«Vi raccontiamo il nostro Erasmus»

Articolo pubblicato il 07 novembre 2007
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Articolo pubblicato il 07 novembre 2007

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Aurélie e Annalisa. Due percorsi paralleli e un messaggio: il programma di scambio universitario non è solo una riga in più sul curriculum.

«Io ero un’altra, ma gli altri non se ne accorgevano»

Aurélie Chaudieu, francese, 25 anni, responsabile di progetti internazionali in una Ong

Erasmus? Indescrivibile. Ho studiato Geografia all’Università di Roskilde in Danimarca nel 2004. Da lì mi hanno mandata a realizzare un’inchiesta di terreno in Svezia sulla minoranza etnica dei Sami. Durante l’Erasmus, con gli altri partecipanti, abbiamo creato una vera e propria famiglia, come per proteggerci dal mondo esterno, da un Paese di cui non si possono subito cogliere tutte le sottigliezze. Ho incontrato persone che, forse, nel mio Paese d'origine, avrei semplicemente ignorato e che, invece, sono diventate linfa vitale.

Una volta rientrata mi sono resa conto che l'Erasmus era diventato una bolla che aveva finito per isolarmi dalla mia vita “di prima”. Come quando riprendi a parlare di banalità a tavola e ritrovi i tuoi amici che non sono cambiati. Io invece ero diventata un’altra, ma ero la sola a constatarlo. Oggi, dopo tre anni, sento che l’Europa è entrata a far parte della mia vita quotidiana. A livello professionale, perché molti progetti ai quali lavoro sono finanziati dalla Commissione. E a livello personale, grazie ad amici sparsi in tutto il Continente. E poi ho maturato una convinzione: l’Erasmus è l’inizio di qualcosa di molto importante: la costruzione di un’Europa dei cittadini che và al di là di quella economica.

“Io pioniera del progetto e “malata” di Erasmus”

Annalisa Zinani, italiana, 34 anni, in cerca di lavoro come controllore finanziario

Ho studiato Economia a Marsiglia nel 1995. Erano gli inizi del programma Erasmus ed era tutto una conquista. Ottenere la borsa, i contatti con l'università, le lotte per spiegare ai prof in cosa consistesse il progetto per il riconoscimento degli esami. E poi spiegare alla famiglia cosa si andava a fare. Una prova di "sopravvivenza " che io spesso paragono ad un servizio militare per conoscere gli altri europei. Ci si scopre inizialmente influenzati a vedere e concepire le cose in modo distinto a quello a cui si è abituati, per poi ritrovarsi nel tempo sempre con le radici ben salde nell'educazione di base, ma arricchiti di tolleranza e curiosità. Si scopre che il mondo degli uomini e della geografia è un arcobaleno di infinite nuances di colore in cui ogni persona rappresenta un punto di colore diverso.

L'Erasmus è l'inizio di una vita e di una eccitazione la cui ricerca può non terminare mai. Si inizia a servirsi della propria bussola interiore, muovendosi nello spazio finalmente liberi. Ma attenzione: può anche essere l'inizio di una nuova "malattia" di cui penso sentiremo parlare nei prossimi anni perché poi si può finire col non riuscire più a capire come funziona la bussola, perché si è alla ricerca di un equilibrio che non si trova più, perché i punti di riferimento possono sfumarsi. Ma il gioco vale la candela.

Foto in home page: (ichaka/istockphoto)