Un’altra opportunità persa?

Articolo pubblicato il 07 aprile 2003
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Articolo pubblicato il 07 aprile 2003

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Perché non ci sarà un referendum per approvare la Costituzione.

La Convenzione Europea, il foro creato per istituzionalizzare il Dibattito sul Futuro dell’UE e sulle sue possibili riforme, è giunto alla fase finale dei suoi lavori. Ascoltate le proposte della cittadinanza, delle istituzioni, dei governi, di giovani e dei suoi 11 gruppi di lavoro tematici, è giunto il momento di prendere decisioni, di mettere coerenza tra obiettivi e mezzi della nostra Europa.

Un metodo di lavoro discutibile

Non è semplice trovare l’accordo. Oltre ai mesi spesi nel ricevere nuovi apporti e nuove proposte, bisogna aggiungere le varie, ed in molte occasioni contraddittorie, visioni particolari dei 118 membri della convenzione, intrise, a loro volta, della prospettiva di ogni Stato, partito, gruppo di lavoro ed istituzione d’appartenenza.

Raccogliendo questo caleidoscopico panorama dell’Europa, il “Praesidium” della Convenzione presentò lo scorso 28 ottobre un progetto di Costituzione per l’UE, oggetto attualmente di un dibattito volto a trasformarlo nella proposta della Convenzione. Questo progetto si divide giuridicamente in due blocchi: da una parte vengon raccolti i 40 articoli relativi agli obiettivi dell’Unione, della cittadinanza, dei diritti fondamentali, delle competenze, delle istituzioni, delle finanze, della democrazia, degli affari esteri e dei processi di adesione. Un secondo blocco contiene le politiche comunitarie in 23 articoli. Nessuno degli apporti precedenti è vincolante in questo momento del dibattito, neanche quelli relativi ai Gruppi di Lavoro. Tutto è, di nuovo, discutibile.

Era ovvio che questa brutta copia non avrebbe convinto tutti i delegati. Quello che non era prevedibile è che soltanto per i primi 16 articoli del progetto venissero presentati più di 1000 emendamenti. La metodologia di lavoro della Convenzione è orientata al consensus. Le votazioni non si realizzano per numero di voti, ma è necessaria un’ampia maggioranza in plenaria. Non si tratta di unanimità, bensì di posizioni largamente da far accettare. Il Praesidium raggruppa tematicamente e per articoli gli emendamenti, e più avanti, nelle sessioni plenarie, gli oratori e le oratrici li difendono in pubblico. Il Praesidium è responsabile di trovare la chiave di volta del consenso.

Non è difficile immaginare perché si sia dovuto abilitare sessioni addizionali della Convenzione. Non solo i dibattiti si sono allungati in modo indefinito, ma anche le negoziazioni politiche richiedono un certo processo. Poiché le decisioni non si prendono per numero di voti, si incrementano le negoziazioni informali tra i delegati con conseguente rafforzamento della carta del Praesidium come ultima istanza nel processo decisionale. Il termine per finalizzare questi lavori è in principio previsto per quest’anno. Ma sembra allontanarsi sempre di più.

Sembra logico domandarsi la ragione d’essere di questo sistema, che è chiamato ad eliminare le insufficenze dell’UE, ma che, nella pratica, non è altro che un riflesso di questi stessi problemi. Questo stesso metodo, in un primo tentativo di superare il carattere intergovernativo del processo decisionale, fu già usato nella Convenzione per la Carta dei Diritti Fondamentali, e rivelò gli stessi limiti attuali, senza che da allora sia arrivati a un qualche correttivo.

La presunta importanza della cittadinanza

Il modello della Convenzione è solo un passo che precede la decisione governativa, nella convinzione che una riforma che avesse ottenuto il consenso da questo larghissimo ventaglio di ideologie, venisse più facilmente accettata dai governi degli stati membri, decisione che va presa all’unanimità. Inoltre, se in questo processo si fanno intervenire i settori più critici, come i giovani o la società civile, il successo sembra assicurato. La cittadinanza riceve periodicamente delle “sonde globali” in cui sembra cruciale il suo intervento. Niente più che dettagli, in occasioni triviali, che rendono consapevole la cittadinanza dei cambiamenti che la riguardano e che dimostrano che l’opinione del “gran pubblico” è essenziale. Giuridicamente non sono rilevanti né le opinioni della cittadinanza né tanto almeno quelle dei delegati. Si tratta di un processo che mira a effettuare dei sondaggi in modo complesso e costoso, affinchè i governi si rendano conto delle opinioni formatesi prima di prendere le loro decisioni. Le uniche che, legalmente, hanno valore.

Un po’ più tardi del previsto, la Convenzione chiuderà i propri lavori con l’adozione di un testo finale. Questo abbozzo verrà presentato dal presidente Giscard D’Estaing innanzi al Consiglio Europeo del secondo semestre di questo anno. Secondo l’art. 48 del Trattato UE la Conferenza Intergovernativa del 2004 potrà soltanto adottare o meno questa Costituzione Europea. Saranno quindi, nuovamente, i dirigenti nazionali ad assumersi l’ultima decisione.

I pericoli di un referendum

Sembra chiaro che si tratti di una Costituzione per l’Europa. In diritto, per redigere una Magna Charta c’è bisogno di un costituente, magari rappresentato dalla Convenzione, ma oltrepassando il suo mandato, e di una consultazione europea che approvi per referendum il testo. Mi sembra difficile credere che si adotterà quest’ultima misura. Sarebbe molto rischioso, nonostante i governi europei possano affrontare una pronuncia negativa da parte della cittadinanza. Ciò che sembra derivare dai dibattiti è che verrà approverato un Trattato Costituzionale per i governi, presentato invece, ai cittadini europei, come Costituzione. È un’operazione che sa di mercanteggio.

Al di là dei problemi giuridici di fondo che nascono, la sfida principale che riguarda questo processo è di tipo politico. Sono parecchi e molto seri i problemi ai quali la Convenzione deve far fronte nei prossimi mesi. Non oso indovinare quali saranno i risultati. Già più d’una volta abbiamo fallito nei tentativi di creare un’Europa dei cittadini, oltre quella economica. Nell’attuale panorama internazionale sembra molto difficile che questo processo si ripeta in un futuro prossimo. Spero solo che non si risolva in un altro fallimento.