Una politica estera in cerca d'autore

Articolo pubblicato il 06 giugno 2002
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Articolo pubblicato il 06 giugno 2002

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La situazione internazionale, l'Europa e l'azione di disturbo di Washington. Analisi sullo sviluppo della PESC.

La gravità dei fatti internazionali, che, a partire dall'11 settembre 2001 si sono drammaticamente succeduti sul panorama politico, meritano un'attenta riflessione soprattutto alla luce delle posizioni assunte dal neonato colosso europeo in materia di relazioni internazionali.

Sembra esserci una terribile ed angosciante coerenza in questo succedersi di tragici eventi, che hanno segnato in maniera indelebile l'ingresso per noi tutti nel nuovo millennio.

Pare infatti tutto parte di un perverso disegno: l'attentato alle Twin towers , la successiva campagna militare grottescamente battezzata enduring freedom (è infatti assurdo pensare che una guerra possa portare una benché minima speranza di libertà o pace), il periodo di terrore internazionale che ne è seguito ed infine il tragico epilogo in Medio Oriente, una pesante eredità che il ventesimo secolo, con il crollo dell'impero sovietico, la prima intifada ed il trionfo dei mujaheddin afgani pare averci inevitabilmente lasciato.

Una così rapida successione di eventi deve essere uno stimolo per noi tutti a riflettere attentamente sul ruolo, che l’Europa deve assumere negli equilibri politici mondiali.

Ormai si può dire anacronistico e non più in linea coi tempi l'antagonismo ed il forte individualismo, che da sempre contraddistingue la politica interna del Vecchio Continente, ma nonostante ciò sembra assai difficile per noi tutti ed in primo luogo per la classe politica egemone rinunciare a quel “modus operandi”, che sembra essersi ormai radicato nel nostro modo di vivere e pensare e peggio ancora di rapportarci con gli altri paesi.

E' proprio innanzi a questi repentini avvenimenti, ormai parte della storia ,che mi riesce difficile accettare l'immagine di una Europa troppo ripiegata su sé stessa ed impotente per potere imporre il peso che deve sforzarsi di trovare, nei delicati equilibri mondiali.

Nonostante siano ormai trascorsi alcuni anni dal Trattato di Mastricht, che ha certamente costituito una delle prime tappe nella realizzazione di questo storico progetto di unità non solo geografica, ma che si potesse estendere a tutti i settori della vita di ogni paese europeo, siamo, allo stato attuale dei fatti, ancora molto lontani da questa ambiziosa prospettiva.

A sostegno di questa tesi pongo senza dubbio la sudditanza politico-diplomatica che ancora oggi segna le sorti europee nei confronti degli Stati Uniti, soprattutto in relazione alla delicata crisi mediorientale, che più che mai ci coinvolge da vicino.

L'atteggiamento di attesa che accomuna tutti noi europei, incapaci di assumerci ogni tipo di responsabilità politica, ma ancor di più umana nei confronti di quanto più terribile e sconvolgente sta succedendo nei territori palestinesi risulta sconcertante.Tutto il mondo attende l'intervento mediatico e diplomatico degli USA, invocandone una diretta responsabilità nei recenti avvenimenti, alla luce del fallimento della politica filoisraeliana perpetuata dalla stessa unitamente alle alleanze strette nella regione con l'Arabia Saudita e la Turchia, che risale ai tempi della guerra fredda, ormai non più in linea con il quadro politico-internazionale oggi profondamente mutato

Il venir meno della secolare obbedienza di Israele nei rapporti diplomatici con gli Usa - evidenziato in modo eclatante dal drammatico succedersi di fatti di sangue, che separano ed allo stesso tempo drammaticamente uniscono Palestina ed Israele - conferma senza dubbio il fallimento della strategia poltico-militare statunitense. La più grande superpotenza attuale si è così trovata costretta a rivedere un sistema di alleanze, che risale ai tempi della guerra fredda, ormai non più in linea con il quadro politico-internazionale oggi profondamente mutato

Tutto questo responsabilizza noi tutti, come Europa, non più silenziosi alleati della più grande superpotenza mondiale, ma come necessari partner della stessa ed attori nel difficile compito di garantire e promuovere la pace e lo sviluppo umano nel mondo.

E’ venuto pertanto il momento di assolvere assieme agli Stati Uniti questo difficile ed imprescindibile compito, che oggi più che mai il mondo ci richiede.

Ecco che allora è necessario abbandonare questo atteggiamento di chiusura , che ci spinge a ripiegare su noi stessi, sulle nostre quotidiane problematiche politiche interne (siano le recenti concertazioni sul mercato del lavoro italiane o le polemiche che si sono accompagnate alle elezioni presidenziali francesi), ritrovando così uno spirito unitario di cooperazione, che più si addica all’ambizioso progetto di unità prefissatoci.

Dovranno allora essere valutate ed appoggiate da tutti proposte, quali ad esempio quelle avanzate dal ministro degli esteri tedesco Fischer per un piano di intervento di pace europeo in Medio Oriente, che può costituire una valida alternativa sul piano politico-militare, troppo spesso fatte passare inosservate all'opinione pubblica, anziché svilirle in polemiche demagogiche. Si dovranno sfruttare e potenziare le risorse umane ed economiche, ed aiutare i paesi dell' UE più deboli a farlo, anziché imporre loro cifre o limiti qualitativi, che più che rilanciare l'economia europea, la frenano notevolmente. Sentiamo spesso parlare di cifre, allineamenti con le previsioni di sviluppo stilate dalla BCE (soprattutto in occasione del travagliato ingresso dell'Italia nell'euro), di bruschi arresti dell' economia mondiale che costringono ad alzare i tassi applicati nei nostri paesi o peggio ancora a rettificare le previsioni di sviluppo sull' andamento economico europeo.

Di fronte alla crisi statunitense successiva all'ondata terroristica dell'11 settembre scorso, ancora una volta, ci siamo dimostrati incapaci di diventare noi motore trainante dell'economia mondiale, dando così maggiore equilibrio ad un mercato sempre più globale.

Certamente il cammino da percorrere sarà lungo e difficile, ma dovremo tentare e non farci frenare dal timore degli insuccessi, che sovente ha relegato l'Europa al ruolo di inerme spettatrice, certamente non in linea con le prospettive, che ci motivano nel viatico che porta al ruolo spettanteci nella storia.