Un’Europa di valori

Articolo pubblicato il 25 ottobre 2005
Articolo pubblicato il 25 ottobre 2005

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Se nessuno contesta l’esistenza di un modello sociale europeo, cosa dire dei valori condivisi dai cittadini dei Venticinque?

Sebbene venga utilizzato in modo ricorrente dai vertici di Nizza e Lisbona, il termine “modello sociale europeo” non beneficia ancora di una definizione ufficiale. Tra divergenze e volontà di compromesso, il Consiglio Europeo di Barcellona nel 2002 ha ritenuto che questo modello, «basato su un’economia competitiva, un elevato livello di protezione sociale ed istruzione, e sul dialogo sociale», dovesse rappresentare «un equilibrio tra la prosperità economica e la giustizia sociale».

La ricerca dei valori

Per capire l’ubiquità del concetto è necessario sorvolare sui sistemi di protezione sociale, i fatti e le strutture, e cercare nei valori, perché questo canovaccio europeo è innanzitutto un modus vivendi. Usando le parole dell’ecologista americano Jeremy Rifkin, il modello sociale europeo è alla base del ”sogno europeo”. È lui che, per esempio, ha coniato il cliché secondo il quale gli europei lavorano per vivere, mentre gli americani vivono per lavorare: un modo diverso di rapportarsi con il lavoro, evidenziato con il divieto da parte del Parlamento Europeo l’11 maggio scorso della famosa clausola di “opt-out” (statuto derogatorio) alla direttiva 93-104 sull’orario di lavoro: la difesa di questo provvedimento è stata fatta in nome di un’Europa sociale e di un equilibrio tra lavoro e tempo libero.

Altri aspetti del modello che dovrebbero fornire un’immagine progressista dei Venticinque, riguardano chiaramente il modo di vivere degli europei. In un sondaggio Tns-Sofres del maggio scorso, il 63% degli europei si dice pronto, in nome dell’ambiente, ad accettare provvedimenti che rallenterebbero lo sviluppo e l’occupazione. Quindi si interessano all’ambiente, si oppongono alla pena di morte… per non parlare dei valori attualmente più in discussione: il 64% degli europei pensano che l’omosessualità sia un modo accettabile di vivere la propria sessualità, mentre il 62% pensa che le donne abbiano il diritto di abortire in caso di gravidanza indesiderata. A titolo aneddotico, quando il deputato francese Patrick Ollier afferma, durante il tentativo di scalata della Pepsi alla Danone, che non vuole la Pepsi nei suoi yogurt, al contempo difende l’idea di un’Europa che rifiuta sia le multinazionali che i “cibi insani”.

Libertà, uguaglianza, solidarietà

Anche in ambito di politica estera l’Europa cerca di fare da motore propulsore dei propri ideali. In particolar modo l’Ue esige di condizionare la firma degli accordi commerciali correlati ai diritti dell’uomo. I criteri di Copenaghen invocano lo Stato di diritto, la stabilità delle istituzioni, il rispetto delle minoranze… Per quanto riguarda gli aiuti economici agli stati di frontiera quali i Balcani, Bruxelles insiste sui principi di buon governo e di democrazia: due elementi essenziali per la concessione delle sovvenzioni.

A livello istituzionale questi valori si riflettono nelle strutture e nelle istituzioni europee. Una logica antiproduttivistica, per esempio, anima i lavori e le decisioni della Banca centrale europea (Bce), che cerca di salvaguardare la stabilità dei prezzi, nonostante le conseguenze sull’occupazione e sullo sviluppo: niente a che vedere con l’interventismo della Banca federale statunitense (Fed). Le leggi e le direttive sull’ambiente mirano a proibire la sperimentazione nel campo degli ogm. A ciò si può inoltre aggiungere la parità tra uomo e donna sancita sin dal 1957 nel Trattato di Roma, il divieto di discriminare e la libertà di circolare nello spazio Schengen. Oppure si può aggiungere l’importanza della nozione di solidarietà espressa dalla politica dei fondi strutturali a favore delle regioni europee più povere.

“Sogno europeo” contro “american way of life”

Infine la coerenza del modello sociale europeo si rivela in tutta la sua pienezza quando si osservano i modelli stranieri: si vedano in particolare quello asiatico e quello americano. Rifkin parla in particolar modo di «civiltà mortale» incarnata dal “sogno americano”: desiderio di accumulare denaro, di consumare sempre di più, eleggendo così il consumismo «l’espressione ultima della libertà umana». Se l’Europa parla all’unisono, superando le proprie divisioni interne, questo è dovuto soprattutto alle differenze con il suo vicino al che sta al di là dell’Atlantico..

Questa convergenza di valori è stata recentemente evidenziata da Olli Rehn, Commissario europeo responsabile per l’allargamento: l’apertura europea si può riassumere nell’esportazione dei valori comunitari. Inoltre, secondo lui, le frontiere dell’Europa non sono tracciate geograficamente: quanto, piuttosto, negli animi. Essere europei sarebbe quindi una questione di valori. Che dire allora della maggioranza di austriaci, tedeschi e francesi che si oppongono all’adesione della Turchia? Dopo aver delineato il modello sociale europeo, bisognerebbe chiedersi: questo scenario esprime i desideri e i bisogni dei cittadini dei Venticinque? O entra in conflitto con loro?