Viaggio nello street food palermitano 

Articolo pubblicato il 18 aprile 2015
Articolo pubblicato il 18 aprile 2015

Ci siamo uniti per una mattinata a Streat Palermo Tour, nato da un’idea imprenditoriale del trentenne palermitano doc Marco Romeo, che da quasi due anni guida con successo turisti italiani e stranieri per il centro storico, alla scoperta dello street food palermitano, tra i più apprezzati al mondo. Un itinerario tra arte, cibo da strada e folklore. Seguiteci…

In una bella e soleggiata mattinata di aprile ci rechiamo all’appuntamento con Streat Palermo Tour, davanti al Teatro Massimo. Ci accoglie Naida, giovane e simpatica guida impegnata questa settimana cinque giorni su sette, segno inequivocabile che l’idea di far conoscere a turisti italiani e stranieri la storia e la bontà del cibo di strada palermitano funziona. Le presentazioni con il piccolo gruppo turistico – Streat Palermo Tour accetta un massimo dieci persone per giornata, con ovvia flessibilità a seconda dei casi – ci rivela che hanno aderito al tour soprattutto inglesi e polacchi.

Naida consegna loro il “Passaporto del Mangione”, per far conoscere le specialità oggetto della degustazione: Panelle, cazzilli, arancine, sfincione, pani ca meusa, cannoli e cassata, intervallati dal tradizionale schiticchio, un assaggio di altri prodotti tipici e un brindisi con vini locali. Capiamo subito che i codici linguistici utilizzati durante il tour saranno almeno tre: l’italiano, l’inglese e il siciliano. Trovandoci al Teatro Massimo, non si può prescindere da qualche informazione ai turisti. Viene presentato come il teatro più grande d’Europa, cosa che sapevamo già ma che ci inorgoglisce non poco. Si passa alle due statue leonine, che simboleggiano l’amore per la musica e il dramma. L’acustica, grazie alla cupola del grande architetto Basile, è perfetta, e visto che l’Italia è il paese della lirica… Viene letta e tradotta la celeberrima epigrafe che capeggia sul timpano del teatro: “L’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire”, un bel messaggio per il prosieguo del tour.

Ormai pronti a partire, ecco che arrivano all’ultimo momento tre turiste americane, una delle quali, Magda, è sulla sedia a rotelle. Viene dalla Florida ed è accompagnata dalle due figlie, una l’ha raggiunta dalla Cambogia per scoprire i tesori nascosti di Palermo. Un brivido corre giù lungo la nostra schiena: lo Streat Palermo Tour rischia di trasformarsi in un test per valutare lo stato delle barriere architettoniche del centro città, e speriamo sinceramente che vada tutto bene. Siamo smarriti già sul retro del teatro, dove il marciapiedi è sprovvisto di scivoli per tutta la sua lunghezza. La carrozzina di Magda è costretta a scendere con un balzo; per fortuna in via Volturno la situazione è migliore: gli scivoli sono un po’ nascosti ma presenti, e l’unico problema è lo slalom tra i banchetti degli ambulanti.

Le proprietà della frittola

Arriviamo agevolmente davanti Porta Carini, l’ingresso d’elezione al Mercato del Capo, che deve il suo nome alle dominazioni arabe della città. Porta Carini si chiama così, spiega Naida, perché da lì partiva la strada che conduceva al Castello della Baronessa di Carini. Una prima degustazione è già disponibile, proprio sotto la porta: si tratta della frittola, frattaglie di vitello bollite e poi rosolate nello strutto, insaporite con varie spezie, servite e consumate nella “cartáta” impermeabile. Alcune leggende narrano che, nei difficili anni tra le due guerre, quando scarseggiava un’alimentazione ricca di proteine, la frittola venisse data ai bambini per rafforzarne la crescita. I turisti assaggiano con le dita direttamente da un’unica cartáta, e apprezzano molto, ma al momento di proseguire, accade l’inatteso: Magda si alza in piedi e decide di proseguire lo Streat Tour con le sue gambe. Noi rimaniamo davvero sconcertati dalle proprietà energizzanti della frittola.

Agli occhi dei turisti il Capo fa un figurone con i suoi tendoni colorati, il tripudio di frutta e pesce in bella mostra, le valigette degli avvocati che guizzano intorno a motorini, carrelli, passeggini.

La sedia di Magda sobbalza sul lastricato senza la sua passeggera, che invece si lascia incuriosire dai cedri e dalle due tipologie di melanzana. Naida spiega che una versione è l’ideale per la parmigiana, un’altra per la pasta alla norma, e sentiamo un venditore proferire: “a quest’ora sentire sti cose…”. Poi Magda trasale per l’urlo di un pescivendolo “E allora? Chi veniva amore mio! Chi veniva amore mio!?, con Naida pronta a spiegare la funzione dell’abbanniata palermitana.

The Arancina is female

Sono le 11,20, l’ora ideale del brunch palermitano in friggitoria. I turisti prendono posto in  tavolini alla buona e vengono servite loro pannelle e cazzillivery strange, because there are two kind of farinaceous together”. Poi è la volta dell’arancina, “the very queen of Palermo’s street food”. La guida spiega anche che “arancina is female!”, mentre un signore bisognoso si avvicina ai turisti chiedendo mezza arancina, che gli viene offerta dalla friggitoria dopo attimi di imbarazzo per la faccia tosta. Ma anche questo, come i balconi decadenti ammirati sopra i tendoni inondati di luce, è parte del fascino che anima il Capo, che poco dopo riserva ai turisti la sua perla barocca, la visita alla Chiesa dell’Immacolata Concezione. Qui Magda inizia ad accendere candele votive senza più fermarsi, mentre la guida spiega la storia della Santuzza (abbiamo molti diminuitivi a Palermo, gioiuzza, nicuzza...) e delle feste a lei dedicate; una più popolare, ricca di spettacoli, luci e fuochi d’artificio: il festino. L’altra più mistica, notturna e spirituale: l’acchianata.

Abbandoniamo il Capo tagliando per via Sant’Agostino e via Bandiera, ed è il momento di Mario lo "sfincionaro", che non serve solo il suo buonissimo sfincione ai turisti, ma si offre anche volontario per timbrare il “Passaporto del Mangione” di Streat Palermo Tour nella casella sfincione, sorridendo mentre asserisce di sentirsi alla Regione. Anche qui ci sarebbe da parlare di arte, ad esempio della residenza quattrocentesca di Palazzo Alliata di Pietratagliata, ma siamo già a Piazza San Domenico e a una nuova storia da raccontare, quella del Mercato della Vucciria.

Ammirandone i colori ci viene in mente subito il capolavoro pittorico di Renato Guttuso, e mentre avanziamo sul lastricato pensiamo al detto utopistico “Si, come no! Quannu e balati ra Vucciria s’ascicanu / quando il pavimento della Vucciria si asciugherà.” Cosa impossibile. Siamo già alla Taverna Azzurra, luogo economico che ha dato allo storico mercato una seconda vita, vissuta perlopiù dai giovani palermitani, di notte. Qui si tiene lo “schiticchio” di Streat Palermo Tour, in una tavola apparecchiata con pane di Monreale, fave fresche, pomodori secchi, mandorle, olive, caciocavallo (Cavallo is Horse!), mentre i turisti scelgono il loro drink tra un bicchiere di Marsala, Zibibbo (sweet wine!), Sangue o Partannina. Il brindisi avviene insieme a una fauna di personaggi palermitani che sembrano usciti dall’immaginario di Ciprì e Maresco, ma proprio per questo autentici. Una cacofonia di pance a sbalzo, riporti improbabili, rughe profondissime, abbigliamento “instant vintage”, richiami e verbalizzazioni in stretto siciliano.

Cattivo è chi non mangia la cassata la mattina di Pasqua

Lo schiticchio sazia non poco i turisti, che si preparano al gran finale del tour. Dopo altre bellezze del patrimonio artistico palermitano, eccoci dentro il Mercato di Ballarò a gustare il Pane Ca Meusa (pagnotta ricoperta di sesamo ripiena di pezzetti di milza, polmone e trachea di vitello precotti, fatti rosolare nella sugna). Un piacere che ha origini medievali, inventato da un’antica comunità di macellai ebraici, e che viene servito nelle varianti “schiettu” (solo limone), o “maritatu”, cioè sposato con ricotta e caciocavallo. Tocca poi al cannolo - dolce da harem di Emiri e Saraceni - sconvolgere il palato dei turisti, con la croccantezza e l’aspra oscurità della “scùoccia” (scorza) unita alla dolcezza della ricotta di pecora zuccherata. Infine, il momento di sua maestà la cassata, direttamente dai conventi in cui è stata inventata per essere consumata a Pasqua, infatti il proverbio dice “Tintu è cu non mancia a cassata a matina ri pasqua”. Davanti al pan di spagna, la ricotta, la zuccata, la pasta reale e la frutta candita della cassata i turisti sono ormai soverchiati dai sapori, gli odori, i colori e il sole di questa città, e quando raggiungono il piazzale antistante la Cattedrale per la fine dello Streat Palermo Tour, Magda, fresca come una ragazzina, sostiene che “This Cathedral is beautiful. It has the same soul of Cassata!”.