Violenza in silenzio: l’etnografia di The Tribe

Articolo pubblicato il 10 novembre 2014
Articolo pubblicato il 10 novembre 2014

Presentato dal regista come "un omaggio al cinema muto e al teatro kabuki", The Tribe di Myroslav Slaboshpytskiy ha impressionato positivamente la critica e diviso il pubblico in sala. Infatti, il film ucraino non è solo un'opera su un collegio di sordomuti, ma un'implacabile etnografia sulla violenza...

Vincitrice del Premio della Settimana della Critica a Cannes, l’opera prima dell’ucraino Myroslav Slaboshpytskiy, The Tribe, è sicuramente il film più controverso in programma attualmente nelle sale francesi. Uno di quelli per cui l’aggettivo “bello” non sembra affatto calzare e per cui allora preferiamo il più ambiguo “interessante”. Ma che interesse suscita effettivamente, nella sua ambiguità, quest’opera? A partire dall’inizio, una didascalia avverte gli spettatori che il film è girato interamente nella lingua dei segni e che la proiezione non fa ricorso ad alcun commento, traduzione o sottotitolo. Questa avvertenza, alla maniera del No Trespassing di Citizen Kane, serve al regista per avvisare infatti che stiamo entrando in un universo normalmente inaccessibile, funzionante con dei codici per noi (ai più) incomprensibili. Nello specifico, un collegio ucraino per sordomuti.

La dura legge del branco

Ora, The Tribe (il titolo è del resto già esplicito) in effetti funziona in gran parte come un film etnografico e anche molto classico. Se l’“alterità” presa come oggetto di analisi è una comunità di adolescenti sordomuti ucraini, l’osservazione sul campo si applica allora al collegio-dormitorio - più i dintorni – che va a costituire una sorta di laboratorio. Lo sguardo quasi scientifico del film è alimentato dall’invisibilità dell’autore: ogni scena è costruita su un solo piano sequenza, con camera fissa sul totale, poiché un primo piano andrebbe a individualizzare una dinamica che invece si vuole collettiva e impersonale, e in più, appunto, non vi sono commenti, sottotitoli, voci fuori campo. La scelta è dunque di non trasmettere alcuna empatia né trasparenza emotiva. Come nei classici film etnografici, l’oggetto dello sguardo non ha quasi soggettività, ma ciascun individuo esprime un modello comportamentale proprio di una comunità che non ha reali contatti con l’esterno. Il ragazzo che seguiamo dall’inizio del film, il cui nome si saprà solo dai credits, si iscrive in un nuovo collegio e diventa (o è già) come gli altri, inserendosi negli ingranaggi di un’organizzazione interna che si rivela ben definita nel controllo del territorio, nel coordinamento e nella distribuzione di poteri, funzioni e ruoli. Le ragazze vendono il proprio corpo a dei camionisti, mentre i ragazzi, simili a una banda criminale, assaltano e derubano i passanti e i treni come modi di “approvvigionamento”, compito descritto tramite una serie di scene quasi di caccia, che ci fanno chiedere se stiamo osservando una classe di adolescenti, una “tribù” o un branco. 

Il riferimento è il linguaggio del corpo 

Ciò che colpisce maggiormente è la tensione tra la violenza delle azioni e il silenzio dominante dell’ambiente in cui si muovono come ombre questi personaggi apparentemente senza emozioni. Le relazioni sembrano volte alla sola gestione di un interesse e c’è spazio unicamente per varie forme di possessione: di territorio, denaro, donne. Il sesso è sempre sotto pagamento e perfino l’unica carezza scambiata dai protagonisti a metà del film, che lascia intravedere una forma d’amore, è schiacciata alla fine da una scena di stupro. Le scene di esplorazione e sfogo della loro intimità, particolare varco sentimentale della pellicola, strappano lo sguardo dal pedinamento del sistema collettivo, ma non basta. Lui non vuole che lei emigri in Italia, il nucleo drammatico si esaurisce in altra furia. La logica dell’appropriazione e della vendetta non trova barriere, esitazioni, freni, né sorveglianza. Il laboratorio diventa arena. Come in un film etnografico che mette in scena rituali sconosciuti, lo spettatore si sente perso, disorientato in un mondo separato e chiuso, di cui non conosce le regole. Il riferimento allora diventa esclusivamente il linguaggio del corpo, e proprio il corpo, come segno comunicativo e veicolo di senso, è messo al centro abilmente da The Tribe, in un flusso dinamico attorno a un’unità di luogo. 

In definitiva, la costruzione del film presenta notevoli motivi di interesse, l’esperimento è riuscito nell’unicità dell’impatto percettivo e nella direzione ottima del “balletto” silenzioso e assordante allo stesso tempo, ma il contenuto lascia il segno della sua ambiguità. Resta da chiedersi perché la rappresentazione di una classe di adolescenti ucraini sordomuti si debba soffermare cinicamente e unicamente su una violenza brutale, diremmo alla Haneke o alla Gaspar Noé, senza fornirci alcun dato contestuale: solo perché il regista voleva sperimentare un modo per realizzare un film muto per far parlare il linguaggio corporale? Resta infine il dubbio etico - su cui proprio l’etnologia si interroga da decenni - della legittimità di uno sguardo obiettivo, esterno e olistico sull’ ”altro”. Perché l’occhio distaccato e distante, posato clinicamente su delle persone (osservate “come insetti”, rimproverava Ousmane Sembene), nonostante tutti i discorsi sui gradi di realismo o di sperimentalismo, ha il rischio di sconfinare col puro voyeurismo.