Volti di Berlino: i volontari che aiutano i rifugiati all'arrivo

Articolo pubblicato il 17 maggio 2016
Articolo pubblicato il 17 maggio 2016

Durante l’estate del 2015 la Germania ha aperto le porte ai rifugiati provenienti dalla Siria e paesi vicini, situazione che ha portato ad un sovraccarico di lavoro per le istituzioni statali incaricate di aiutare i rifugiati. L'iniziativa cittadina "Moabit hilft" (Moabit aiuta) è una delle ragioni grazie a cui il sistema di registrazione dei rifugiati non è collassato.

Il progetto

Nel momento più difficile della crisi ogni giorno centinaia di persone aspettavano di fronte all'entrata dell'Ufficio per la Salute e il Welfare (LAGeSo), in attesa di sapere se la loro richiesta di asilo sarebbe stata o meno accettata. Dopo un viaggio interminabile verso la Germania la disperazione regnava sovrana: sono stati segnalati anche casi di risse tra chi attendeva in fila. "Moabit hilft" è intervenuta per aiutare a ridurre la tensione e per assistere le persone fuori dal LAGeSo con i lori bisogni primari. 

Ad oggi l’organizzazione è collocata permanentemente di fronte al LAGeSo, funzionando come centro d’aiuto dove chiunque può donare vestiti, cibo, ma anche prodotti per l’igiene personale e denaro. I volontari si occupano di smistare e dividere ciò che viene donato, ridistribuendo il tutto a coloro che ne hanno bisogno. 

I volontari

Hannah (20): «Io studio matematica, una materia decisamente impegnativa per la mente. Qui non ho pensieri, al massimo impacchetto assorbenti o sistemo degli shampoo. È un compito semplice. Ci sono molte persone buone qui. I rifugiati ci vengono perché amano avere un altro posto dove andare oltre alla loro casa. Non ho davvero idea di come riescano a rimanere positivi dopo tutto quello che hanno passato».

Jasmin (34): «Lavoro qui più che posso. A volte possono essere 12 ore consecutive. Ho promesso ai miei nonni che se ci fosse stata una crisi dei rifugiati avrei dato una mano. Dopo essere entrambi scappati dalla Germania si erano rifugiati a Gerusalemme, ed è li che sono nata. In un certo senso sono anche io una rifugiata, non potendo tornare a Gerusalemme. La polizia mi arresterebbe per essermi politicamente espressa contro il genocidio. 

Jasmin (24): «Sono nata in Germania, ma mia madre era una rifugiata arrivata dal Libano, scappata a causa della guerra. La cosa più difficile del lavorare qui è quando sei consapevole di non poter fare nulla. Mi occupo di un ragazzo rifugiato che ha solo 17 anni, e lo accompagnerò da un avvocato. Stiamo cercando di far arrivare in Germania i suoi genitori dalla Siria, ma sono molto vecchi. A settembre compierà 18 anni, e sappiamo che non abbiamo alcuna possibilità di riuscire a farli arrivare prima di allora, perché il tempo a disposizione è pochissimo.

Riyad (47): «Eccomi, io sono un altro rifugiato (ride). Sono originario della Libia, ma ho studiato Scienze dei materiali in Germania 10 anni fa. La mia famiglia e i miei figli vivono qui, e mi va bene così. I bambini frequentano una scuola tedesca e conoscono bene la lingua. Io non ho ancora il permesso per lavorare, anche se vorrei tantissimo farlo. Noi riceviamo un sostegno economico dal LAGeSo, ma non mi piace ricevere soldi e basta senza dare niente in cambio. Ecco perché sto facendo volontariato come coordinatore».

Ho Ho Jong (47): «Mia moglie non era felice del fatto che conducessimo una vita incentrata solo su di noi, così abbiamo deciso di darci da fare per restituire qualcosa alla società. Lo facciamo in due modi: mettendo parte dei nostri stipendi in un altro conto per aiutare la gente, ed investendo il nostro tempo facendo un po’ di "lavoro vero". Ogni anno prendiamo due settimane di ferie per fare volontariato. 

Unai (30): «Prima riparavo macchine, ma non ero molto felice. Volevo cambiare la mia vita, ecco perché mi sono trasferito a Berlino. Ho sempre voluto lavorare nell’ambito del sociale. Ora studio pedagogia e lavoro part-time. Qui serviamo the, caffè e cioccolata calda tre volte al giorno alle persone che aspettano in fila al LAGeSo. Questo li rende felici. Mi piace l’atmosfera che c’è e quello che facciamo qui».

Mustafa (29): «Io vengo dalla Palestina. In Siria ho lavorato come professore di lingua e letteratura araba. Vivo qui già da otto mesi. Dopo che avrò terminato il corso di tedesco voglio andare all’università, così potrò diventare di nuovo un insegnante».

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Questo articolo fa parte della serie di reportage EUtoo 2015, un progetto che cerca di raccontare la disillusione dei giovani europei finanziato dalla Commissione Europea.