"We are journalists": essere giornalisti in Iran oggi

Articolo pubblicato il 27 aprile 2016
Articolo pubblicato il 27 aprile 2016

Lo scorso ottobre al Festival Internazionale di Ferrara il giornalista e regista iraniano Ahmad Jalali Farahani ha presentato la sua denuncia contro la rappresaglia nei confronti dei giornalisti in Iran tramite il suo documentario "We Are Journalists". Abbiamo incontrato il regista per parlare del suo lavoro.

L'oppressione dei giornalisti in Iran è cominciata dopo la salita al potere di Mahmoud Ahmadinejad nel 2005, proseguendo dopo la sua vittoria contro Mir-Hossein Mousavi nel 2009. La vittoria è stata offuscata dalle accuse di brogli elettorali, che hanno portato a pesanti rivolte represse in maniera brutale dalle forze di sicurezza del Paese.

Il documentario di Farahani mostra lo stato di costante intimidazione in cui i giornalisti iraniani sono costretti a vivere, con il pericolo di essere arrestati, imprigionati, picchiati violentemente, torturati ed esiliati. Il regista stesso è stato vittima di tali violenze quando è stato imprigionato nel 2010. Dopo aver subito minacce egli è infatti migrato in Danimarca con la famiglia, e vive lì da allora.

Il regista, che ha anche esperienza di recitazione teatrale e cinematografica, non ha dubbi sul valore della libertà di parola e del giornalismo: «La libertà di parola è molto importante per la libertà del mondo intero, non solo per l'Iran e il Medio Oriente. We Are Journalists è un film sul significato del vero giornalismo. Ho perso il lavoro, il mio futuro. Il regime si è preso la mia casa e il mio conto in banca… si è preso tutto. Il motivo? Non potevo mentire a me stesso».

«Abbiamo due tipi di giornalismo in Iran, il giornalismo vero e quello "alla moda". In Iran se dici di essere un vero giornalista rischi la tortura, la prigione e l'isolamento». Più di 150 giornalisti hanno lasciato l'Iran nel 2009, ci spiega, e più di 300 hanno perso il lavoro. Il regime di Ahmadinejad ha bandito l'associazione iraniana dei giornalisti e dal 2009 molti quotidiani hanno chiuso i battenti.

Lo stato di repressione continua ancora sotto l'attuale governo di Hassan Rohani. Stando al censimento del Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ) del 2015 l'Iran è al terzo posto per numero di giornalisti incarcerati, in una lista che include l'Egitto, la Turchia, il Bahrain, l'Eritrea e l'Arabia Saudita. Uno dei punti di maggior forza del documentario è il fatto che che il regista non offra un punto di vista distaccato sulla repressione in atto, ma al contrario si proponga ad essere una testimonianza diretta interna al Paese.

Durante la nostra intervista Farahani cita Ahmad Zeidabadi, il primo giornalista esiliato in una regione remota dell'Iran dalla Rivoluzione del 1979. Più precisamente era stato esiliato a Gonabad, nella provincia nord-occidentale del Razavi Khorasan. Zeidabadi è un giornalista iraniano molto noto, arrestato nel giugno del 2009, subito dopo la rielezione di Ahmadinejad. Nel novembre dello stesso anno è stato condannato a «sei anni di prigione, cinque anni in esilio e al bando da qualsiasi attività politica e giornalistica,» come riportato da Reporter Senza Frontiere.

In seguito all'arresto di cinque giornalisti prima delle elezioni parlamentari dello scorso novembre, le Nazioni Unite hanno richiesto all'Iran di fermare la campagna intimidatoria nei confronti dei giornalisti nel paese. Durante lo stesso mese, Reyaneh Tabatabei, reporter e attivista politico, è stato condannato a un anno di carcere per aver «diffuso propaganda contro il regime».

La complessa struttura del potere all'interno della Repubblica Islamica è la chiave per comprendere le lotte che stanno avendo luogo nella classe dirigente del Paese.

Per quanto riguarda il contesto dello scenario politico iraniano, Farahani è critico nei confronti dell'atteggiamento occidentale: «I Paesi dell'Occidente, come il Regno Unito, sperano di riuscire ad appoggiare alcuni partiti moderati dell'Iran per poter cambiare la situazione politica del Paese. Non è una buona idea. Se i Paesi occidentali pensano di poter portare avanti i loro progetti in questo modo commettono uno sbaglio. I partiti politici riformisti e moderati in Iran non hanno potere, né denaro…» afferma Farahani.

Ad avvalorare questa teoria è l'esclusione dalla lista dei candidati per l'Assemblea degli Esperti in Iran, insieme ad altri candidati riformisti e moderati dell'ecclesiastico moderato Hassan Khomeini, nipote del fondatore della Repubblica Islamica.

Farahani sostiene che le organizzazioni esterne dovrebbero appoggiare gli attori interni al Paese: «I gruppi di pressione occidentali, come le ONG, dovrebbero ricordare che qualsiasi cambiamento dovrebbe venire dall'interno dell'Iran. Certo, dovrebbero aiutare i giornalisti iraniani anche al di fuori del Paese, ma dovrebbero avvicinarsi anche ai giornalisti e agli attivisti per i diritti umani che si trovano in Iran, spingendo i politici dei loro Paesi a discutere seriamente dei diritti umani e non solo degli accordi nucleari» ci dice Farahani.

«Il popolo iraniano è stanco della rivoluzione,» conclude. «Abbiamo visto cos'è successo in Siria, in Afghanistan, nello Yemen e in altri Paesi a noi vicini. Non mi interessa parlare con gli intellettuali dell'Occidente, voglio parlare con la popolazione media. Se il mondo vuole cambiare il comportamento del regime iraniano allora dovrebbe appoggiarci… perché noi siamo giornalisti».