Una Spagna nel vortice del decentramento

Articolo pubblicato il 27 ottobre 2005
Articolo pubblicato il 27 ottobre 2005

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La riforma dello Statuto catalano di Autonomia, che sarà discusso in seno al Parlamento spagnolo il prossimo 2 novembre, rivela come il dibattito sulla devolution ancora una volta agiti gli animi iberici.

Il 2 novembre prossimo la Camera dei deputati spagnola discuterà il testo, approvato dall’88% del Parlamento catalano, in cui si propone alle Cortes, il Parlamento nazionale spagnolo, la riforma dello Statuto di autonomia, adottato nel 1979. Il contenuto di tale proposta, che prevede un’alterazione sostanziale del regime attuale, e la cui costituzionalità è stata messa in discussione da alcuni gruppi sociali al di fuori della Catalogna, è diventato il centro del dibatttito politico in Spagna, dove il partito al Governo si appoggia ai voti del nazionalismo catalano.

Una Spagna o una Catalogna?

Lo “Stato delle autonomie”, sorto in seguito al patto costituzionale del 1978, delinea un sistema con chiare note federaliste, ma che assegna allo Stato il potere di approvare gli statuti autonomi di ogni comunità. La trascendenza della riforma proposta, tuttavia, sta nel fatto che la sua adozione può implicare o meno – in base alle diverse interpretazioni degli attori politici e dei giuristi – una modifica di vari punti essenziali dell’ordinamento costituzionale comune, in materie quali finanziamenti o giustizia.

Uno dei punti che suscitano maggiori polemiche è contenuto nell’articolo che definisce la Catalogna come una nazione. Questo, che per alcuni è una realtà imprescindibile e irrinunciabile, in virtù dei suoi tratti culturali e linguistici chiaramente differenziati e di alcune istituzioni di origine medioevale abolite con la forza nel 1714, per altri comporta la negazione dell’esistenza della Spagna quale unità. Alle spalle di questo problema, in realtà, si cela il dibattito sul riconoscimento, da parte di tutta la società spagnola, della realtà storicamente complessa e pluriculturale della Spagna. E sulla possibilità che questa realtà possa originare diritti di altro genere.

Anche il denaro conta

L’indebitamento delle Comunità uutonome è considerevole. Per questo, ciò che scatena più voci d’allarme e che rappresenta il nocciolo del problema è, senza dubbio, la riforma del sistema dei finanziamenti dell’Amministrazione autonomistica. Quest’ultima, con l’attuazione della riforma, sarà incaricata di riscuotere tutte le imposte maturate in Catalogna, inviando poi allo Stato la parte corrispondente. La riforma prevede, inoltre, la limitazione della quota che la Catalogna versa per contribuire allo sviluppo delle altre regioni spagnole.

Tale posizione scaturisce dai dati macroeconomici degli ultimi anni della Comunità. Si può così constatare come l’economia catalana si trovi nel gruppo dei maggiori contribuenti per lo Stato, ma si percepisce una crescente decelerazione della crescita e una perdita di competitività che la riportano verso la media spagnola. Viste queste premesse, i gruppi politici catalani sostengono che non è ragionevole esigere che la Catalogna le cui cifre macroeconomiche sono inverse rispetto a quelle quelle catalane, rivelando così un’alta competitività delle loro economie.

In conclusione, però, e al margine dell’uso partitista dei sentimenti nazionali che spesso ha la meglio in seno nel dibattito politico, la polemica creata è arrivata a dimostrare che il dibattito sulla configurazione territoriale della Spagna è ancora aperto. E considerato che questo

Paese è uno dei più decentralizzati d’Europa, il fatto che i restanti progetti di decentramento nel continente potrebbero continuare su questa strada per decenni, dà da riflettere.