Una vita oltre lo schermo: la videonarrazione che racconta i migranti  

Articolo pubblicato il 10 luglio 2013
Articolo pubblicato il 10 luglio 2013

Non molti sanno che Piazza Bellini, oltre a essere frequentatissimo luogo della movida del centro storico, è anche un importante laboratorio di progetti per migliorare l’integrazione dei migranti sul territorio

La società italiana diviene sempre più piattaforma di incontro tra realtà differenti e multietnicità. La presenza migrante nel paese è multiforme, spesso però legata alla discriminazione e allo sfruttamento delle fasce più vulnerabili. Tale contesto è riscontrabile anche sul territorio napoletano, e proprio dalla necessità di un migliore inserimento dei migranti nel tessuto sociale locale che nel 2004 è partito il progetto IARA (Integrazione ed Accoglienza per  Rifugiati e richiedenti  Asilo) ideato dall’organizzazione  LESS,

L’iniziativa ha favorito la valorizzazione di competenze e metodologie specifiche, entrando in collaborazione con la ong CISS, che realizza un percorso di laboratori di insegnamento della lingua italiana, volti ad agevolare il processo di accoglienza e il superamento degli impatti negativi con il territorio, talvolta resi ancor più problematici dalla comunicazione. I laboratori vengono organizzati sulla base dei livelli di conoscenza pregressa della nostra lingua posseduta dai partecipanti (secondo il QCER); nel caso specifico della II annualità di IARA 2012/2013, gli studenti sono stati divisi in due livelli, A1 (base) e A2 (avanzato). Il particolare punto di forza di questi percorsi risiede nella metodologia, basata sull’orizzontalità della classe e nell’utilizzo sperimentale di nuovi metodi di insegnamento come, nel caso del livello avanzato, la videonarrazione.  Oltre che all’apprendimento della lingua, una metodologia simile risponde alla necessità di protagonismo dei migranti che lottano costantemente contro l’anonimato. L’intensità degli spunti è stata tale  da spingere gli insegnanti del corso a produrre un cortometraggio intitolato “Memorie Uditive”.

Le storie che i migranti raccontano non sono storie legate al loro arrivo in Italia, bensì ai ricordi felici del loro paese d’origine. Spesso ricordi legati alla loro infanzia. La scelta è dettata dalla consapevolezza che focalizzarsi ripetutamente sul solo “patetismo” legato a una memoria tragica del proprio passato, non farebbe altro che angosciare  il migrante, privandolo della propria identità. Ciò che si cerca di creare in questo caso non è un discorso funzionale al racconto del fenomeno migratorio, quanto piuttosto una narrazione più complessa del sé capace di andare oltre, rendendo tali persone da una moltitudine vagante a singoli uomini, donne o bambini.

Il titolo esprime la necessità dei migranti di fornire un controcampo audiovisivo e narrativo alla loro presenza nel paese. Si intende così stimolare attraverso la memoria dei personaggi una riflessione nell'osservatore, senza però l’utilizzo del più comune elemento visivo, bensì attraverso la narrazione di storie trasportate con sé, vissute altrove.  Non c’è un luogo specifico a fare da scenario. Nella prima parte le modalità di ripresa oscurano anche i visi dei protagonisti cercando di riflettere l'invisibilità che li caratterizza nella società ospitante. Sono la mobilità dei racconti e delle memorie, supportate da effetti audio, che aiutano l’immaginazione degli scenario. Nella seconda parte invece,  la scena si sposta in un treno in movimento e la visibilità dei protagonisti offre all'osservatore la possibilità di collegare gli stessi alle singole storie.

Ho incontrato Adriano Foraggio, operatore del laboratorio di lingua italiana del livello avanzato e regista del corto.

  • In cosa consiste un laboratorio di videonarrazione in lingua italiana?

Abbiamo pensato di sperimentare un mezzo diverso per l’insegnamento, capace di sfruttare la modalità video, ma protagonista resta l’apprendimento della lingua italiana. Difatti ciò che viene raccontato e che nasce dai cerchi narrativi viene sempre espresso in lingua italiana ed è nostro compito apportare delle correzioni, correzioni che però si limitano ai soli aggiustamenti ortografici e grammaticali e non vanno mai a stravolgere i loro testi scritti.

Lo strumento utilizzato per le registrazioni video sono stati i cellulari degli stessi ragazzi, sia perché non eravamo in possesso di attrezzature particolari sia perché è un mezzo che tutti possiedono e utilizzano per tenersi in contatto con le loro comunità di appartenenza. Siamo riusciti a trasformare una mancanza in un punto di forza. Alla fine di ogni lezione raccoglievo il materiale e gli riportavo alla lezione successiva il video finito e montato, in questo modo riuscivamo a stimolare i partecipanti.

  • Quanto è stato difficile convincere queste persone a mettersi in gioco?

Beh… il livello di scetticismo iniziale era alto... ma in realtà il ghiaccio si è rotto presto per un discorso comune di noi come gruppo, io ero sempre dentro con loro. E poi si sono confrontati anche tra di loro, era un gruppo molto eterogeneo, c’erano persone provenienti da diversi parti del mondo ed arrivati in Italia per motivi diversi: guerra,  ricerca di  una condizione di vita migliore o ancora obbligate ad allontanarsi dalle condizioni politiche o economiche del loro paese.

Alla testimonianza diretta comunque non si arriva il primo giorno, si inizia con la condivisione di un qualcosa e si cerca di capire se c’è l’intenzione o meno da parte di tutti di creare il progetto… anche perché c’è il rischio di raccogliere una testimonianza fasulla se dall’altra parte non c’è la volontà di aprirsi veramente. Per questo si lavora prima sulla volontà della persona e poi sul prodotto finito.

Facendo una somma però le cose sono andate meglio del previsto e la produzione del corto “Memorie Uditive” girato anch’esso col solo mezzo dei cellulari ne è la prova.

Protagonisti del corto sono undici ragazzi provenienti da Cuba, Armenia, Togo, Iran, Costa d’Avorio, Congo e Mali che hanno collaborato  alla totalità del progetto, prendendo parte alla scrittura, sceneggiatura e ripresa video ma soprattutto mettendosi in gioco in prima persona con le loro storie personali.

  • Come nasce il corto “Memorie Uditive”?

Volevo che i personaggi del corto proponessero qualcosa di sé che li rappresentasse, partendo dai suoni, dai rumori, raccontarsi attraverso essi. La fase di realizzazione è stata interamente partecipata, tutti hanno lavorato alla stesura del progetto e hanno scritto le loro storie partendo appunto dalla memoria uditiva.

  • Quanto influisce la necessità di protagonismo individuale in questo progetto?

Il protagonismo è centrale in questo discorso, agevola e lubrifica le difficolta che hanno nel raccontarsi e nel farsi ascoltare ed agevola la narrazione del contesto di arrivo e di transizione. Il video è solo uno strumento per la diffusione di queste storie e delle loro idee. C’è qualcuno di loro che continua a fare video per conto proprio e ad ideare storie; questo dimostra concretamente la sostenibilità di questo laboratorio.

  • Trovi che raccontarsi attraverso strumenti che facciano da filtro aiuti l’espressività di queste persone?

Certo, tutto il laboratorio si è svolto attraverso un gioco di equilibri che voleva far arrivare ad ottenere fiducia nel mezzo del video e nella persona che era in aula con loro. Per il racconto di sé è importante che si crei un rapporto. Per questo noi siamo stati i primi a puntarci le telecamere addosso e poi abbiamo scritto un testo a 10 mani intrecciando i dialoghi che i ragazzi effettuavano tenendo la telecamera verso di sé .

Ma è difficile… sapevo che avrei dovuti arrivarci con calma, senza calcare la mano e con massimo rispetto per chi poi avesse deciso di non comparire. Alla fine però molti si sono, al contrario, lamentati di essere stati tagliati troppo in postproduzione!

  • Come sei arrivato all’utilizzo del metodo della videonarrazione?

E’ stata un’intuizione. Sono un autodidatta. Dalla passione per la fotografia mi sono poi interessato al linguaggio audiovisivo. Ho realizzato altri lavori all’estero, e sulla base di questi la responsabile della Ong CISS a Napoli mi ha proposto la docenza di questo laboratorio. Ho scelto di accettare soprattutto per confrontarmi, non l’avevo ancora fatto con un gruppo di migranti.

  • Perché è così importante dare spazio alla memoria migrante?

Spesso queste persone sono percepite come numeri. Sono persone portatrici di storie, spesso drammatiche se confrontate alle nostre, e bisogna che la gente ne prenda consapevolezza; farlo attraverso la loro memoria è un ottimo modo per capire di chi stiamo parlando. I migranti portano con sé delle storie che abbiamo il dovere di raccogliere, che nel tempo vanno ad interagire con le nostre. Sono persone che scegliendo di fermarsi sui nostri territori, contribuiscono a cambiarli. Non possono essere ignorate. La raccolta di memorie rappresenta altresì una forma di giustizia, di ricostruzioni di un fenomeno, di rivendicazione dello status a cui loro ambiscono, del proprio diritto, della propria scelta di poter lasciare ed essere accolti.

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