Ungheria: dal "Comunismo-gulash" alle ipoteche in franchi svizzeri 

Articolo pubblicato il 27 giugno 2014
Articolo pubblicato il 27 giugno 2014

In appena un decennio l’Ungheria è passata da un sistema comunista ad una democrazia capitalista. Dopo duri programmi di stabilizzazione, nei primi anni del duemila il paese iniziava a svilupparsi. Tuttavia, l’allarme del debito pubblico é arrivato in un momento in cui migliaia di famiglie stavano firmando ipoteche in valuta estera, portandole alla rovina.

La prima cosa che col­pi­sce una volta ar­ri­va­ti a Bu­da­pe­st è lo sgan­ghe­ra­to treno so­vie­ti­co che an­co­ra oggi per­cor­re la linea 3, giun­gen­do fino al cen­tro della ca­pi­ta­le un­ghe­re­se. Lungo il tra­git­to, solo i car­tel­li che pren­do­no il posto della vec­chia pro­pa­gan­da po­li­ti­ca ci ri­cor­da­no il quasi quar­to di se­co­lo che va dalla fine della cor­ti­na di ferro a quel­la della pe­cu­lia­re forma di stato so­cia­li­sta del paese: il co­mu­nis­mo del gu­lash.

Era­va­mo il posto più fe­li­ce del mondo so­cia­li­sta” af­fer­ma il pro­fes­sor Sándor Gyula Nagy, esper­to in Studi eu­ro­pei e Vice De­ca­no della Fa­col­tà di Eco­no­mia dell'Uni­ver­si­tà Cor­vi­nus. In eco­no­mia, il mo­del­lo un­ghe­re­se era come il piat­to ti­pi­co del paese: c’era un po’ di tutto. Tra le prio­ri­tà, la ga­ran­zia d’ac­ces­so ai beni di con­su­mo. Inol­tre, si cer­ca­ro­no di in­te­gra­re al­cu­ni mec­ca­ni­smi di mer­ca­to al­l’in­ter­no di un’e­co­no­mia pia­ni­fi­ca­ta, si re­gi­strò la pre­sen­za di pic­co­le im­pre­se pri­va­te nel set­to­re dei ser­vi­zi, si in­cre­men­tò il com­mer­cio este­ro e le espor­ta­zio­ni creb­be­ro su en­tram­bi i lati della cor­ti­na.

Con la ca­du­ta del muro, però, la pol­ve­re é ar­ri­va­ta anche qui. Le espor­ta­zio­ni di­mi­nui­ro­no del 70% e la di­soc­cu­pa­zio­ne creb­be del 12% in un solo anno. Il crol­lo del set­to­re in­du­stria­le portò ad un si­gni­fi­ca­ti­vo calo del PIL, il prez­zo dei beni di prima ne­ces­si­tà salì per via dal­l’e­li­mi­na­zio­ne dei sus­si­di e molte per­so­ne si tro­va­ro­no in dif­fi­col­tà. "Il go­ver­no varò la ri­for­ma del mer­ca­to con la li­be­ra­liz­za­zio­ne delle im­pre­se sta­ta­li, ma non mancò la cor­ru­zio­ne. So­prat­tut­to bi­so­gna­va af­fron­ta­re il de­bi­to este­ro che era molto alto", ag­giun­ge Nagy.

Tran­si­zio­ne, pri­va­tiz­za­zio­ne...​shock!

Il con­ser­va­tore Józ­sef An­tall avviò un duro pro­ce­sso di tran­sizione e di sta­bi­liz­za­zio­ne che  rag­giun­se l’a­pi­ce du­ran­te i suc­ces­si­vi due go­ver­ni. Il primo di que­sti, gui­da­to da Gyula Horn – a capo della tra­sfor­ma­zio­ne del par­ti­to unico in so­cial­de­mo­cre­zia oc­ci­den­ta­le– ac­cen­tuò l’au­ste­ri­tà tra­mi­te il pac­chet­to Bo­kros, con­cor­da­to dal FMI. “Con­si­ste­va nel­l’ap­pli­ca­zio­ne della teo­ria dello shock, nien­te più”, spie­ga il pro­fe­sor Nagy. Si ac­cel­le­rò il pro­ces­so di pri­va­tiz­za­zio­ne, si isti­tui­ro­no le tasse ac­ca­de­mi­che, ci fu­ro­no tagli sulle spese so­cia­li e si re­gi­strò una ge­ne­ra­liz­za­ta per­di­ta di en­tra­te. Mai in Un­ghe­ria era stato ap­pli­ca­to un pro­gram­ma più dra­sti­co.

La de­stra, con l’at­tua­le primo mi­ni­stro Vik­tor Orbán, fa­cen­do leva sul­l’im­po­po­la­ri­tà del pac­chet­to, salì al go­ver­no nel 1998. Ven­ne­ro eli­mi­na­te le mi­su­re più im­po­po­la­ri ed eco­no­mi­ca­men­te ir­ri­le­van­ti, ma le linee guida del go­ver­no pre­ce­den­te non ven­ne­ro toc­ca­te. Per la prima volta, l’e­co­no­mia un­ghe­re­se ini­ziò a cre­sce­re e ad at­tra­re ca­pi­ta­le este­ro.

Quan­do il primo go­ver­no Orbán crol­lò alle ele­zio­ni del 2002, tra le ac­cu­se di cor­ru­zio­ne, l’Un­ghe­ria aveva sa­na­to parte del de­bi­to, il tasso di in­fla­zio­ne era di­mi­nui­to ed il paese cre­sce­va a ritmo so­ste­nu­to. I so­cia­li­sti tor­na­ro­no al po­te­re in un mo­men­to di buone pro­spet­ti­ve, sia po­li­ti­che che eco­no­mi­che. L’Un­ghe­ria en­trò in UE ap­pe­na due anni dopo e l'ado­zio­ne del­l'eu­ro era pre­vi­sta per il 2008 al mas­si­mo. Il paese go­de­va di buona sa­lu­te.

Ipo­te­che in fran­chi sviz­ze­ri: sem­bra­va una buona idea

Ma av­ven­ne qual­co­sa di stra­no. Nel 2003 l’in­ci­pien­te clas­se media ini­ziò a chie­de­re pre­sti­ti in euro. “Tutto co­min­ciò in una banca au­stria­ca”, spie­ga Gábor Szie­gel, al­lo­ra eco­no­mi­sta se­nior pres­so la Banca cen­tra­le d’Un­ghe­ria e at­tual­men­te con­su­len­te nel set­to­re pri­va­to. “Il tasso di in­te­res­si in euro si ag­gi­ra­va at­tor­no al 4%, in­ve­ce in fio­ri­ni rag­giun­ge­va quasi il 10%. Qual­cu­no pensò che fare af­fa­ri con i clien­ti un­ghe­re­si fosse una buona idea. La gente ini­ziò a chie­de­re pre­sti­ti per l’au­to, poi ar­ri­va­ro­no le ipo­te­che”.

Dal 2004 fino allo scop­pio della crisi glo­ba­le, il fran­co sviz­ze­ro so­sti­tuì l'eu­ro nel set­to­re dei pre­sti­ti e delle ipo­te­che. “Il cam­bio con il fio­ri­no in quel mo­men­to era van­tag­gio­so, il mar­gi­ne di pro­fit­to era più alto e qual­cu­no pensò di ap­pro­fit­tar­ne”, spie­ga Szie­gel. È stato così che mi­glia­ia di fa­mi­glie, il 10% della po­po­la­zio­ne, de­ci­sero di fare il gran salto: com­pra­re l’au­to, to­glier­si un ca­pric­cio, la­scia­re le case in stile so­vie­ti­co. Ma la crisi di­strus­se i piani per l’in­gres­so in eu­ro­zo­na. Nel frat­tem­po il go­ver­no so­cia­li­sta aveva in­cre­men­ta­to enor­men­te il de­bi­to pub­bli­co ed era tor­na­to ad in­de­bi­ta­re il paese fino al collo.

Il ri­tor­no al­l’au­ste­ri­ty dopo lo scan­da­lo pro­vo­ca­to dalle di­chia­ra­zio­ni del primo mi­ni­stro so­cia­li­sta Fe­renc Gyurc­sány nel 2006am­met­tendo i bro­gli elet­to­ri, fu un duro colpo per le fa­mi­glie che ave­va­no chie­sto dei pre­sti­ti. La sva­lu­ta­zio­ne del fio­ri­no ne rad­dop­piò i de­bi­ti, ren­den­do im­pos­si­bi­le il pa­ga­men­to. Il pa­ra­dos­so è evi­den­te: no­no­stan­te il con­trol­lo della po­li­ti­ca mo­ne­ta­ria, la sva­lu­ta­zio­ne im­po­ve­rì gran parte della po­po­la­zio­ne.

Di chi fu la colpa? Il pro­fes­sor Nagy non ha dubbi: “Di tutti. Delle ban­che che non spie­ga­ro­no i ri­schi, del go­ver­no che non fece ab­ba­stan­za per si­ste­ma­re la si­tua­zio­ne e dei cit­ta­di­ni che non con­si­de­ra­ro­no i pos­si­bi­li ri­schi". Gábor Szie­gel con­di­vi­de al­cu­ni punti ma af­fer­ma: “Non credo che le ban­che fos­se­ro co­scien­ti dei ri­schi. Il mer­ca­to delle di­vi­se, il fran­co in par­ti­co­la­re, era sta­bi­le da quasi 15 anni, nes­su­no po­te­va pre­ve­de­re il piano di sal­va­tag­gio greco, con l’ac­qui­sto delle ob­bli­ga­zio­ni sul mer­ca­to se­con­da­rio e la va­ria­zio­ne dei tassi di cam­bio".

Ma c’è un fat­to­re che ha reso que­sto caso unico: “La chia­ve di tutto è stata la paz­zia delle ipo­te­che in fran­chi. Per­ché al­me­no con i cre­di­ti in euro si po­te­va in­ter­ve­ni­re in una delle va­ria­bi­li, il tasso di cam­bio con il fio­ri­no. Però se ipo­te­chi in fran­chi, ti vin­co­li a due ri­schi, sui quali non hai in­fluen­za: la flut­tua­zio­ne del fran­co nei con­fron­ti del­l'eu­ro e quel­la con il fio­ri­no", af­fer­ma.

L'Eu­ro­pa è la so­lu­zio­ne

Come evi­ta­re che ciò si ri­pe­ta? È dif­fi­ci­le, ma i due eco­no­mi­sti si tro­va­no d’ac­cor­do su al­cu­ni punti fon­da­men­ta­li. È ne­ces­sa­rio che tutti i mem­bri della UE si ac­cor­di­no in fatto di po­li­ti­ca eco­no­mi­ca. “Non è così fa­ci­le ri­ti­ra­re un pro­dot­to di que­sto tipo dal mer­ca­to; in­fat­ti, la Banca cen­tra­le d’Un­ghe­ria si op­po­se, ma non potè che dare l’al­lar­me. Se si proi­bi­sce il pro­dot­to a li­vel­lo na­zio­na­le, le ban­che mul­ti­na­zio­na­li tra­sfe­ri­sco­no sem­pli­ce­men­te la base di dati dei clien­ti un­ghe­re­si nelle sedi este­re ed il pro­ble­ma si ri­pre­sen­ta. L’u­ni­co modo per evi­tar­lo è adot­ta­re una po­li­ti­ca ma­cro­pru­den­zia­le co­mu­ne”, as­si­cu­ra Szie­gel.

No­no­stan­te ciò, Nagy si mo­stra scet­ti­co sulle pos­si­bi­li­tà della mo­ne­ta pro­pria. “Chi pensa che un pic­co­lo stato possa con­trol­la­re la pro­pria eco­no­mia con il tasso di cam­bio, non sa in che mondo vive. È il mer­ca­to che la con­trol­la. Per que­sto bi­so­gna in­cre­men­ta­re l’in­te­gra­zio­ne in Eu­ro­pa”. Cu­rio­sa le­zio­ne da parte di uno stato in cui il pa­ra­dos­so sem­bra es­se­re la norma. Forse è per que­sto che in Piaz­za della Li­ber­tà, nel cuore di Bu­da­pe­st, il vec­chio mo­nu­men­to agli eroi del­l’Ar­ma­ta Rossa con­vi­ve a poche cen­ti­na­ia di metri con una sta­tua di Ro­nald Rea­gan. Un’im­ma­gi­ne degna del mi­glior gu­la­sh.

Questo articolo fa parte di un'edizione speciale dedicata a Budapest e realizzata nel quadro del progetto "EU in Motion" su iniziativa di Cafebabel e con la collaborazione del Parlamento Europeo e della Fondazione Hippocrène.