Whistleblowers: Rudolf Elmer, l'Inside Man (2/2)

Articolo pubblicato il 06 maggio 2016
Articolo pubblicato il 06 maggio 2016

Revisore dei conti, impiegato di livello nella più grande banca svizzera di gestione titoli e poi direttore alle Mauritius… Nulla obbligava Rudolf Elmer a mandare tutto all’aria. Eppure nel 2009 l’ex banchiere intraprende insieme a Wikileaks una feroce crociata contro la sua ex azienda. Da allora è diventato "l’uomo che voleva distruggere il segreto bancario".

«Cari giornalisti, noi media non siamo molto amati dagli amici dei whistleblower». Così titolava lo scorso 14 marzo il media francese indipendente Rue89, denunciando le frequenti imprudenze della stampa che, tradendo il precetto sacro di "protezione delle fonti" mettono in pericolo gli informatori.

In effetti il fisco e la giustizia prima, i media poi, ne hanno fatte passare di tutti i colori a Rudolf Elmer. David Leloup, il regista del documentario A Leak in Paradise sulla crociata di Elmer contro il segreto bancario, testimonia: «È interessante vedere come a partire dallo stesso CD i giornalisti svizzeri non scrivono affatto la stessa storia del Guardian, e questo viene chiaramente mostrato nel documentario. L’informazione, per i media elvetici, era un "furto di dati alla banca Julius Bär" (la banca in cui lavorava Elmer, n.d.r.). Per il Guardian tutto questo invece suonava più come: clienti importanti, politici e militari che, intendendosela con narcotrafficanti messicani, sono in possesso di trust segreti alle isole Cayman». Inoltre, «(Rudolf Elmer) è stato incriminato sin dal principio. I giornalisti hanno raccontato ciò che la banca ha detto a Rudolf per difendersi, che era un disturbato mentale, che non era sano di mente, ed essi hanno riportato la storia tale e quale, senza neanche mettere le virgolette. Questo la dice lunga sulla deontologia dei media!».

L’urgenza della protezione degli informatori

Nonostante le molestie, i mesi di reclusione, l’eccessivo linciaggio mediatico e la preoccupante condizione fisica e psichica che ne è conseguita, Rudolf Elmer relativizza: «Il modo in cui tutti mi hanno trattato è significativo, manda anche un messaggio alla società. Sono tra coloro che rientra nel paese, che torna in Svizzera quando sarei potuto restare all’estero, ma mi piace provocarli, metterli con le spalle al muro. Reagendo in questo modo essi mi permettono paradossalmente di trasmettere e diffondere il mio messaggio!».

Il sacrificio dei whistleblower sarebbe quindi la conditio sine qua non per la presa di coscienza degli abusi e la loro abolizione? Nel suo caso particolare, Elmer rivendica un «bisogno di regole di cui, ad oggi, non si dispone ancora. In Svizzera o in Europa che sia».

«Ci sono sempre queste persone che sanno, le quali tuttavia non dicono nulla per paura delle conseguenze. E hanno ragione ad aver timore, le ripercussioni sono spesso di una violenza estrema».

In ognuna delle recenti vicende di corruzione, dallo scandalo Volkswagen a quello FIFA, senza dimenticare i Panama Papers, se gli insider avessero avuto una protezione avrebbero potuto informare e denunciare ben prima. Ma «nell’Unione Europea non esiste alcuna direttiva specifica che miri a proteggere gli informatori» afferma il regista. Nonostante ciò Transarency International, tra gli altri, ha lavorato minuziosamente alla formulazione di linee guida precise. «Al momento mi sembrano essere i più vicini», aggiunge Leloup. «Al massimo credo che la direttiva europea possa essere scritta in una giornata riprendendo queste linee guida, aggiustandole appena. Anche leggendo con attenzione il Whistle Blower Protection Act del Regno Unito: è la prima vera legge europea che protegge gli informatori, riconosciuta da tutte le associazioni che si interessano all’argomento».

Mostrarsi a volto scoperto è importante

Da parte sua ed in seguito alle sue disavventure, Rudolf Elmer raccomanda il costituirsi di «una specie di consiglio di universitari, di specialisti ai quali indirizzarsi a titolo di whistleblower, sapendo a chi ci si rivolge e a cui parlare senza temere ripercussioni. Nel mio caso ci sono stati dei clienti dei quali non era giusto rivelare le informazioni. C’è bisogno di qualcuno super partes che analizzi le informazioni, degli esperti che siano moralmente "integri". Ovviamente dovrebbero essere eletti, ma non so ancora da chi, se direttamente dal popolo o per suffragio indiretto…». La regola generale vorrebbe i giornalisti come primi interlocutori degli informatori. David Leloup, lui stesso giornalista, pensa che siano «un buon filtro perché generalmente un giornalista integro scrive per l’interesse della collettività. Ma allo stesso tempo deve poter analizzare la situazione, i dati rivelati e vedere se è veramente pertinente e credibile». Nonostante questo status privilegiato, i giornalisti si ritrovano oggi il dito puntato contro per la loro mancanza di attenzione verso la sicurezza delle proprie fonti. Il mese scorso, a Berlino, la Logan Foundation e il centro di giornalismo investigativo CIJ hanno organizzato il congresso Logan Symposium. I grandi nomi del giornalismo investigativo hanno utilizzato questa importante piattaforma per denunciare il pericolo che corrono i whistleblower, ed hanno richiamato all'attenzione la questione della loro protezione. Jacob Appelbaum, il giornalista all’origine della rivelazione sulle intercettazioni di Angela Merkel da parte dell’NSA nel 2013, si dichiara abbastanza rammaricato dell’etichetta di "cyberattivista" affibbiata a certi informatori. Etichetta che di fatto li esclude dall’ambiente giornalistico e della protezione (seppur minima e fragile) che ne deriva, facendo «correre (loro) il rischio di essere incarcerati». E questo prove alla mano: Julian Assange e Edward Snowden erano presenti sul banco degli imputati solo «attraverso un computer su un tavolo» in ragione del loro status e della loro vulnerabilità.

Secondo Elmer, di fronte a questa situazione «è indispensabile che i whistleblower, quelli veri, vengano protetti, vale a dire che possano mostrarsi in pubblico a volto scoperto. Oggi si parla di questa necessità, ma non succede niente. È quello che in inglese viene descritto con l’espressione: "We talk about it but we don’t walk" (Se ne parla senza in realtà parlarne, n.d.r)».

Trailer in inglese di "A Leak In Paradise".

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Leggete qui la prima parte dell'articolo dedicato a Rudolf Elmer.

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Questo articolo fa parte di una serie di ritratti dedicati ai whistleblower europei. Seguite questi ritratti per conoscere gli uomini dell'ombra che gettano luce sulle grosse fughe di notizie delle nostre società.

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Pubblicato dalla redazione locale di cafébabel Bruxelles