoro. E forse meno necessità di furti per fame. Ecco la connessione. La curiosità poi porta inevitabilmente a chiedersi se siamo davvero così poveri in Italia. L’Istat conta 1 milione e 470 mila famiglie sotto il tasso di povertà: 4 milioni e 102 mila persone (il 6,8% della popolazione) per la precisione, con ampie disparità tra Nord e Sud. Questi numeri si collegano anche al caso di Roman, poiché più del 23% delle famiglie straniere che risiedono in Italia risultano vivere sotto la soglia di povertà. Esattamente quelle famiglie che arriverebbero in Italia a togliere il lavoro a quelle italiane. A ben vedere risulta che un quarto di queste è in grado di levare ben poco agli italiani.

Proviamo a tirare le somme. Rubare per fame in Italia non è reato. Per capirlo però ci sono voluti 5 anni, cosa che sicuramente non aiuta il sistema economico a fare in modo che non serva rubare per mangiare. Il discorso è semplicistico, è vero, ma la realtà non mostra molto di meglio. E non nasce dal desiderio di "essere all'opposizione a tutti i costi", quanto dalla convinzione che il cambiamento possa nascere esclusivamente dalla denuncia di cosa non va. In questo caso di un paese in cui si riesce a riconoscere lo stato di necessità, ma non a limitarlo. Però magari un piccolo passo avanti è stato fatto.