Uniti contro di noi

Articolo pubblicato il 05 gennaio 2004
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Articolo pubblicato il 05 gennaio 2004

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Per motivi di interesse economico Francia e Germania hanno impedito finora una politica estera europea comune nei confronti della Cina. Ma il rischio che ne consegue è grande: anche per loro.

Il 30 ottobre è stato per la storia della politica estera europea un giorno veramente positivo. La troika Prodi-Berlusconi-Solana si è recata a Pechino per il sesto vertice Europa-Cina e subito sono piovute le informazioni sui successi raggiunti: la Cina parteciperà al Programma Galileo ed i turisti cinesi diretti in Europa potranno contare su una riduzione degli intralci burocratici. Di quest’ultimo punto si dovrebbe rallegrare soprattutto l'industria del turismo, visto che, secondo l'Organizzazione Mondiale del Turismo, nel 2020 il numero dei viaggi dei cinesi sarà decuplicato e sarà pari a 120 milioni di turisti l'anno.

La Cina sta quindi per sbarcare, e le élites europee si precipitano a darle il benvenuto. I rapporti tra questi due blocchi di potere non cessano di intensificarsi e entrambe le parti lavorano assiduamente per dotare il partnerariato di solide fondamenta politiche. Il 13 ottobre, per esempio, a due settimane dal vertice, entrambe le parti avevano reso noti degli importanti documenti strategici. Il Governo cinese faceva sapere di voler fare dell'Europa il suo partner commerciale più importante, mentre l’UE dichiarava di voler coinvolgere di più Pechino nelle organizzazioni internazionali.

La politica come merce di scambio

La politica estera europea comune di facciata che si ritrova nei documenti è però ingannevole, in quanto non solo i responsabili della politica europea si recano volentieri in Cina, ma anche i capi dei governi nazionali e gli entourage delle lobby economiche che ruotano attorno ad essi rendono ancora più gravosi gli sforzi per mantenere unita l’Europa. L’Europa è cioè, per quanto riguarda la fissazione di condizioni quadro di carattere politico-economico, uno strumento adatto per facilitare alle imprese europee l’accesso al mercato cinese e per ottenere delle regole certe. L’ingresso della Cina nel WTO, l’11 dicembre 2001, è il miglior esempio in tal senso. Ma l’Unione Europea può solamente liberare il campo per le imprese europee, soprattutto tedesche e francesi, che dovranno poi scendere in tale campo per competere una contro l’altra. In concreto si tratta di costruire metropolitane, centrali termiche, reattori nucleari o centrali di controllo telefoniche. Grazie a questa concorrenza il governo cinese ottiene sempre agevolazioni fiscali e fideiussioni bancarie. Ad esempio, la linea Transrapid che porta a Shangai è stata sovvenzionata col denaro del contribuente tedesco, altrimenti ora, al suo posto, vi sarebbe stata una linea TGV di costruzione francese.

Tale concorrenza, per quanto possa essere legittima e stimolante per l’economia, porta con sé dei rischi politici. Essa infatti pone il governo cinese nella condizione di legare gli accordi economici alle condizioni politiche. La prima vittima è, come sempre, il rispetto dei diritti umani. Malgrado ancora nel 1995 l’Unione Europea avesse assunto una chiara posizione, critica nei confronti della Cina, nella commissione dei diritti umani presso le Nazioni Unite, nel 1997 il governo francese ha compromesso il mantenimento di questa posizione critica perché si era presentato un lucrativo affare con gli Airbus. La Spagna, l’Italia, la Grecia e la Germania l’hanno seguita in questa logica, e l’Europa ha dovuto abbandonare la sua politica di fermezza. In ringraziamento, la parte cinese si è dichiarata pronta a riprendere un fantomatico “dialogo sui diritti umani”, di certo molto più comodo rispetti all’accusa pubblica della Comunità internazionale che avrebbe potuto aver luogo in ambito ONU.

Come conseguenza la Francia ha intrapreso, prima di tutti, una politica prettamente nazionale nei confronti della Cina, arrivando persino a stipulare, contrariamente a tutti gli altri paesi europei un trattato strategico bilaterale. Ed anche se gli altri Stati non hanno sabotato apertamente la politica estera europea, ora seguono una strategia simile. Tra il 1° ed il 4 dicembre il cancelliere federale tedesco Schröder ha visitato la Cina per la quinta volta e si è espresso per un allentamento dell’embargo sugli armamenti e per l’esportazione dell’impianto nucleare di Hanau dalla Germania, dove si trova attualmente, alla Cina. L’economia tedesca e il governo cinese se ne rallegrano.

Viva il multilateralismo, abbasso il multipolarismo!

Questa politica senza scrupoli, viene assortita, sia a Parigi che a Berlino, con l’etichetta della tanto chic di “multipolarismo”. Il tutto è basato sul concetto di economia tripolare in cui i poli sono gli USA, l’Unione Europea e l’Asia. Ma la realtà geostrategica è un’altra. Che interesse ha l’Unione Europea nell’area del Pacifico? La Cina in tale regione è impegnata contro gli Stati Uniti in una lotta per l’egemonia che ruota attorno alla minaccia dell’indipendenza di Taiwan. Possiamo stare certi che in questo contesto la Cina – grazie all’annullamento dell’embargo sugli armamenti, all’ingresso nel Programma Galileo e alla fornitura di materiale e tecnologia nucleare – ci sarà più che grata. La domanda è, però, se la Cina sarà davvero la potenza mondiale emergente del 21° secolo e quindi un “partner strategico” dell’Unione Europea. Oggi si contano in quel paese 200 milioni di disoccupati, ed il loro numero sta crescendo. Gli esperti segnalano il pericolo di un surriscaldamento della crescita cinese, il cui settore finanziario è in preda alla corruzione. Dal punto di vista militare, è prevedibile che presto la Cina non potrà più trattare alla pari con gli USA, e quindi in futuro dovrà votare con loro nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Perchè l’Unione Europea, in particolare Francia e Germania, dovrebbe cercare di controbilanciare assieme alla Cina il peso della potenza americana?

In realtà, ci sarebbe un’alternativa migliore: una politica estera comunitaria degna di questo nome. Se si raggiungesse una posizione europea unitaria, si potrebbe separare la politica dal business e gli Stati membri non potranno più giocare gli uni contro gli altri nel settore economico. Allo stesso tempo si potrebbe porre la Cina sotto pressione con una posizione più dura nella Commissione Diritti Umani dell’ONU e in tal modo smuovere davvero le acque sulla questione dei diritti umani. Insomma, anziché perseguire uno schema multipolare privo di sicurezze, si indurrebbe la Cina ad una collaborazione multilaterale.

La Francia e la Germania devono ripensare radicalmente la propria politica nei confronti della Cina, mettere da parte gli interessi economici nazionali e lavorare ad una strategia europea comune. Per il bene della propria economia, della politica estera europea e, non da ultimo, per i diritti umani in Cina.