"What the fuck France?": la comicità bilingue di Paul Taylor

Articolo pubblicato il 13 ottobre 2016
Articolo pubblicato il 13 ottobre 2016

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Nel 2015, l'expat britannico Paul Taylor decide di licenziarsi da Apple per dedicarsi a tempo pieno al sogno di diventare un comico a Parigi. Un anno dopo (e un video virale sul curioso uso de "la bise"), sta girando una serie TV con Canal+  che prende in giro le stranezze della vita in Francia.

cafébabel: Sono sette anni che vivi a Parigi: come mai hai scelto di vivere in Francia?

Paul Taylor: E' una lunga storia, ma ti faccio un riassunto: sono nato in Regno Unito, a due anni mi sono trasferito a Ginevra, poi in Francia quando avevo quattro anni, poi di nuovo in Regno Unito, a Madrid a 14 anni e infine sono ritornato in Regno Unito a 16 anni.

Ho studiato francese e spagnolo alla Queen Mary University e per il mio anno all'estero obbligatorio ho scelto di passare otto mesi in Canada e i restanti quattro in Australia. A vent'anni avevo iniziato a lavorare part-time in un negozio Apple a Londra, e ho continuato a Montréal e a Sydney. Quando finii l'università annunciarono che stavano aprendo nuovi negozi in Francia, così decisi di venire qui per lavorare. Per caso, durante l'ultimo anno di università avevo incontrato una ragazza di Parigi (che ora è la mia fidanzata); lei pensa che mi sia trasferito per amore, ma in realtà è stato per Apple.

cafébabel: Sei cresciuto da vero cosmopolita!

Paul Taylor: Sono sempre stato quello straniero, anche quando ero a casa in Regno Unito; mi chiamavano "il francese" o "lo spagnolo" ogni volta che ritornavo.

cafébabel: Il tempo passato all'estero ti ha aiutato a sviluppare il tuo particolare talento per le lingue?

Paul Taylor: Quando mi chiedono come mai parlo francese così bene, rispondo che da bambino ho passato qui cinque anni, al che tutti fanno "Ah, ecco perché!". Ma credo che questo sia solo il 20% della ragione: sono così bravo con gli accenti perché mia mamma è irlandese, mio papà inglese, e ho frequentato una scuola internazionale americana in un paese francofono. Parlavo bene francese, ma non tanto quanto un bambino francese di 9 anni. Quando tornai in Inghilterra, però, di colpo ero al di sopra della media.

Mia mamma ha fatto in modo che io non mi dimenticassi il francese, invitando a casa ogni estate studenti francesi in scambio per farmi rimanere fluente. E poi semplicemente mi ha aiutato lo studio, fino alla laurea in francese e spagnolo. Ovviamente non sono altrettanto fluente in spagnolo, ma è abbastanza per far ridere la gente; ho fatto un paio di serate a Madrid e sono andate benone.

Sta tutto nel vivere la lingua, piuttosto che ascoltarla passivamente o vederla in TV. Questo è il motivo per cui un sacco di francesi che incontro parlano male inglese ma lo capiscono senza problemi; sono abituati a guardare film in inglese, ma non lo parlano con nessuno.

cafébabel: Pensi che ciò abbia a che fare col modo in cui le lingue sono insegnate? In Francia e in Regno Unito è spesso tutto molto mnemonico con risposte giuste e sbagliate.

Paul Taylor: La cosa peggiore da fare quando si insegna qualsiasi cosa ai bambini è dire loro: "No, questo è sbagliato". Quando seguii l'addestramento iniziale con Apple per essere un "creativo" (in pratica come insegnare al cliente ad usare il telefono), non ci era permesso indicargli lo schermo e dire: "Clicca qui, fai così", ma dovevi chiedere "Dove pensi di dover cliccare? Vedi qualcosa che ti potrebbe essere utile?"; ci incoraggiavano anche a non usare parole negative, per cui invece di dire "Non fare così", è meglio un "Ci sei quasi, prova di nuovo".

Fare uno spettacolo comico è un po' la stessa cosa, solo che invece di sentire "No, sbagli", hai il silenzio del pubblico. La differenza è che nessuno spettatore ti dice "Ci sei quasi, ma perché non provi in quest'altro modo?".

cafébabel: Da dove arriva la tua passione per la comicità? Un giorno hai avuto una rivelazione e hai piantato tutto?

Paul Taylor: E' stata una rivelazione maturata nel tempo. Tutto è iniziato nell'ottobre del 2011 con la morte di Steve Jobs. Lessi la sua biografia e iniziai a interrogarmi seriamente sulla mia vita. Avevo 24 anni, e alla mia stessa età Jobs era già arrivato molto più lontano di me: lavoravo per ciò che lui aveva creato! Sarei potuto restare a lavorare per Apple per tutta la mia vita, e mi immaginavo sessantenne a ripercorrere la mia vita e rimpiangere che non ci avessi nemmeno provato. Un Natale ho avuto due settimane di vacanza e ho guardato DVD di stand-up comedy ogni giorno. Mi ricordai di quanto mi piaceva guardarla e di volerci provare: è così che mi sono deciso.

Avevo partecipato a  qualche open-mic a Londra prima di trasferirmi in Francia. Una delle prime cose che ho fatto appena arrivato a Parigi è stata andare a trovare il mio amico e comico americano Sebastian Marx. Gli chiesi come poter cominciare, e lui mi disse che bastava che gli mandassi un'e-mail. Ci ho messo tre anni per scrivergli.

Quei tre anni mi sembrarono sei mesi, perché lavoravo tantissimo. Anche se mi piaceva, il 100% del mio tempo e delle mie capacità mentali erano dedicate al lavoro. Decisi che era tempo di rallentare, così nel gennaio 2013 il mio proposito dell'anno nuovo è stato di provare a tornare sul palco. Per un paio d'anni mi sono esibito in media una volta a settimana, arrivando ad uno stadio in cui mi sentivo abbastanza sicuro di me da poter veramente fare qualcosa, ma non stavo a Parigi abbastanza. Il lavoro mi mandava in giro per il mondo ed ero a casa solo sei mesi all'anno. L'unico modo per ottenere dei risultati con la comicità è di farlo a tempo pieno, così nel maggio scorso mi sono licenziato da Apple.

cafébabel: Quali comici hai guardato durante quella abbuffata natalizia?

Paul Taylor: Un sacco di comici inglesi. Lee Evans era sempre uno dei miei preferiti quando ero all'università, ma ho anche guardato Jack Dee, Michael McIntyre...un po' di tutti quelli che erano famosi in Regno Unito in quegli anni.

cafébabel: Ha funzionato un po' come un periodo di ricerca per capire quale fosse il tuo stile?

Paul Taylor: È stato più per proiettarmi sul palco, mettermi in quei panni. Ascoltavo le battute e pensavo "non sembra così difficile... Se questo è tutto quello che ci vuole per riempire uno stadio, penso che ce la posso fare".

Inconsciamente, penso anche che stavo cercando di capire quali battute mi facessero ridere di più. In quanto comico, finisci per raccontare le battute che ti fanno ridere, e per me sono le persone che si arrabbiano senza motivo. Mi ricordo che all'università delle volte eravamo seduti intorno ad un tavolo e io iniziavo a lamentarmi, ed era allora che la gente iniziava a ridere di me. E' stato detto milioni di volte: non sei tu a scegliere il tuo stile comico, è lo stile a scegliere te.

cafébabel: Il tuo show è bilingue, metà in inglese, metà in francese, e hai detto che ti cronometri per poter avere la divisione più esatta possibile. Hai mai pensato di fare uno spettacolo interamente in una sola lingua?

Paul Taylor: Il modo di fare comicità in Francia è molto diverso. In Inghilterra c'è una rete di comedy club in cui si viene pagati per fare spettacoli di 20 minuti a serata; puoi girare il paese in questo modo e guadagnare una somma decente, mentre in Francia, per guadagnare qualcosa, devi fare spettacoli da un'ora.

Sono stato a vedere Sebastian Marx, ha fatto uno show di un'ora in inglese e poi ha rifatto praticamente lo stesso spettacolo in francese. Ho preso in considerazione questa soluzione, ma volevo fare qualcosa che nessun'altro faceva, avere due lingue nello stesso show. E poi non avevo un'ora intera di battute in una sola lingua! Alcune mie battute funzionano solo in inglese e altre solo in francese, per cui ho pensato "perché non combinare le due e vedere cosa succede?"

cafébabel: Pensi che ci sia una differenza fondamentale fra lo humour inglese e quello francese?

Paul Taylor: Lo humour francese è molto politico, mentre in Inghilterra è più sul prendersi in giro. Anche lo stile è molto diverso: in Regno Unito la stand-up comedy è la piattaforma principale, mentre in Francia già al di fuori di Parigi non è una cosa conosciuta. Qui vanno molto  gli one-man show, ma si tratta di interpretare personaggi, non di raccontare il mondo dal proprio punto di vista. Quando Gad Elmaleh fa il vecchio con la sigaretta, non è se stesso, ma un personaggio. Anche lui ora sta iniziando a fare più di quella che io chiamerei stand-up comedy inglese, un "questo sono io, ed è così che vedo il mondo".

cafébabel: E' un po' come se stesse avvenendo uno scambio culturale.

Paul Taylor: Certo. Molti siti web francesi stanno riproponendo vecchie routine, cose di americani come Chris Rock e Louis CK, e la gente inizia ad interessarsi. Fino a qualche anno fa avevo l'impressione che la stand-up comedy fosse vista come una forma di intrattenimento inferiore, non abbastanza importante come il teatro o gli one-man show. "Non c'è arte, è solo uno che chiacchiera con gli amici". Se lo facciamo bene è proprio così che dovrebbe essere, ma ci vuole molto tempo per arrivare a quel livello.

cafébabel: Ora si dice che i comici siano le nuove rock star.

Paul Taylor: Il Regno Unito sta per raggiungere il punto di saturazione, ce ne sono quasi troppi. Sembra che ci siano 15 o 20 tizi che se ne vanno in giro per il paese fra spettacoli negli stadi, giochi televisivi e sit-com.

cafébabel: Raggiungerà mai il punto di saturazione in Francia?

Paul Taylor: Forse. Come fenomeno è ancora giovane qui in Francia, ma mi piace far parte di questa prima ondata.

cafébabel: Sei passato dal cavalcare la prima onda della "vera" stand-up comedy francese a conquistare YouTube. Come ti sei sentito nel vedere il tuo video su "La Bise" diventare virale?

Paul Taylor: E' stato molto strano. In realtà quella era una delle mie prime routine sul palco, l'ho solo lavorata e migliorata il più possibile. Un mio amico che organizza la French Fried Comedy Night ha suggerito di fare un video per promuovere lo spettacolo. Io ero contrario, in parte perché non volevo "bruciare" quella routine: se sei negli Stati Uniti o in Regno Unito, e una parte del tuo spettacolo finisce su Internet, non lo puoi più usare. Ma ho imparato che qui vale l'inverso, il pubblico viene apposta per vedere dal vivo la routine del video.

Penso che forse il tempismo sia stato fortunato; a novembre c'è stato l'attentato al Bataclan, per cui penso che la gente avesse bisogno di ricominciare a ridere della propria cultura. Il mio telefono non smetteva di suonare, i più disparati canali televisivi mi chiedevano interviste. E' in quel periodo che Canal+ mi ha contattato e mi ha detto che gli piaceva l'idea e voleva farne una serie.

cafébabel: Gli argomenti di "What the fuck France" sono presi dalla tua routine?

Paul Taylor: No, sono tutti scritti apposta per la serie. Avrei potuto trasformare tutto il mio show di un'ora in tanti sketch da 3 minuti, ma non voglio che sia una replica. Ci potrebbe essere una battuta qua e là, ma è tutto scritto in modo diverso. In origine gli scherzi erano pensati per un pubblico di expat: ho provato a scrivere sul dilemma del chiamare la gente "tu" o "vous", cosa che i francesi non capiscono, per lori non è un problema. Così abbiamo riscritto le battute pensando al pubblico francese, ma allo stesso tempo cercando di attrarre il pubblico internazionale.

cafébabel: Come riesci a trovare il giusto equilibrio nello scrivere sketch che siano divertenti per un pubblico così vario?

Paul Taylor: Quando ci mettiamo a raccogliere le idee per un episodio è sempre un lavoro di gruppo. Lavoriamo con inglesi e francesi, e ogni volta che un expat  suggerisce qualcosa chiedo ai francesi se per loro ha senso.

cafébael: Hai mai nostalgia di casa? Pensi che arriverà il giorno in cui vorrai tornare in Inghilterra?

Paul Taylor: Se la Gran Bretagna rimane così com'è per i prossimi 20 o 30 anni, non credo che ci tornerò. Ma chi lo sa cosa potrebbe avvenire politicamente?

cafébabel: Che aria tirava in Francia mentre in Regno Unito c'era il referendum sulla Brexit?

Paul Taylor: Onestamente, credo che alla Francia non sia veramente importato del referendum se non dopo il voto. Non era mai fra gli argomenti di conversazione, non mi è stato mai chiesto come avrei votato. Poi per due settimane ad ogni serata a cui andavo tutti i comici francesi mi chiedevano "Alors, le Brexit?": ha fatto notizia forse per un mese dal voto, e ora è passato. Penso che se chiedessi ora, molti francesi ti direbbero che siamo già usciti. E' la stessa cosa per le elezioni presidenziali statunitensi: fra sei mesi non importerà più a nessuno.

cafébabel: in quanto persona che ha vissuto in così tanti paesi, cosa ne pensi del commento di Theresa May che "se sei un cittadino del mondo, sei un cittadino di nessun posto"?

Paul Taylor: E' come dire "se bevi la birra, devi scegliere un solo tipo di birra". Ti possono piacere Guinness e Carlsberg. Sono d'accordo che se si sceglie una meta, ci si dovrebbe integrare, non rimanere chiusi nella propria comunità come fanno gli inglesi nel sud della Spagna. Il nostro mondo sta diventando più piccolo, è più facile passare da un posto all'altro e le persone non smetteranno mai di spostarsi, per cui penso che dovremmo essere liberi di scegliere dove vivere.