Un’Europa senza confini

Articolo pubblicato il 21 aprile 2006
Articolo pubblicato il 21 aprile 2006

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L’Europa del futuro è libertà di movimento per lavoro, beni, servizi e capitali. Finora solo un sogno. Un mercato comune dei beni esiste già. È ora di liberalizzare anche il mercato del lavoro.

«Una politica incentrata sulla libertà dell’individuo è la sola vera politica progressista» ha detto F.A. Hayek, premio Nobel per l’economia. Hayek afferma che una politica economica fondata sul libero scambio non solo è efficace dal punto di vista economico, ma ha effetti positivi per la società nel suo complesso. Attualmente in Europa il libero scambio di beni e servizi e lo sfruttamento dei vantaggi comparati hanno battuto la logica del protezionismo e condotto l’Unione Europea sul sentiero di un unico mercato comune. È giunto il momento di creare un libero mercato del lavoro.

La Commissione non ha dubbi

Sono già passati cinquant’anni da quando l’Europa ha scelto la libertà di movimento dei lavoratori. Di recente Neelie Kroes, Commissario europeo per la Concorrenza, ha ripetuto questo impegno: «un mercato unico ha effetti positivi per chiunque: per ogni Stato membro, per i produttori e per i consumatori».

La Commissione non deve soltanto favorire la libertà di movimento dei lavoratori ma anche promuovere una visione più ampia dell’integrazione economica. In un recente rapporto la Commissione è giunta alla conclusione che gli immigrati provenienti dai nuovi Stati membri abbiano un effetto positivo sull’economia dei paesi che li accolgono. I nuovi lavoratori fanno aumentare il tasso di occupazione ma non pesano sui sistemi di wellfare. La Commissione perciò ha auspicato che crolli qualsiasi tipo di barriera contro di loro. «Siate fieri e approfittate dell’energia dirompente, del dinamismo e del duro lavoro dei cittadini dei nuovi Stati membri», ha detto il commissario Peter Mandelson.

Qualcosa di sensato

La posizione della Commissione è avvalorata dalla situazione dell’economia europea.

La protezione dei lavoratori contro la competizione straniera ha come effetto un aumento del costo di beni e servizi. Il protezionismo frena il dinamismo di un paese. Al riparo dalla competizione con le imprese straniere, le aziende non hanno nessun motivo per migliorare la propria competitività. Paesi come Gran Bretagna e Svezia hanno deciso di aprire i loro mercati del lavoro ai nuovi Stati membri. Possono già contare, in particolare nel settore edilizio, su una manodopera meno costosa e più qualificata. Finlandia, Spagna e Portogallo saranno più felici dal primo maggio 2006, quando faranno altrettanto.

Non saranno solo i consumatori europei a trarne vantaggi. Le barriere protezionistiche attualmente in vigore stanno proteggendo un numero limitato di lavoratori dalla realtà del mercato. Gli immigrati statali sono così costretti ad accontentarsi delle briciole di un sistema statale mal funzionante. Poiché lavorano in nero questi immigrati non hanno diritto all’assistenza sociale né alla pensione. E inoltre hanno meno incentivi a tornare nel loro paese d’origine.

Maledetta economia!

Paesi come Italia, Francia e Germania non vogliono eliminare le barriere, ma riconoscono che bisogna prendere provvedimenti, anche impopolari, per fronteggiare la gravità dei problemi che li attanagliano. Esempi di misure di questo tipo sono lo Hartz IV, in Germania, che riduce i sussidi di disoccupazione, e il tanto discusso Contratto di primo impiego in Francia.

Entrambi questi provvedimenti vogliono favorire la crescita e l’occupazione attraverso un aumento della flessibilità e una riduzione degli incentivi a rimanere disoccupati. A tutto questo si deve accompagnare anche l’eliminazione delle barriere all’immigrazione nell’Ue. In Europa c’è la consapevolezza che queste riforme vadano realizzate, ma gli ostacoli da superare non sono pochi. In proposito il Primo Ministro del Lussemburgo, Jean-Claude Juncker ha dichiarato: «Sappiamo bene cosa bisogna fare, ma poi non sapremmo come vincere le elezioni».

È tempo di cambiare

I politici devono trovare il coraggio di portare avanti queste riforme. Lodare la libera circolazione delle merci e al tempo stesso temere le minacce causate apparentemente dalla libera circolazione dei lavoratori dimostra che la classe politica ha una visione limitata dell’integrazione economica. Negli anni Settanta la Corte europea ha gettato le basi della libertà di circolazione delle merci. Oggi bisognerebbe ispirarsi allo spirito dei passati trattati europei e prendere decisioni coraggiose che permettano di creare un mercato interno del lavoro unificato.