Vuedu, quando la donna è creatività

Articolo pubblicato il 22 aprile 2016
Articolo pubblicato il 22 aprile 2016

In occasione del settantesimo anniversario del suffragio universale, cafébabel propone un ciclo di interviste in cui donne palermitane raccontano loro stesse attraverso l'impegno sociale, culturale e il rapporto instaurato con diversi ambienti della vita cittadina. Questa settimana abbiamo parlato con Daniela Vinciguerra, architetto divenuta stilista e fondatrice del marchio Vuedu

Ci troviamo nel cuore del centro storico di Palermo, a due passi dal Teatro Massimo. Veniamo accolti da Daniela Vinciguerra in quello che sembra essere un negozio di design. Dal disordine di stoffe su lunghi tavoli da lavoro, dalle forbici da sarta, metri da architetto, colori e cartamodelli appesi sulle grucce è evidente che non si tratta di un semplice negozio. Sulla parete compare la descrizione di Vuedu Factory: un luogo di incontro tra arte e tecnica dove poter entrare «per chiacchierare bevendo una tazza di the». Vuedu, ci racconta Daniela Vinciguerra, «è un'impresa sartoriale che coniuga l'interesse per il privato con quello per le aziende». Osserviamo diversi capi che per geometrie e storie attraggono la nostra attenzione. Uno tra tutti è la blusa "uovo" (must di Vuedu): questo capo d'abbigliamento nato nel 1900 venne pensato per le donne lavoratrici. Le linee sartoriali Vuedu sdoganano la figura della donna come sinonimo utopico di bellezza che deve rientrare in certi limiti e caratteri. Quello da cui Vuedu cerca di allontanarsi è la donna alla quale non è perdonato nulla, che deve svegliarsi con ore di anticipo al mattino per poter essere appetibile al pubblico, quasi come fosse sempre su un piedistallo. Daniela Vinciguerra ci invita a sedere al suo tavolo di lavoro per una piacevole chiacchierata.

cafébabel: Raccontaci Vuedu e la sua nascita.

Daniela Vinciguerra: L'incontro con la moda è stato casuale. Il marchio Vuedu nasce nel 2007, quando lavorando con complementi d'arredo legati al tessile le mie clienti mi chiedevano di realizzare dei capi d'abbigliamento con quelle stoffe. Mi sono resa conto che in un anno avevo venduto 5 librerie e 500 gonne. Tirate le somme è nata Vuedu. La parola Vuedu oltre ad essere acronimo del mio nome è anche una parola francese. Quando stavo pensando al nome non conoscevo il francese. Infatti inizialmente doveva chiamarsi Vu3du, ma specchiando quel tre diventava una vera parola: vu e du, visto e dovuto.

cafébabel: Appena entrati abbiamo subito visto "Il Manifesto della Donna Vuedu" dove, con anticonformismo e decisione, delinei la figura di un tipo. Quello che mi ha colpita è la presenza unica di donne, dipendenti donne, abiti per donne, come se la donna fosse l'unico essere che debba risaltare. Nel Manifesto affermi che la donna non è femmina. Quindi, cosa vuol dire essere donna e cosa vuole dimostrare la donna?

Daniela Vinciguerra: Il fatto che io sia circondata da donne non è una scelta, ma un caso. Le donne che vestono Vuedu non sono perfette, ma sono donne grandi lavoratrici, spesso anche affermate. Sono creative ed è per loro che i nostri abiti sono pensati. Quando sono alla ricerca di ispirazione mi guardo attorno, cerco di capire che genere di donne sono le mie clienti, ma guardo anche me stessa. Che tipo di donna sono io? Faccio un po' di tutto, da commessa a stilista, da manager fino a magazziniere. Molto spesso somiglio più ad un camionista che a una stilista. I capi definiscono la donna, devono prendere una propria personalità e al contempo dire qualcosa di chi li indossa.

cafébabel: I tuoi capi divengono sinonimo di una donna che già esiste ed alla quale si pone una denominazione (donna Vuedu), oppure vogliono essere un esempio di donna ideale verso il quale tendere?

Daniela Vinciguerra: Solo un particolare tipo di donne ha il coraggio di scegliermi. Per indossare i miei abiti ci vuole coraggio, non perchè siano strani, ma perchè di certo non sono anonimi. C'è chi mi dice: «sei coraggiosa a lasciare i capelli bianchi,» come se riconoscesse un coraggio diverso da quello che considero io. I miei abiti non sono 'da pecora': la massa si muove verso altro ed i miei capi sono fuori dalla moda. Nonostante mi aggiorni e segua la moda, sono autonoma ed è questa la sicurezza di chi sceglie i miei capi: non essere omologati.

cafébabel: La tua formazione è avvenuta in Sicilia, regione che, più di altre, trattiene una tradizione legata all'artigianato. Tu sei un architetto, una donna di tecnica. In che modo l'artigianalità della Sicilia e i riferimenti tecnici che hai acquisito ti guidano nella creazione sartoriale?

Daniela Vinciguerra: La mia produzione è sempre affidata a mani esperte di sarte locali e le materie prime sono tutte italiane: sono i prodotti ad uscire dall'Italia. Il lavoro che svolgiamo è a metà tra la sartoria e l'industria. Si colloca in una nicchia particolare. Ci sembra di essere isolati da tutto il resto del mondo, ma in qualche modo riusciamo ad andare fuori dagli schemi. I miei abiti risentono dell'architettura, dell'arte e del colore, mi piace dire: «abiti disegnati con il compasso». Ognuno di noi guarda il mondo con gli occhi di ciò che fa.

cafébabel: Con quali forze si è sviluppato il tuo marchio?

Daniela Vinciguerra: Ho potuto partecipare a delle fiere grazie ad alcuni contributi regionali. Poi, grazie ad un progetto dell'ICE che mirava a rendere internazionale il prodotto italiano, ho partecipato a fiere più importanti a Parigi e Milano. Ne sono enormemente grata. L'anno scorso, ma anche quest'anno, siamo stati selezionati tra le imprese emergenti che hanno avuto successo. Piccoli passi molto faticosi. Da poco siamo entrate in collaborazione con una rete universitaria europea, attraverso enti come l'incubatore di imprese Arca, che mirano allo scambio culturale, ideativo anche a livello sartoriale. All'inizio c'è voluto coraggio e probabilmente questi passi li avremmo fatti più in là nel tempo. Ci vuole anche fortuna quando si comincia.

cafébabel: Attraverso questo percorso di scoperta del mondo femminile e delle sue vittorie e sconfitte, quali sono stati i tuoi punti di riferimento? A cosa miri?

Daniela Vinciguerra: Mi misuro cercando di guardare a ciò che hanno fatto gli altri per crescere. Mi guardo attorno per fare un passo ulteriore. Quando raggiungi delle tappe tutto si ferma e ti chiedi cosa fare per superare il limite. Ispiratore è il nero assoluto e le forme pulite di Yamamoto o la poesia tradizionale di Marras. Ricerco continuamente la mia personalità di architetto ed ultimamente sono molto attratta dal mondo orientale, così geometricamente pulito. In questo momento sono molto in crisi: non ho risposte chiare. È un momento di cambiamento. Devo fare uo scatto e non so come si fa. Non si inventa nulla da soli. Se non conosci non vai da nessuna parte, rimani al punto due. Mentre se conosci arrivi al punto cento, subito.