Viva il Belgio, ma unito

Articolo pubblicato il 29 luglio 2008
Articolo pubblicato il 29 luglio 2008

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Come in una saga televisiva, i media internazionali stanno seguendo tutti gli sviluppi della crisi istituzionale che da tempo paralizza il Paese. E qualcuno si batte contro il comunitarismo.

Nonostante quello che media e politici vogliono far credere, non tutti i belgi hanno come chiodo fisso la separazione tra fiamminghi e valloni – i due maggiori gruppi linguistici del Paese – per mettere fine, una volta per tutte, all’errore storico da cui il Belgio ha avuto origine.

143mila firme per il Belgio

Durante la crisi di Governo del 2007 un segnale forte è stato inviato alla classe politica belga: una petizione con 143mila firme (su dieci milioni di abitanti) per il mantenimento dell’unità nazionale. La mobilitazione ha raggiunto il suo apice nel novembre scorso, quando 50.000 persone sono scese per le strade di Bruxelles a manifestare il loro attaccamento al Paese. A lanciare l’iniziativa Marie-Claire Houard, semplice cittadina stanca dei continui battibecchi tra politici, e Vincent Godefroy, giornalista e scrittore. Come lui stesso ci spiega: «La nostra non è una mobilitazione di carattere politico, ma vuole esprimere il malcontento della popolazione».

«Le decisioni e le discussioni dei politici non riflettono le reali preoccupazioni dei cittadini. Dato che il voto è un dovere, ci sentiamo in diritto di affermare che questi partiti non ci rappresentano più… abbiamo organizzato questa petizione e la manifestazione per dimostrare ai politici che noi, i loro datori di lavoro, non abbiamo più intenzione di assecondarli».

Verso elezioni comuni

Iniziative di questo tipo non restano casi isolati. Esistono anche gruppi più organizzati, e con precise rivendicazioni politiche: Philippe Van Parijs e il suo movimento ne sono un chiaro esempio. Professore di etica economica e sociale all’Università Cattolica di Lovanio (nel centro delle Fiandre, ndr) e ad Harvard, Philippe, è uno dei membri fondatori di Pavia, gruppo di cui fanno parte sia studenti fiamminghi che valloni. La loro rivendicazione è semplice, ma potrebbe avere dei risvolti decisivi per il Belgio: la creazione di una circoscrizione belga al Parlamento federale. «Un numero prestabilito di deputati verrebbe eletto da valloni e fiamminghi, contrariamente a quanto avviene oggi dove ciascuna delle due comunità sceglie i propri rappresentanti», precisa il rappresentante del gruppo.

Due piccioni con una fava

«Con un simile rinnovamento politico i rappresentanti eletti dovranno rispondere del loro operato di fronte all’intero Paese. Allo stato attuale, infatti, un ministro o deputato può essere sanzionato solo dalla rispettiva comunità. Si pone in tal senso un problema di legittimità. Inoltre, se i suddetti candidati nazionali vorranno essere eletti, dovranno ottenere l’appoggio di tutto il Belgio. Saranno così obbligati a portare avanti una campagna elettorale su scala nazionale, e non solo facendo promesse per una comunità».Tutto questo potrebbe avere delle ripercussioni positive anche sui media. Dopo quarant’anni di federalismo e divisioni, fomentate anche dai mezzi di comunicazione, l’opinione pubblica si è spaccata in due parti che s’ignorano a vicenda. Con il ritorno di una campagna elettorale a livello nazionale si assisterebbe ugualmente ad una rinascita negli scambi tra i media delle due parti.

Sogno di un Belgio unito e bilingue

Certamente innovativa, questa proposta per alcuni rappresenta solo l’ennesimo grattacapo. La soluzione a questa impasse politica e istituzionale sarebbe una riforma radicale: il ritorno ad un Belgio unito, esattamente come lo è stato prima delle riforme degli anni Sessanta e Settanta. «Il nostro partito vuole trasformazioni che consentano di costruire un nuovo Belgio, con un unico Parlamento e un solo Governo. Conservando evidentemente le leggi in materia linguistica, estremamente progressiste per un’epoca in cui solo il francese veniva tutelato», spiega il segretario del B.U.B., Hans Van der Cauter, fiammingo di nascita ma francofono e belga prima di tutto. Le iniziali del B.U.B., partito di centro fondato nel 2002, stanno per Belgische Unie-Union Belge (Belgio Unito): prova che anche in un acronimo ci può essere unità. «Gli aspetti negativi dal federalismo attuale? Una spesa pubblica che ammonta a 10 miliardi di euro l’anno, dal 5 al 10% di funzionari in eccesso, 600 deputati e 60 ministri per 10 milioni di abitanti, un’instabilità politica nefasta per l’economia, gli investimenti e altro ancora. Gli aspetti positivi non li abbiamo ancora trovati…». In seno al B.U.B. non ci sono professionisti: «Siamo dei cittadini che hanno deciso di scendere in campo, a prescindere dal fatto di essere fiamminghi o valloni».

L’immagine di un Belgio sull’orlo dell’implosione non riflette la reale situazione del Paese. Secondo uno studio dell’Università fiamminga di Lovanio, il 40% dei valloni e il 15% dei fiamminghi sono per l’unità del Paese mentre, solo il 15% dei fiamminghi e il 4% dei valloni appoggia la scissione. Il divario con i sondaggi pubblicati dai giornali – spesso risultato di interviste fatte per strada – è enorme.

Queste cifre sono, però, in totale contraddizione con il misero 1% ottenuto dal B.U.B. alle ultime elezioni. «Oggi le persone si rendono conto che il federalismo è stato un fallimento: avrebbe dovuto salvare il Belgio negli anni Settanta, invece l’ha distrutto. Dopo la crisi del 2007 nessuno difende più il federalismo. Questo sentimento si concretizzerà nei risultati elettorali dei prossimi anni. Ho fiducia nel cambio elettorale che accompagnerà il futuro del nostro Paese».