Voto agli immigrati?

Articolo pubblicato il 24 novembre 2003
Articolo pubblicato il 24 novembre 2003

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Qui vivo, qui voto! Questo lo slogan di Paul Oriol, attivista europeo della cittadinanza di residenza. Che spiega perché l’Italia potrebbe contaminare tutta l’Europa. Dopo l’apertura di Fini sul diritto di voto per gli immigrati alla Festa del Pd, torniamo sulle sue dichiarazioni del 2003.

«Adesso che persino i postfascisti di Fini sono a favore, la situazione cambierà in tutta Europa!». Paul Oriol è soddisfatissimo. Sente che la sua battaglia migliora dopo che Gianfranco Fini, leader di Alleanza Nazionale, ha fatto scalpore, in Italia, col progetto di legge presentato il 16 ottobre scorso. Lo scopo? Estendere il diritto di voto a tutti gli stranieri residenti da almeno sei anni.

Anche il Forum Sociale Europeo ha sposato, alcune settimane dopo, le rivendicazioni di Oriol per una cittadinanza di residenza. E l’idea non smette di dividere le società del Vecchio Continente con dei progetti di legge presentati in Italia ma anche in Belgio. Perché, ciò che conta, per Paul Oriol, è «che il dibattito si sviluppi nello spazio pubblico europeo». È per questo che il movimento che guida – «Per una cittadinanza europea di residenza» – ha appena lanciato una campagna volta a raccogliere un milione di firme per estendere la cittadinanza a tutti gli stranieri residenti nell’Unione europea.

Allora, Oriol, l’iniziativa di Fini va nel senso giusto?

«Certo. Quello che mi stupisce, piuttosto, è che provenga da Fini, lui che è l’erede del Movimento Sociale Italiano e coautore della legge Fini-Bossi (restrittiva in materia di immigrazione ndr). Non ne comprendo bene la logica. Forse voleva far parlare di sé nel contesto della rivalità con Bossi. L’altra spiegazione è che è contrario agli immigrati che arrivano ma, una volta che ci sono, è realista e vuole integrarli, perché nessuno ha interesse a che vi siano delle sacche di stranieri nell’Ue scollate dal resto della popolazione. Secondo me è una posizione intelligente».

E cosa succede in Francia?

«È chiaro che in Francia siamo nella stessa situazione. Queste idee possono andare avanti solo se una parte della destra è d’accordo. Ma fino ad ora la destra fa ostruzione. Non c’è dubbio: la proposta Fini influenzerà il dibattito in altri paesi. Perché adesso ve ne sono sei, in Europa, che prevedono il diritto di voto per gli stranieri alle municipali...»

Quali sono questi paesi?

«Irlanda, Paesi Bassi, Svezia, Danimarca, Finlandia e, da quest’anno, Lussemburgo. Senza contare, tra i paesi entranti, Lituania e Slovenia. E l’idea si discute in Italia con grandi chances di passare...»

Fini ha anche detto che è pronto a far passar la legge con i voti della sinistra...

«Infatti. E vi sono molte chances che passi anche in Belgio dove sono stati presentati 6 progetti di legge in questo senso. Quindi arriveremmo a otto paesi. Ma bisogna riconoscere che per il momento il fenomeno interessa solo l’Europa del Nord e l’Italia. Del resto se diamo un’occhiata ai sondaggi gli italiani erano tra i più favorevoli al voto degli stranieri».

Cosa hanno risposto gli altri europei?

«Il sondaggio, realizzato nel 2000 dalla Lettre de la Citoyenneté, riguardava 14.500 intervistati nei 15 paesi membri dell’UE. I più favorevoli sono gli Spagnoli col 62% di opinioni favorevoli. Seguono i Portoghesi col 59% e gli Italiani col 55%. Per quanto riguarda gli altri, in Danimarca c’è solo il 15% è favorevole, in Irlanda il 39%, in Olanda il 44%, in Germania il 42% ...»

Si può dedurre quindi che i paesi del Sud che non hanno il diritto di voto per gli stranieri lo desiderano e quelli del nord, che ce l’hanno già come la Danimarca, vorrebbero tornare indietro?

«Sì ma attenzione, perché il sondaggio verteva solo sulle elezioni europee. Ed era un periodo in cui in Danimarca, non appena sentivano parlare di Europa, cacciavano il revolver! Forse non è che sono contro il diritto di voto per gli stranieri ma semplicemente contro l’Europa. In Inghilterra è lo stesso, l’opinione pubblica è molto reticente sull’Europa».

Rispetto al resto del mondo, si può dire che esista un modello di integrazione degli immigrati..

«Non credo vi sia un modello europeo. Anche se si va sempre di più verso un’armonizzazione delle legislazioni, soprattutto in senso repressivo. In Olanda, ad esempio, domina un certo multiculturalismo stagno; in Francia, la laicità. Ma se si analizzano i diversi codici della nazionalità è fenomenale: ci sono delle differenze incredibili». Per esempio quando confrontiamo quanti stranieri ci sono nei diversi paesi, si arriva a risultati assurdi. In Francia ci sono 3.600.000 stranieri. Ma secondo il codice della nazionalità francese. Se fossimo stati in America Latina ce ne sarebbero 600.000. In Germania o Svizzera, ce ne sarebbero 6 milioni. Con la stessa popolazione si passa da 600.000 a 6 milioni di stranieri. Non basta. Prenda questo esempio: due fratelli turchi decidono di trasferirsi in Europa. Uno si trasferisce in Germania, l’altro in Belgio. Dopo sette anni uno diventa belga; l’altro non può acquisire la nuova cittadinanza in Germania. Il turco belga, disoccupato, va da suo fratello in Germania che ha creato un’impresa...»

E può votare...

«... perché è “cittadino europeo”! Non parla una parola di tedesco, non conosce nulla della situazione tedesca, mentre suo fratello che abita lì da anni e anni, non può esserlo!»

Turchi, belgi, italiani... Oriol, ma la politica non può andare al di là delle culture nazionali?

«È proprio quella la nostra rivendicazione. Se si applicasse la cittadinanza europea di residenza, gli immigrati – a prescindere dalla loro nazionalità e cultura – potrebbero iscriversi alle liste elettorali per partecipare alla vita politica del paese».

Ma non crede che questa proposta finisca per indebolire l’idea di cittadinanza europea?

«Dipende a cosa ci riferiamo quando parliamo di europei. Se ci riferiamo al colore degli occhi e della pelle o alle pratiche religiose, d’accordo... Ma, come dice Romano Prodi, l’Europa non è un territorio ma un’idea politica fondata sulla partecipazione, la democrazia, la libertà, l’uguaglianza... Perché non si dovrebbe riconoscere chi vive in Europa? Chi è che ha interesse a che vi siano 15 milioni di residenti europei completamente esclusi dalla cittadinanza?»