Vladimir Kaminer: «Non voglio essere un russo modello»

Articolo pubblicato il 04 agosto 2007
Articolo pubblicato il 04 agosto 2007

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Scrittore di talento, ma anche protagonista delle notti berlinesi, il 40enne russo ha saputo cavalcare l'ondata della "ostalgia" con lo stile Good Bye Lenin.

«Un’infanzia trascorsa nell’ex Urss basterebbe a chiunque per diventare uno scrittore». Il paradosso è firmato Vladimir Kaminer, autentica mascotte dei media oltre Reno che come i gatti, può vantare sette vite. Contemporaneamente autore di successo, icona del panorama alternativo berlinese, organizzatore di serate alla moda o aspirante candidato a sindaco della capitale tedesca. Un artista poliedrico che giura di non prendersi mai sul serio. Kaminer scrive in tedesco e vive nel quartiere radical chic di Prenzlauer Berg. Come prudente «Uomo di stampa», condisce regolarmente le colonne dei quotidiani nazionali con la sua penna imbevuta nel mondo. Un modello d’integrazione? «Non voglio essere un russo modello» dice contrariato. «Questa etichetta forma parte della divisione giornalistica dell’umanità».

Canaglia sovietica

Nato nel 1967 a Mosca in una famiglia ebrea russa, Kaminer intraprende inizialmente studi di teatro. «Appartenere a una minoranza dà diritto a certi vantaggi in Urss: con il sistema delle quote, ho potuto seguire dei corsi d’arte drammatica più facilmente che altri.» Dopo una brillante carriera di «parassita sociale», come studente spensierato e festaiolo, decide di cambiar rotta. Nel 1990, l’impero sovietico Urss vive la sua Perestroika. Il sistema è in pieno collasso, molti dei suoi compatrioti approfittano della libertà di movimento provocata dalle prime crepe del regime, per fare le valigie: niente bisogno di passaporto o visa per svignarsela.

Kaminer parte in Germania, direzione Berlino. «Non sono io che ho lasciato la Russia, ma lei che ha lasciato me» afferma. Dopo la caduta del Muro, le reliquie della Repubblica democratica tedesca, formano un vasto terreno di gioco neutro, propizio alla creatività di numerosi artisti imbrigliati per decenni. L’improvvisazione danza con le rovine: tutto è da ricostruire, da inventare, da creare «La vita è uno scherzo, ma non tutti al mondo possono riderne».

Dopo quasi un decennio berlinese, vissuto al fianco di sua moglie Olga e dei suoi due figli, Kaminer, al tempo arzillo trentenne, si lancia. Partecipa a delle letture pubbliche e inizia a scrivere. «Agli esordi avevo una conoscenza approssimativa della lingua, ma da sempre amavo raccontare delle storie».

Nel 2001 viene pubblicata la sua prima opera Musica militare, le confessioni di un bambino del secolo sovietico. Kaminer è già un mito: stile sferzante, tono autobiografico e accenti surrealisti. Primo libro. Primo successo, mentre la Germania naviga in piena “ostalgia” (nostalgia per la vita nella vecchia Germania dell’Est ndr). Tutti si ricorderanno il film Good Bye Lenin, gli abiti vintage si trovano ancora nei mercatini delle pulci di Kreuzberg.

Cos’è il talento senza la circostanza? «Credo che la mia popolarità non sia legata alle mie origini ma alle mie qualità letterarie» sostiene Kaminer un po’irritato. «Cerco di capire le persone. Nei miei libri racconto delle verità e i lettori sentono la mia onestà. Non come questi scrittori francesi, per esempio, che simulano di provare dei sentimenti».

Ostalgico opportunista?

Kaminer finge di essere sorpreso per il ritorno dell’ostalgia anche se da sei anni, si improvvisa dj, organizzando le famose Russendiscos due volte al mese al Caffè Burger. Serate assortite di musica pop dell’Est, tra polka russa e orchestre militari, ereditate dal folklore socialista. «All’inizio si trattava di fare la festa tra amici, in modo un po’ alternativo, un po’ nostalgico» ricorda Kaminer. Adesso le Russendiscos sono diventate un appuntamento obbligato dei nottambuli «facendo perdere allo stesso tempo il loro aspetto underground».«È strano soddisfare a tal punto gente che conosce così poco la nostra vita» puntualizza Kaminer. «Sappiamo più noi sull’Ovest che l’Ovest su di noi».

Ricordando in modo sarcastico i guai dell’Unione sovietica, non si rischia di dare un’immagine positiva del comunismo? «Non si deve esagerare, né sminuire la sofferenza. Il mondo dovrebbe baciare i piedi dei russi per aver dimostrato al mondo che questa ideologia non funzionava. Hanno dato prova di eroismo».

Sotto un’andatura disinvolta, la Russia emigrata ama giocare con la sua coscienza politica. «Bisogna impegnarsi e combattere in politica, altrimenti ci addormentiamo. Tutta la mia letteratura è il prodotto di una maturazione politica. Per lui, il G8 si riassume in «un parco giochi per bambini». Quanto alla sua Russia natale, rimpiange che «il Paese non è riuscito a separare l’economia dalla politica. Dopo aver comprato tutto, le oligarchie hanno anche voluto acquisire il potere politico, lo Stato. Il solo modo di assicurare le istituzioni era ricorrere al Kgb. E’ quello che ha fatto Putin, senza spargere una goccia di sangue».

L’Europa resta un soggetto che «appassiona». «Certo ho perso lo smantellamento dell’Urss» continua «ma faccio parte di un cammino verso l’Unione Europea. Anche se incerto, il futuro dell’Unione mi sembra molto più stimolante che il futuro della dittatura in Turkmenistan». L’avvenire è un’altra storia. «Non voglio escludere delle belle sorprese nella costruzione europea. L’ottimismo è un’ideologia dello Stato. O forse è l’utopia degli imbecilli».