Venezuela, una stravagante democrazia alle urne

Articolo pubblicato il 01 dicembre 2006
Articolo pubblicato il 01 dicembre 2006

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Hugo Chávez favorito delle Presidenziali del 3 dicembre. Bilancio di riforme “democratiche”. E controverse.

«Questo signore è mio fratello e forse un giorno mio compagno di lotta». Lo ha detto il presidente dell’Iran, Ahmadinejad, l’estate scorsa, riferendosi a Hugo Chávez, il presidente venezuelano che dopo un colpo di stato fallito nel 1992, dal 1999, mediante libere elezioni, ha rifondato il Venezuela con una nuova costituzione e con un stile di fare politica che suscita passioni contrastanti. A Chávez non mancano amici di dubbio spessore democratico, come il presidente bielorusso Lukashenko o il cubano Fidel Castro. Il prossimo 3 dicembre si confronterà con il candidato dell’opposizione, il socialdemocratico Manuel Rosales, che già ha dichiarato che «se mi fanno fuori, tutto il mondo saprà che è stato Chávez».

Chavez 15 anni al potere. Se rivince

Il Parlamento venezuelano è composto da partiti vicini alla “rivoluzione bolivariana”, così come Chávez definisce il suo governo, facendo riferimento al liberatore dell’America Latina, Simón Bolívar. Nelle passate elezioni, l’opposizione si è ritirata, cercando di delegittimare Chávez. «Egoisticamente» – afferma José Joaquín Urías, Avvocato presso la Corte Costituzionale spagnola e consulente del Governo chavista nel 2001 – «Chávez ha interesse a che l’opposizione non si ritiri e ottenga più presenze in parlamento per una questione di immagine internazionale».

A questo Raúl Bocanegra, giornalista spagnolo appena rientrato dal Venezuela in seguito a un invito delle autorità di Caracas, aggiunge che «i chavisti vogliono che l’opposizione entri in Parlamento per pragmatismo: gli ultimi posti delle loro liste elettorali sono occupati da candidati spesso troppo inesperti». Pertanto, dato che i partiti di Chávez hanno vinto tutti gli scranni, la qualità del dibattito parlamentare si presume bassa.

Se vincesse di nuovo le elezioni, Chávez avrebbe la possibilità di raggiungere i 15 anni di mantenimento del potere, ma ha già dichiarato che tornerebbe a presentarsi per un altro mandato. Non vorrà forse perpetuarsi al potere? «Se è così, lo sa solo lui» spiega Urías, «Chávez ha già detto altre volte che il suo progetto richiede molto tempo. Non sarebbe l’unico a governare per molto tempo». Felipe González e François Mitterrand lo fecero per 14 anni e Helmut Kohl per 15. In più – continua Urías – «Il suo è un regime molto personalista e la sua figura è di difficile sostituzione».

«Chavez progressista». «No, è il più populista di tutti»

Questa stessa costituzione prevede la possibilità di un referendum abrogativo a metà mandato contro tutti gli incarichi pubblici elettivi. Una misura di portata democratica molto destabilizzante che l’opposizione ha usato contro Chávez nel 2004 senza successo. «Da allora» prosegue Urías «Chávez è sempre più progressista e meno populista, in quanto la crisi dell’opposizione gli ha permesso di concentrarsi sull’azione del Governo». «Il suo piano per le infrastrutture è gigantesco», afferma Sergio Pascual, ingegnere spagnolo di 29 anni presente durante la campagna elettorale. «Si è appena inaugurato un ponte sopra l’Orinoco, due tratti della metro di Caracas e la metro di Maracaibo. I centri sanitari» afferma «sono tanto equipaggiati quanto quelli spagnoli. Malgrado ciò», sottolinea, «ci sono molti opportunisti e un grado di corruzione notevole».

Ma le televisioni private e i grandi giornali del paese – come El Universal e El Nacional – in mano a persone vicine all’opposizione, non gli permettono di divulgare la sua azione di governo. Per questo, ogni settimana appare alla rete pubblica della televisione nella quale si dedica per ore, tra arringhe antimperialiste, a spiegare le sue iniziative. «Usa un linguaggio colloquiale e in questo modo la gente umile si identifica con lui» si indigna Carlos Armas, studente di odontoiatria di 25 anni a Caracas. «È più populista di chiunque altro finora». Per questo ragazzo, che si dichiara apolitico, «il governo non agisce in maniera democratica. Il deputato chavista, Luís Tascón, ha elaborato una lista con i nomi di quelli che avevano sollecitato attraverso la firma il referendum abrogativo contro Chávez del 2004, e ora viene posto loro il veto per le imprese pubbliche». Insieme a Claire Olmer, la sua compagna di origini francesi, sostiene che «se vince di nuovo Chávez, ce ne andremo dal paese».

«In effetti quel che a un europeo può risultare più strano», commenta Raúl Bocanegra, «è il linguaggio da caserma di Chávez». Spesso parla di «Venezuela in marcia», di «complotto contro le elezioni», o di «fronte contro la povertà». In un paese in cui il 51% della popolazione vive di sommerso e il 90% dei prestiti sono a breve termine per la scarsa fiducia nell’economia, Hugo Chávez non ha saputo trovare altra ricetta per infondere energia alla popolazione che recuperare i modi del suo passato militare, anche a rischio di polarizzare la società.

Avanti col Mercosur

Non solo di discorsi vive il presidente venezuelano. Per trasformare il Paese espropria terre e industrie non sfruttate per consegnarle a contadini e gruppi di lavoratori che le rimettano in marcia, sostenendo che «la proprietà privata deve essere subordinata all’interesse pubblico». Niente che non sia già accolto nelle maggiori costituzioni europee. Al che bisogna aggiungere che il suo punto di riferimento è Simón Bolívar e il suo tentativo di unificazione dell’America Latina. Per questo, ha fatto aderire il suo paese nel 2006 al Mercosur e appartiene, insieme a Cuba e Bolivia, ad Alba (Alternativa Bolivariana delle Americhe), una zona di cooperazione che ha già permesso – in cambio dell’invio di 92.000 barili di petrolio al giorno a Cuba – che 30.000 specialisti cubani lavorino in Venezuela nella sanità, nell’istruzione e nello sport. Ormai manca solo che reclami libere elezioni a Cuba.

Foto in home page: Whiffer/Flickr. Foto in questa pagina: Sergio Pascual & Francisco Pascual; Blmurch/Flickr