Uno screenshot del divario digitale

Articolo pubblicato il 17 ottobre 2014
Articolo pubblicato il 17 ottobre 2014

Il termine “digital divide” è utilizzato per indicare il gap che intercorre tra chi ha accesso effettivo alle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione e chi ne è escluso, in modo parziale o totale. Al centro dei piani dell'Unione Europea per il 2020, qual è la situazione negli stati membri ed in Italia?

Il termine “digital divide” è utilizzato per indicare il gap che intercorre tra chi ha accesso effettivo alle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione e chi ne è escluso, in modo parziale o totale. Questo vocabolo incomincia a diffondersi nel corso degli anni ’90 a partire da alcuni studi statunitensi, che sottolineavano come le percentuali di possessori di computer aumentassero presso alcuni gruppi etnici ed in alcune fasce di reddito circoscritte, per affermarsi definitivamente nel 1996 quando fu utilizzato, trasformandosi in uno slogan quasi perfetto, dagli allora presidente Bill Clinton e vice-presidente Al Gore in un discorso ufficiale: «[…] che i nostri figli non siano separati da un divario digitale». Il tema è così entrato prepotentemente (e spesso acriticamente) nelle agende di governi, aziende ed organizzazioni internazionali.

La questione in Europa

Le cause del divario digitale sono molteplici: ad eventuali problemi economici si aggiungono l’analfabetismo informatico e l’assenza o l’inadeguatezza di infrastrutture necessarie per la connessione, spesso aggravate da costi d’investimento elevati – come nel caso della connessione di aree rurali o scarsamente abitate. L’accesso alla banda larga (definizione che, con le tecnologie attuali, indica un collegamento con velocità di download di almeno 1.2 Mbps) non è contemplato né nella legislazione italiana né in quella europea – sebbene importanti giuristi italiani, come Stefano Rodotà, abbiano proposto un possibile aggiornamento dell’articolo 21 della Carta Costituzionale, il cui testo dovrebbe prevedere anche «eguale diritto di accedere alla Rete Internet, in condizione di parità, con modalità tecnologicamente adeguate e che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale». Ma l’accesso ad internet e, soprattutto, un corretto uso delle nuove tecnologie ricoprono realmente un ruolo così importante nell’evoluzione economica e culturale di un paese? I tentativi di quantificare l’impatto “reale” della rete in economia sono numerosi: uno dei primi esempi è costituito dall’articolo di Michael J. Mandel «The Internet Economy: the World’s Next Growth Engine», pubblicato su nel 1999 Businessweek e che, con alcuni ridimensionamenti, può ancora essere considerato in parte valido; non mancano anche analisi meno ottimistiche e più attente nei confronti dei negozi tradizionali, i “retailer” per usare una definizione anglosassone, al centro di un lungo articolo del Boston Consulting Group uscito nel Novembre del 2012. Quale che sia la lettura che si vuol dare a questo rapporto, è evidente che si tratti di uno dei punti più delicati nella progettualità politica, economica ed anche sociale di un paese.

L’agenda digitale dell’Unione Europa è uno dei progetti facenti parte del programma Europe 2020, l’insieme delle strategie che gli stati membri stanno mettendo in atto coordinatamente per raggiungere una crescita intelligente e sostenibile per tutti i loro abitanti. Secondo il sito ufficiale dell’agenda, la sua realizzazione passa per sette obiettivi cardine, denominati “pilastri”. Ma tali pilastri sono solo l’ultima evoluzione di una serie di punti, la cui ultima sintesi risaliva al 2012, che riguardano questioni pratiche la cui risoluzione è necessaria per utilizzare al meglio la rete. La prima di queste è proprio l’accesso alla banda larga. Secondo il rapporto presente sul sito ufficiale e basato su dati Eurostat raccolti tra il 2004 ed il 2013, circa il 29.4% della popolazione dell’Unione Europea ha accesso ad una connessione broadband, raggiungendo la massima penetrazione in Danimarca, Olanda e Francia, e sono in considerevole aumento le stipulazioni di contratti con velocità pari a 30 Mbps: tra il 2012 ed il 2013 si è passati da 3.4 a 5.4 milioni di utenti. Queste connessioni sono per lo più basate su connessioni DSL, sebbene le connessioni con cavo (la cosidetta FTTH, Fiber to the House, cioè la fibra ottica direttamente a casa) siano disponibili in quasi tutto il continente, con l’eccezione di pochi paesi – tra cui, sfortunatamente, vi è l’Italia. D’altro canto le ultime tecnologie di trasferimento dati hanno dimostrato che è possibile utilizzare per il trasferimento dati ad alta velocità anche le infrastrutture tradizionali – in alcuni paesi europei, come Finlandia, Germania e Francia è possibile sottoscrivere abbonamenti VDSL/2 con velocità di download pari a 100 Mbps. Infine anche il settore delle connessioni mobili presenta un considerevole aumento degli utenti, che sarebbero pari al 58% della popolazione dell’Unione Europea: a primeggiare troviamo Svezia, Danimarca e Finlandia, dove per ogni cento persone vi sono più di cento abbonamenti.

La situazione è quella di un mercato estremamente frammentario con differenze notevoli non solo tra stati, ma persino tra aree urbane e rurali all’interno degli stessi. Queste non concernono esclusivamente le dinamiche di competizione economica, ma anche i prezzi degli abbonamenti, la qualità del servizio e la copertura che gli ISP (Internet Service Provider, definizione anglosassone che indica le strutture commerciali o le organizzazioni servizi inerenti ad internet, tra cui l’accesso al web): malgrado gli ultimi anni mostrino una lenta convergenza nell’accesso a reti a banda larga, le statistiche offrono spunti per riflessioni interessanti. Tra queste, una coinvolge da vicino l’Italia: presente nella statistica riguardante le connessioni con velocità di download incluse tra 12 e 30 Mbps, il nostro paese è assente da quelle con velocità minima a 30 Mbps (fibra ottica o VDSL/2, ad esempio). Infine le connessioni definite “super veloci”, con velocità pari a 100 Mbps in download e 10 Mbps in upload, restano estremamente rare: secondo le medie, vi è un solo abbonato per ogni mille abitanti.

Un paese a "macchia di leopardo"

Tornando alla questione italiana, secondo i dati Eurostat del Dicembre 2013 circa il 34% della popolazione nazionale non ha mai effettuato un accesso ad internet. Perché? La questione è spinosa. La velocità di trasmissione decresce linearmente con l’aumento della distanza dalla centrale: ad un raddoppio di tale distanza corrisponde un dimezzamento della velocità disponibile ma, nella realtà, il segnale decade anche più rapidamente a causa delle interferenze dei cavi vicini, particolarmente nell’ultimo miglio. A questo primo problema si aggiungono le spese economiche provenienti dalla necessità di installazione di nuovi apparati che sostituiscano quelli più vecchi, spesso d’intralcio, installati vent’anni fa quando la tecnologia ADSL non era ancora disponibile in Italia. Se a queste spese aggiungiamo la necessità di installare una fibra ottica almeno a partire dalla prima centrale (Stadio di Linea) fino alla più vicina centralina (Stadio di Gruppo), i costi possono aumentare esponenzialmente.

Dopo aver effettuato alcuni esperimenti tra la fine del 2007 ed il 2008, nel corso del 2012 Telecom Italia e Fastweb, le uniche aziende italiane ad essersi interessate allo sviluppo di questa tecnologia, hanno annunciato una collaborazione mirata ad utilizzare la VDSL2 come segmento finale in un'architettura FTTC (Fiber to the Cabinet: si tratta di una delle definizioni generiche con cui i vari provider definiscono l'ultimo tratto del collegamento; in particolare il termine "to the Cabinet" indica che la fibra ottica raggiunge l'armadietto telefonico a cui è connessa la propria abitazione): dal Dicembre 2013 Telecom attiva il servizio Ultra Internet Fibra Ottica nelle principali città italiane, tra cui Roma, Napoli, Torino, Genova, ecc. con velocità 30/3 Mbit/s, mentre a Milano il servizio, rinominato Plus, raggiunge la velocità di 100/10 Mbit/s; da Marzo 2013 anche Fastweb propone un'offerta simile.

Queste soluzioni sono però esclusive dei maggiori comuni italiani, le aree più appetibili per le aziende che forniscono servizi legati alla rete: secondo quanto riportato da un rapporto stilato dall’azienda britannica Akamai, basato su dati risalenti al Q3 2013, la velocità media di download delle connessioni italiane è intorno a 4.9 Mbps, un risultato deludente, malgrado si prospettino miglioramenti legati al diffondersi delle nuove tecnologie di connessioni ad alta velocità fisse e mobili. Il problema principale della nostra nazione è però simile a quello dell’Unione Europea: la copertura è a “macchia di leopardo” ed alcune regioni, come il Molise, la Calabria o la Basilicata, sembrano esser state completamente escluse dai piani delle aziende. Una situazione che, con la riduzione dei fondi del cosidetto “piano Romani”, il cui obiettivo era di portare in tutte le case connessioni con una velocità di download di 1 Mbps (un risultato ben lontano dalla media nazionale), sembra destinata a peggiorare: sembra che anche il governo Renzi abbia accantonato definitivamente la questione. Se vi saranno cambiamenti, questi non dipenderanno da una precisa volontà politica, ma dagli obiettivi economici delle aziende e del mercato.