Vince il “No” alla riforma costituzionale

Articolo pubblicato il 27 giugno 2006
Articolo pubblicato il 27 giugno 2006

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Nonostante l’Italia sia andata alle urne per la terza volta in tre mesi, le possibilità di un cambiamento democratico del Paese rimangono ambigue.

Il 25 ed il 26 giugno l’Italia ha votato di nuovo. Questa volta il 61,3% dei votanti ha detto “No” ai cambiamenti della Costituzione. Solamente il 38,7% dei votanti ha approvato i cambiamenti che avrebbero esteso maggiori a regioni ed al Primo Ministro. È stato raggiunto il quorum di votanti, tuttavia non necessario per la validità dle referndum, con un 53,6% della popolazione diretta alle urne: un dato eccezionale considerando che un referendum non arrivava a superare metà della popolazione da undici anni. Nonostante ciò in qualsiasi altro paese un referendum sulla riforma costituzionale – approvata dal governo Berlusconi lo scorso novembre – avrebbe promosso un dibattito pubblico sulla natura della democrazia in cui si vuole vivere. La principale accusa mossa dal centrosinistra contro il governo Berlusconi durante le elezioni dello scorso aprile – vinte con una rosicata maggioranza dall’Unione di Romano Prodi – è stata che la posta in gioco era la sopravvivenza della democrazia nel Paese. Ma allora perché il centrosinistra non è riuscito a coinvolgere gli italiani in un dibattito riguardante un testo che dovrebbe essere alla base della loro identità politica?

The changes were rejected by 61.3% to 38.7%, with a turn-out of 53.6%, much higher than many predicted before polling day, and the first time in 11 years more than half the country has voted in a referendum.

Turiamoci le orecchie

Due spiegazioni sembrano a prima vista ovvie. Da un lato il Paese non ne può più di politica dopo le elezioni politiche e regionali, dall’altro è vero che le riforme interessano ben 60 articoli e il dibattito in questione è molto complesso.

Però queste spiegazioni non sono sufficienti. I temi legati alla Costituzione sono così importanti che la campagna elettorale, quasi completamente insensibile ad un dibattito sui valori, avrebbe dovuto affrontarli in modo più articolato. Mentre il centrosinistra si è trincerato dietro ad un “no” assoluto alla costituzione, ha rifiutato o non è stato capace di delineare un’alternativa alla proposte avanzate dalla destra, tanto da non essere in grado di spiegare il suo impegno a mantenere la costituzione così com’è. Questo atteggiamento ha fatto sì che la campagna della sinistra sia apparsa indecisa. Non solo. Ha permesso alla Lega Nord di attirare su di sé l’attenzione dei media dei media. La Lega afferma che se questa riforma – che prevede anche

una redistribuzione dei poteri tra Regioni, Parlamento e Senato – non passasse dovrà ricorrere a mezzi non democratici per realizzare l’autonomia del Nord dal Sud. Oggi il partito secessionista si trova alla strette e sta pensando di prendere le distanze dall'ala moderata del centro-destra.

Si è parlato anche di creare un Partito democratico per unire almeno qualcuno dei nove partiti – che vanno dai cattolici di centro a Rifondazione comunista – dell’Unione. In questo caso sarebbe necessario un cambiamento ideologico se il nuovo Governo volesse affrontare problemi gravi come la crisi economica. Ma per un nuovo partito che vuole lasciarsi alle spalle il berlusconismo ed essere democratico, è ancora più importante creare un programma che sappia rivolgersi anche al 50% degli italiani che ha votato per il centrodestra. Dovrà poi sviluppare un nuovo modello di impegno politico con cui mandare in pensione la violenza del linguaggio berlusconiano. Infatti Berlusconi ha di recente bollato come “indegni” di chiamarsi italiani coloro che votano contro la riforma istituzionale e durante le politiche aveva già chiamato “coglioni” gli elettori dell’Unione. Le possibilità di costruire un dibattito costruttivo con il centro-destra sono poche. Il centro-sinistra deve iniziare un dialogo con l'elettorato italiano, di destra e di sinistra, che attraverso l'elevata affluenza alle urne ha dimostrato di volere di più dalla classe politica.

La sua forte identità locale, basata su città e regioni, fa dell’Italia il Paese che assomiglia di più all’Unione Europea. Il suo centrosinistra è la coalizione più europeista, i suoi tentativi di rivitalizzare il proprio tessuto politico sono quanto mai importanti.