Voices of refugees : un viaggio al fianco dei rifugiati

Articolo pubblicato il 09 dicembre 2016
Articolo pubblicato il 09 dicembre 2016

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Dopo la prima proiezione al Parlamento europeo, il documentario Voices of refugees ha fatto il giro d'Europa. Cafébabel ha incontrato Alexandre Beddock, uno dei realizzatori, che ci ha raccontato l'enorme influenza che questa esperienza ha avuto sulla sua vita. 

Vi racconto una storia. Una storia che racconta delle storie. Un progetto che ha dato voce a chi non l'aveva prima. 

Siamo al Parc Maximilien a Bruxelles nel 2015, in piena crisi migratoria. Centinaia di persone arrivano in Europa dalla Siria e da altri paesi del  Medio Oriente e dell' Africa abbandonati a se stessi. A livello politico, nessuna risposta unanime, mentre a livello popolare da un lato si assiste alla diffusione del razzismo e della xenofobia nei confronti degli immigrati, dall'altro si assiste all'aumento delle mobilitazioni cittadine. 

AlexandreIeva, entrambi sulla ventina, colleghi di lavoro in un' ONG che si occupa dei diritti dei giovani, sono i protagonisti del viaggio che ci ha condotto fino ai rifugiati.  Non potendo rimanere indifferenti dinanzi a questa tragedia umana, decidono di dedicare il proprio tempo libero ad attività di volontariato presso il Parc  Maximilien. Incontrano i nuovi arrivati, ascoltano le loro storie, e riflettono. Riflettono. Riflettono. 

A partire da questo momento, elaborano un progetto,  lo rifiniscono, cercano dei sussidi. Li ottengono. Adesso, è il momento di agire.

Prima tappa: Lesbo (Grecia)

Così come  Itaca era la patria e la destinazione finale del viaggio di Ulisse, Lesbo è forse oggi conosciuta per essere uno dei principali porti di attracco dei barconi di rifugiati.  Nel 2015, Lesbo ha visto passare l'80% di rifugiati arrivati in Europa.  Nel documentario è possibile vedere il momento dello sbarco. Da un lato, il barcone pieno di individui che approda alla costa; e dall'altro, un gruppo di persone che salutano e accolgono calorosamente i nuovi arrivati. 

« Uno dei momenti più commoventi si è consumato una sera intorno al fuoco. C'erano persone che suonavano, mentre altre cantavano e danzavano. Molti erano nelle loro tende, ma appena hanno udito la musica, sono usciti e hanno preso parte alla festa. E' stato un momento unico, di comunione e fratellanza;  nonostante eravamo in uno dei peggiori campi d'Europa » racconta Alexandre a cafébabel.

Seconda tappa: Šid (Serbia)

Il viaggio continua fino a  Šid, una città serba nei pressi della frontiera con la  Croazia che ha accolto numerosi rifugiati dopo la chiusura delle frontiere ungheresi. « Lo scopo del documentario? Senza dubbio riabilitare l'umanità in quella che chiamano "la crisi migratoria" » continua Alexandre « Il numero di persone in stato di bisogno non lascia nessun dubbio: viviamo una grave crisi umanitaria, ma l'inerzia dei nostri politici che lascia queste persone venute fin qui nella miseria più totale l'ha trasformata in una crisi di umanità ».

Terza tappa: Bruxelles (Belgio)

Nel 2015, i cittadini belgi hanno dato vita ad un movimento popolare: la Piattaforma Citaddina di Sostegno ai Rifugiati. Grazie al supporto di centinaia di volontari, il movimento ha permesso a queste persone di avere un pasto caldo, una tenda per dormire,  un sostegno psicologico. « Il messaggio ai politici? Se noi possiamo farlo, anche loro possono cambiare qualcosa. Abbiamo bisogno di un'Europa unita per integrare i rifugiati e valorizzarli come risorse », afferma Alexandre.

« Voglio restare qui, voglio prestare servizio al paese che mi ha accolto. Voglio costruirlo e fare qualcosa per ringraziare le persone che mi hanno aiutato », racconta Salam nel documentario. « Parla di costruire perchè in Iraq aveva la sua impresa di costruzioni », ci racconta Hala, 27 anni, una libanese dottoranda in geografia a Bruxelles e volontaria al Parc Maximilien. « Fare volontariato con i rifugiati è stata un'esperienza che mi ha arricchito molto. Un'esperienza che permette di riflettere sul tuo ruolo di cittadino, ma anche di imparare a come comportarti, per esempio, con coloro che hanno la tua stessa età e si trovano "dall'altro lato". Mi riaffora alla mente un episodio: distribuevamo delle banane nei campi. Ne ho data una ad un ragazzo, che mi ha ringraziato e davanti a me l'ha data ad un volontario che era seduto al suo fianco. Era per dimostrarmi che non ne aveva bisogno ».

« Se siamo rimasti in contatto? » riprende Alexandre « Certo. Molti hanno ottenuto i loro documenti, hanno trovato un alloggio. Alcuni sono riusciti ad iscriversi all'università. Purtroppo, molti aspettano ancora i loro documenti e, quando abitano in periferia, passano la loro giornata a fare niente. E' molto triste per loro, la loro epopea non finisce mai ». Non nasconde la sua emozione, Alexandre, la stessa che i suoi occhi trapelano nel momento in cui ricorda dell'ultima proiezione del film « era durante la  Giornata Iraq organizzata dalla Piattaforma. Per la prima volta, proiettavano il documentario davanti un pubblico composto quasi essenzialmente di rifugiati. E' stata un'emozione indescrivibile; molti ci hanno ringraziato. In quel momento, abbiamo capito di aver creato qualcosa di importante ». 

Il trailer del documentario: https://vimeo.com/164694699