Vizi privati e pubbliche virtù: sul perché quei "violenti" siamo anche noi

Articolo pubblicato il 02 maggio 2015
Articolo pubblicato il 02 maggio 2015

Come ormai di consueto, il giorno dopo ogni manifestazione in cui si siano verificati degli scontri siamo tutti pronti a scrivere in 140 caratteri la nostra indignazione, e in molti casi le reazioni contengono più violenza di quanta se ne possa mettere in una molotov.

Le immagini del corteo No expo non hanno nulla di nuovo rispetto a tanti altri video di scontri tra manifestanti e polizia degli ultimi anni. Anche i commenti rispetto a questi episodi non hanno nulla di nuovo: ad ogni protesta o scontro la reazione è sempre la solita di bigotta incredulità del perché mai tanta violenza? E subito giù post e tweet per marcare la distanza tra il buono e il cattivo dissenso, ed è facile alla fine esprimere questo tipo di pensieri. C’è il “è giusto manifestare, ma non così”, il “siete la rovina dei movimenti”, e c’è chi si rammarica perché, per colpa dei “pochi facinorosi”, le ragioni della protesta rimarranno inascoltate. Facile porsi sul piedistallo dei giusti contestatori, incredibilmente difficile domandarsi in che modo si è stati complici. Incredibilmente difficile ammettere che la quotidiana violenza del senso comune non è poi tanto diversa dallo spaccare vetrine nel centro di Milano.

Io non giustifico lo spaccare vetrine, il bruciare auto, ma non mi metterò nemmeno dalla parte dell’aperta condanna, perché se (e quando) il dissenso viene così espresso, c’è una ragione, e credetemi che siamo tutti complici di quei gesti che suscitano tanta indignazione. Gli spazi e i mezzi  leciti per esprimere la nostra insoddisfazione verso la politica, la società e il mondo economico li abbiamo abbandonati per metodi più facili, come il vaffanculo generalizzato e la persecuzione di ciò che è altro da noi, e quindi di per sé assurto a causa del nostro male vivere, il tutto espresso con inusitata violenza verbale, che a me sinceramente fa gelare il sangue molto più che vedere un’auto bruciata.

Ogni volta che coscientemente decidete di non interessarvi e di non agire per eliminare le storture di questo mondo, sappiate che ciò che state alimentando è questo. Quando il sistema diventa apatico e asfittico le forme del dissenso inevitabilmente diventano violente, che sia la violenza verbale di Salvini, o quella della molotov lanciata da un quindicenne con il passamontagna. Se solo si mettesse la stessa enfasi moralizzatrice mostrata contro i manifestanti nel voler iniziare veramente a curarsi della cosa pubblica come cittadini consapevoli, con tutte le responsabilità correlate alla consapevolezza di sapere che le cose non funzionano! Continuate pure a rinchiudervi nella modalità italiano medio. Il fastidio che provate nel vedere quei ragazzi armati di caschi e bastoni distruggere auto e negozi, si chiama vergogna, perché in fondo lo sapete che le cose degenerano anche per colpa vostra, della vostra noncuranza, della vostra ottusità.

E allora giù, scriviamo un altro tweet di irreprensibile moralità contro questi facinorosi, e poi giriamoci dall’altra parte rispetto ai problemi di questo paese, cerchiamo di dimenticare quello che questi  violenti a loro modo ci ricordano, che qui qualcosa non funziona. La violenza di questi ragazzi è così lampante che stigmatizzarla è facile. Mentre la violenza che ogni giorno anche la casalinga di Comacchio commette quando pensa “se ne stiano a casa loro!”, “Quella ragazza se lo è cercato” “le bombe in parlamento”, “ ci vorrebbe la Diaz tutti i giorni”, e tutta la fiera del commento banale al vetriolo, quella ci piace.  E’ facile fare due pesi e due misure, distinguere tra la buona e la cattiva violenza, e dimenticarsi dei problemi di fondo che scatenano questo tipo di risposte.

Sappiate che la violenza della parola e del pensiero spaccano le vetrine della vostra umanità,  la devastazione che vedete per le strade è specchio di quella che alberga nelle vostre menti. Siamo tutti violenti, siamo tutti arrabbiati, ma troppo pigri per farci domande sulle ragioni del nostro risentimento. Così continuano ad alimentarlo: non è più il male ad essere banale, ma è la banalità che alimenta il male