Una tribù con la valigia pronta

Articolo pubblicato il 29 agosto 2005
Articolo pubblicato il 29 agosto 2005

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Non c'è dubbio, gli europei hanno davvero l’argento vivo addosso. Bernard Girard, filosofo e sociologo, ci spiega perché. E dei giovani "esuli" ci svelano i segreti di una vita all'estero riuscita.

Secondo le cifre pubblicate nel gennaio del 2003 dall’istituto di sondaggi Eurostat, le migrazioni nel vecchio continente interessano il 5,7% di una popolazione totale stimata intorno ai 455.300.000 abitanti. Ossia, all’incirca ventuno milioni di persone che vivono in un paese diverso da quello natale: e tra questi, sette milioni di cittadini comunitari sono residenti all’estero. Ma cosa spinge un italiano a lasciare il suo paese natale per tentare la fortuna in Inghilterra? Sviluppo di programmi di scambi universitari come i programmi Erasmus – con più di un milione di studenti partiti dal 1987 –, Leonardo o Socrates, accresciuta mobilità professionale, apertura delle frontiere dello Spazio Schengen, apprendimento linguistico incentivato, o moltiplilicazione delle storie d’amore tra europei: sono solo alcuni dei fattori che possono spiegare questo inedito scenario.

Senza dimenticare, come sottolinea Bernard Girard, filosofo e sociologo delle migrazioni, «la minoranza che fugge via per problemi fiscali, come tra i liberi professionisti». Alcune destinazioni favorite da questi ultimi? Bruxelles o il Lussemburgo.

“Eurospatriati”?

La complessità e la mutazione delle dinamiche migratorie fanno sì che il fenomeno sia sempre più difficile da contabilizzare. Secondo Bernard Girard, «le eleborazioni statistiche tralasciano le dinamiche reali delle tendenze di questi ultimi anni», in mancanza di un sufficiente regresso dei nuovi flussi di popolazione. Lungi dalle cifre e dai grafici, una tribù è dunque lentamente, quanto sicuramente, in fase di costituzione in seno ai venticinque Paesi membri dell’Unione Europea. Nome in codice: “eurospatriati”.

Dei veri elettroni liberi che studiano in Germania, lavorano a Budapest e si sposano in Toscana. Rispetto a una cittadinanza europea inchiodata al proprio luogo d’origine, solcano il continente, curiosità in spalla. Mentre la loro esistenza somiglia talvolta a un interminabile “salta frontiere”.

Alcune tendenze marginali da venticinque anni

Questo nuovo nomadismo comunitario può, secondo Bernard Girard, assumere tre forme distinte: «Assistiamo alla formazione di micro-mercati europei del lavoro, si veda il caso di Londra. La capitale inglese sta divenendo un centro della finanza europea, che coinvolge numerose nazionalità comunitarie altamente qualificate, migranti con alle spalle un cursus universitario lungo e sovente di prestigio». Un cosmopolitismo ugualmente osservabile a Bruxelles o nel Lussemburgo. Il sociologo evidenzia poi «le migrazioni di personale stagionale nei settori dell’edilizia o dell’agricoltura. I lavoratori polacchi, ungheresi o rumeni si moltiplicano in questi settori». Un dominio riservato fino agli anni Ottanta a spagnoli e portoghesi, i cui Paesi sono oggi diventati terre di immigrazione in virtù del loro sviluppo economico.

Infine «si profila una terza tendenza generazionale: quella che abbraccia i pensionati o quelle persone agiate che comprano una casa e trascorrono qualche mese dell’anno in un altro paese», dice ancora Girard. Un’occhiata al mercato immobiliare di certe regioni della Francia, dell’Italia o della Spagna basta d’altronde a confermare l’aumento del numero di stranieri che diventano acquirenti. Secondo uno studio realizzato per Immostreet, gli acquisti di beni immobiliari francesi da parte degli stranieri sono aumentati del 3% nel 2002. Gli inglesi sono nettamente in testa, rappresentando il 40% degli acquirenti e possedendo il 3% delle zone rurali francesi.

Allo stesso modo, quasi un milione di tedeschi sono proprietari di un immobile in un altro stato dell’Unione. Questo triplo esodo deve pertanto essere relativizzato poiché «la libera circolazione e la scomparsa delle frontiere permette di allargare e di intensificare gli spostamenti che inizialmente avevano luogo a livello meramente nazionale. Ne scaturisce una tendenza affatto specifica del nostro continente: negli Stati Uniti, in particolare, si è già verificata». Parola di Girard. Non solo. I paesi che in futuro saranno prediletti dai migranti saranno quelli che riusciranno a coniugare «facilità linguistiche e capacità d’apertura verso gli stranieri». L’Inghilterra e l’Irlanda, ad esempio, che sono già molto apprezzate sotto questo punto di vista, rischiano di diventare i novelli Eldorado di questi individui on the road.

La via dell’espatrio: sempre lastricata di buone intenzioni?

Attenzione tuttavia a chiudere le valigie, per dei buoni motivi. Partire è un po’ morire, quindi è meglio non scottarsi le ali fin dal momento della preparazione dei bagagli. Angel, uno spagnolo che ha eletto per i suoi espatri un po’ L’Aja, un po’ Cardiff e un po’ Washington, consiglia «di essere sicuri al 100% della propria scelta». Senza precipitazioni o rifiuto di affrontare la realtà. I problemi son gli stessi dappertutto, compresi i lidi sotto il sole della Costa Blanca. «Studiare bene il paese, la sua cultura, la sua gastronomia e i suoi costumi prima di partire. Al fine di evitare delusioni e malintesi», rilancia Judit, una studentessa ungherese di ventitré anni. Leggere autori rinomati, vedere film tipici o entrare in contatto con degli espatriati vi permetteranno di farvi un’idea degli usi e dei costumi locali. Un secondo scoglio, secondo Marta, espatriata in Giordania, è la comunicazione. Se l’inglese è un passepartout in tutto il mondo, vanno comunque conosciuti alcuni vocaboli di base al fine di non essere assimilati sistematicamente a un turista. E da turisti essere trattati.

Allo stesso modo, Angel mette in guardia dal «rischio di restare troppo legati ai propri connazionali, che sono confortanti alla partenza ma che rischiano di diventare degli ostacoli all’integrazione». E tali da riprodurre grupponi patetici di mononazionali. Per Joscha, giurista francese e per qualche mese tra la Germania e l’Inghilterra, la chiave di un buon adattamento è «la pazienza davanti alla burocrazia kafkiana alla francese, o al famoso sistema britannico di queuing. Senza dimenticare una buona dose di ottimismo e fiducia in se stessi». E soprattutto, come suggerisce Marta, «considerate i vostri piccoli problemi d’adattamento come un preludio alla migliore avventura della vostra vita». E così sia.