Un’economia formato Europa

Articolo pubblicato il 04 ottobre 2004
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Articolo pubblicato il 04 ottobre 2004

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Sebbene la regione anatolica non brilli per ricchezza, la Turchia, economicamente, sta meglio rispetto ad altri paesi candidati. Persino l’“arretratissima” Anatolia...

L’economia turca pone a chi la osserva dall’esterno un enigma: la potenza a metà strada tra Europa ed Asia ha due volti come nessun altro paese sul vecchio continente. Sul versante occidentale del paese, una metropoli pulsante che non deve temere paragoni con Madrid, Lisbona, Atene o Dublino. Su quello orientale invece, le ampie regioni anatoliche ricordano paesaggi degni della Siria o del Libano.

Ma sono i numeri a trasmettere una realtà positiva. Dopo il 2001, annus horribilis in termini economici, gli eredi di Atatürk hanno riportato nuovamente nei ranghi delle migliori matricole, le finanze statali. I tassi di crescita turchi, che dal 2002 si aggirano tra il 5 e l’8%, fanno tutt’al più capolino nei sogni dei ministri delle finanze dell’Europa occidentale. Eppure questo sviluppo poggia su piedi di argilla, perché ottenuto al caro prezzo di una svalutazione continua della lira. Un sacrificio troppo elevato secondo alcuni economisti. Il pericolo è che, prima o poi, vengano posti dei limiti naturali alla crescita economica di un paese in cui quasi il 40% della popolazione dipende ancora direttamente o indirettamente dall'agricoltura.

Meglio della Romania

Ma la Turchia non deve neppure temere il paragone con alcuni dei nuovi paesi che aspirano all’adesione. In Romania quasi la metà degli abitanti vive ancora in campagna, in Turchia ormai solo un quarto, eppure Bucarest potrebbe diventare membro a pieno titolo fin dal 2007. Il reddito pro capite della Turchia è salito quest’anno fino a 3.500 dollari. Il reddito medio rumeno non arriva nemmeno a 2500 dollari. E ciò non ha portato ad un dibattito particolarmente acceso sulla maturità dell’adesione dell’ex feudo di Ceaucescu.

Né si è discusso, per la Romania ma anche per la Bulgaria, se le rispettive economie di mercato fossero realmente esistenti e funzionanti. Condizione questa di assoluta priorità in base ai parametri di Copenaghen per poter anche solo ipotizzare un ingresso nell’Unione Europea. Sullo status della Turchia, a questo riguardo, resistono ancora numerosi punti interrogativi. Eppure “la Turchia è già un’economia di mercato”, ci tiene a ribadire in modo chiaro e tondo il governo federale tedesco. Anche i responsabili del mondo economico europeo, normalmente piuttosto conservatori e rigidi in materia, guardano in maniera benevola all’ingresso di Ankara. “Dall’adesione della Turchia alla Ue, l’economia può solo trarre profitto perché essa rappresenta un mercato in crescita ad altissimo potenziale strategico”, ha sostenuto Arend Oetker, numero due dell'autorevole associazione federale degli industriali tedeschi (BDI). Ma l’integrazione economica tra Turchia e Ue è già una realtà. Le relazioni economiche con la Germania sono sostanzialmente più intense ad esempio rispetto alle Repubbliche Baltiche o a Cipro. Così la compagnia aerea turca è già da anni tra i clienti di Airbus in Europa. Nel settore delle telecomunicazioni, le ditte francesi sono fortemente rappresentate, il gruppo tedesco Siemens vi ha realizzato persino una sede per dei progetti di sviluppo dell’elettricità.

Niente stangate da miliardi di euro per i contribuenti europei

I maggiori timori, legati al rischio che la Turchia rurale divori miliardi in aiuti strutturali da Bruxelles, se assolutamente legittimi, sono tuttavia piuttosto passeggeri, al pari dell’attuale strutturazione della politica comunitaria in materia di aiuti all’agricoltura. A ben vedere si tratta di un falso problema. Perché appare chiarissimo din da oggi, che la prossima tornata di allargamento non potrà esser finanziata sulla base delle regolamentazioni adoperate finora. Conseguentemente, i vecchi fondi strutturali di sostegno all’agricoltura non varranno più per i nuovi stati membri. I generosi contributi europei verranno invece disposti in maniera decisamente diversa. Con quale soluzione finale, è ancora poco chiaro. Una cosa però appare evidente: non circolerà più così tanto denaro tra gli stati UE come finora è successo. E’ quasi certo dunque, che l'Anatolia non porterà alcuna stangata per le tasche dei contribuenti europei.

Semmai la Turchia potrebbe persino esser d’aiuto. La velocissima crescita economica degli anni scorsi mitigherà le più acute differenze nel paese. A ciò, si aggiungerà un'altra spinta in avanti a seguito del parere positivo all’apertura dei negoziati di adesione atteso dal Consiglio Europeo del 17 dicembre. Ulteriori investimenti pari al 3-4 % del PIL annuale turco proverranno infatti da imprese straniere, non appena la Ue darà il via libera all’accettazione delle trattative di adesione. Le trattative si protrarranno come minimo per un decennio, ma è chiaro già adesso che le condizioni nel sud dell’Europa miglioreranno sempre più. Non si pone dunque nessun problema rispetto alle rimanenti questioni economiche della Turchia. In considerazione soprattutto delle situazioni legate a Romania o Bulgaria, in cui le faccende finanziarie vengon dibattute solo en passant rispetto alla prospettiva di una possibile adesione in seno alla Ue. La Turchia economicamente appartiene all’Europa, e già da parecchio tempo.