Vince l’europa che non vuole l’Europa

Articolo pubblicato il 14 giugno 2004
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Articolo pubblicato il 14 giugno 2004

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Astensione, nazionalismo, trionfo degli euroscettici. Come cambia l’Europa dopo le elezioni del 13 giugno. Da Lubiana a Belgrado.

Le elezioni del 10-13 giugno segnano l’inizio della fine dell’Europa ufficiale. L’Europa come ce l’hanno raccontata e “costruita” non esiste più, perché ha ceduto, ormai, all’inarrestabile avanzata di tre diverse “Europe” che escono vincenti dalle urne.

Le tre Europe che uccidono l’Europa

C’è un’Europa che, nell’indifferenza generale, non sta in “Europa” e rende il limes della Grande Europa insostenibilmente pericoloso. Nello stesso giorno in cui si aprivano le urne nell’europeissima Lubiana, qualche centinaio di kilometri più a sud, a Belgrado, il candidato nazionalista più radicale, Tomislav Nikolic, arrivava in testa alle presidenziali serbe qualificandosi così per il ballottaggio. Quella che ci hanno spacciato per “Grande Europa” finisce prima ancora di raggiungere l’altra sponda dell’Adriatico: a cento, misere miglia di mare dalle nostre illusioni ed ipocrisie.

C’è poi un’Europa che accoglie l’“Europa” ufficiale snobbando il voto. Nei 10 paesi che dal 1° maggio fanno parte dell’Unione europea solo un elettore su quattro si è recato alle urne. Ad Est, l’Unione ha voluto vendere se stessa come luna-park delle vacche, dei sussidi all’agricoltura, della stabilità monetaria e dei fondi strutturali. L’operazione-marketing di Bruxelles è perfettamente riuscita: ogni elettore di buon senso dei nuovi Paesi membri ha capito che la nuova terra promessa dell’Ue non ha bisogno di questo Parlamento europeo, se non per una triviale operazione di maquillage democratico.

C’è infine un’Europa che, semplicemente, vota chi non vuole l’Europa. Secondo gli ultimi dati, in Gran Bretagna i due partiti euro-scettici – l’UK Independent Party (16,8%) e il British National Party (5,2%) – realizzano insieme un risultato praticamente equivalente a quello del Labour di Tony Blair (22.3%). In Francia, il Front National di Jean-Marie Le Pen si aggiudica il 10% dei suffragi mentre in Italia è l’estrema sinistra che arriva all’8%. Per non parlare dei nuovi Paesi membri: nella sola Polonia le formazioni anti-europee sfiorano il 29% delle preferenze. Questi risultati fanno del nuovo Parlamento europeo un luogo in cui sarà difficile parlare costruttivamente di maggiore integrazione europea, di riforme istituzionali e di superamento degli interessi nazionali.

Un Europarlamento in panne?

Ma bisogna riconoscere che, nella campagna elettorale, gli euroscettici sono stati gli unici ad aver parlato di Europa, sottolineandone e scavalcandone con enfasi i limiti. Mentre gli europei “ufficiali” erano impegnati solo in manovre di palazzo per costituire virtuali e fantomatici “gruppi federalisti” destinati a non lasciare nessun segno nel cuore degli elettori e, men che mai, sulle schede elettorali. E’ il caso dell’iniziativa del Presidente della Commissione Romano Prodi, volta a creare un gruppo centrista e europeista al Parlamento di Strasburgo.

Queste tre Europe, così diverse e così pericolosamente vicine corrono il rischio di trasformare il prossimo Parlamento europeo in luogo di eterne risse, degno forse di gestire gli affari correnti ma incapace di immaginare e realizzare nuovi “mondi possibili”. Consegnando l’Europa all’implosione definitiva.

Il nazionalismo serbo, l’astensionismo e il voto euroscettico sono tutti sintomi di un male comune: quello di un continente che non riesce più a fare politica. I cittadini che domenica sono stati coinvolti dall’avanzata di queste tre Europe non ufficiali hanno voluto esprimere un malcontento crescente.

Perché questo grido d’allarme non cada nell’oblio, la sfida delle prossime settimane e dei prossimi mesi è proprio quella di regalare un nuovo luogo di incontro, di scambio e di crescita reciproca a tutta l’Europa e le Europe possibili. Dentro e fuori dal Parlamento ufficiale. Per dialogare e dibattere: facendo emergere le questioni essenziali e le divisioni tra i partiti. Per tornare a fare politica. Per café babel è la sfida di sempre. Da oggi più che mai urgente e necessaria.