Usa, la prima volta si chiama Katrina

Articolo pubblicato il 08 settembre 2005
Articolo pubblicato il 08 settembre 2005

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Per la prima volta nella storia moderna gli Stati Uniti chiedono aiuti umanitari ad altri paesi. Se chiedono aiuto è perché ne hanno bisogno, e anche perché gli altri glielo possono offrire.

Sarà perché Bush ha subìto la pressione delle critiche rivoltegli dall’ opinione pubblica, sarà perché la situazione a New Orleans è disperata, o sarà forse per l’incapacità dell’amministrazione americana di gestire l’immane lavoro di relazioni pubbliche richiesto in casi simili: ad ogni modo, qualunque sia la causa, resta il fatto che la decisione presa dagli Stati Uniti ha carattere eccezionale. Il Presidente Bush si è rivolto all’Unione Europea e alla Nato chiedendo l’invio di 500.000 razioni di cibo, migliaia di coperte, cisterne di acqua potabile e medicinali. Aiuti che l’Ue sta distribuendo attraverso il Meccanismo comunitario di protezione civile. Cosa non trascurabile è che il bilancio federale degli Stati Uniti ammonta al 20% del proprio Pil, mentre il bilancio comunitario è pari all’1% del Pil dei Paesi dell’Ue. Per non parlare del milione di barili di petrolio ceduti dal Venezuela e il petrolio che l’Ue ha liberato dalle proprie riserve strategiche.

Un paradosso difficile da digerire

Solo nove mesi fa eravamo tutti assorbiti dai dibattiti sugli aiuti contro gli effetti dello tsunami che aveva colpito una zona del mondo da sempre vessata dalla povertà: ora non si può dimenticare che in quell’occasione gli Stati Uniti si dimostrarono un po’ avari in quanto a contributi. Ma anche i ricchi piangono. Ora il disastro naturale è entrato fino alla cucina del Paese più potente del mondo, mettendo a nudo l’impreparazione del gigante americano: che, in questa occasione, non è stato vittima di un maremoto verificatosi dal giorno alla notte, ma di un uragano già preannunciato con settimane di anticipo.

A questi due paradossi se ne aggiungono altri. Da una parte, quel modello di “Stato minimo” che il governo Bush sostiene in tutto il mondo, non è stato in grado di organizzarsi per prevedere – e di conseguenza contenere – le conseguenze di questa catastrofe. Perciò continuiamo ad assistere ad immagini da terzo mondo, che screditano il prestigio statunitense nel Terzo Mondo propriamente detto. D’altro canto, nonostante il crogiolo culturale di cui si vantano gli americani, questa volta la frattura sociale - manifestatasi nei disordini, nei saccheggi, negli stupri e nelle autorizzazioni date ai poliziotti - urla al cielo Le accuse avanzate dai cittadini neri impegnati a cercare di sopravvivere alle violenze ne hanno dato testimonianza, e si sono unite alle voci di personalità quali Jesse Jackson o Michael Moore, i quali inoltre insinuano che il razzismo è un problema di classi sociali.

L’Europa pronta ad aiutare

A Bush non deve essere costato poco chiedere aiuto. Con questo gesto che gli fa onore di fronte ai suoi concittadini, il Presidente degli Stati Uniti ammette tacitamente che l’Europa è in grado di aiutare gli Stati Uniti. Inoltre così facendo riconosce che alla “vecchia Europa” di essere davvero unita e in grado di offrire aiuti ai cittadini nordamericani in difficoltà. E diventa anche facile stabilire dei parallelismi tra le difficoltà di Bush a gestire da solo questa crisi e l’unilateralità delle sue decisioni in merito alla questione irachena. Il risultato è che d’ora in poi sarà difficile per Washington impartire lezioni “preventive” al mondo, se non è in grado di prevenire le conseguenze dell’ultimo uragano nel cortile di casa. L’Europa potrà incontrare sul suo cammino molti problemi politici, ma non cessa di creare meccanismi di garanzia e di diritto a tutela dei suoi cittadini, mentre invece gli Stati Uniti si vedono tagliare le proprie libertà e danno mostra della loro povertà in materia di cultura del servizio pubblico.