Una nuova troika per la pace in Medio Oriente: Truman, Marshall, Schuman

Articolo pubblicato il 27 febbraio 2002
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Articolo pubblicato il 27 febbraio 2002

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Di fronte all'intransigenza e alla violenza, e nel contesto attuale di un nuovo ordine mondiale da costruire, ci vuole una volontà politica occidentale forte per lanciare un "New Deal" politico-economico in Medio Oriente.

"L'attualità del Medio Oriente, questo giorno come gli altri, questo giorno più degli altri, è scoraggiante più che tragica. Vittime israeliane, vittime palestinesi, vittime contro vittime, sangue contro sangue, morte per morte, siamo ormai ridotti a testimoni agghiacciati e impotenti di un dramma bulimico". Sì, ha ragione Pierre George quando scrive su Le Monde che siamo ormai testimoni agghiacciati. Agghiacciati dall'orrore. Ma non possiamo per questo dirci anche impotenti. Di fronte all'apocalisse terrorista che questo week-end ha portato con sé, abbiamo bisogno ancora una volta di affermare, più forte e più chiaro, questo giorno come gli altri, questo giorno più degli altri - che le parole e le idee hanno più forza della violenza e delle bombe.

Lo scontro al suo parossismo.

Ma quali parole? Che idee? Fare ancora l'apologia della pace, del dialogo tra due comunità assetate assetate di vendetta, acciecate dall'odio, due governi asserragliati nelle loro logiche di rappresaglia? Esortare il popolo palestinese esangue - manipolo di rifugiati e dei loro discendenti ammassati nei campi da cinquant'anni, rinchiuso tra i brandelli di un territorio che si è voluto affidare ad un'autorità incancrenita dalla corruzione e il nepotismo, sopraffatta dalla miseria, senza alcun'altra prospettiva al di fuori della fame - alla pazienza, alla misura, alla pace col suo crudele vicino? Richiamare il popolo ebreo - capro espiatorio dei secoli scorsi, superstite dell'estrema barbarie nazista, difensore di uno Stato d'Israele costantemente in lotta contro coloro che lo vogliono far scomparire fin dalla sua creazione, e che vive oggi nella psicosi quotidiana dell'attentato, dell'estremismo distruttivo, cieco assassino delle sue donne e dei suoi bambini - alla comprensione, alla moderazione e alla concessione nei confronti dei suoi minacciosi vicini?

No, queste parole - pace, dialogo, negoziati, concessioni - allo stadio attuale di odio, di terrore, di violenza, di sangue e di rancore cui sono arrivate, non hanno più peso. Ma un senso l'hanno conservato: quello dei risultati da conseguire con mezzi alternativi a queste parole usurate dal dolore. Ci vogliono delle altre idee, delle idee forti e volontariste, foriere di altre parole, poco usate, poco sentite. Ma forse salvifiche.

Un'opportunità unica: il contesto internazionale

Il contesto internazionale è storico. Oggi, forse ancor più di quanto non fosse accaduto nel 1991 con la Guerra del Golfo, le parole "nuovo ordine mondiale" sottendono una dinamica. Forse perché è stata colpita al cuore, l'America avrà la forza critica necessaria alla costruzione di questo nuovo ordine mondiale. Possiamo dubitarne ma anche sperarlo. E se lo speriamo, bisognerà ammettere che questo nuovo ordine passa anche per la ricostruzione della pace in Medio Oriente. Da più di mezzo secolo, infatti, questa regione costituisce un ascesso di fissazione dell'insieme delle contraddizioni del mondo occidentale e delle frustrazioni di un mondo arabo in sviluppo. Sei decenni di tensione nociva per le relazioni internazionali, che ha fatalmente fatto proliferare guerre, vittime, estremismi, crisi economiche e miseria. La costruzione di un ordine mondiale nuovo passa anche per l'eradicazione di questo focolaio di tensioni. E la fine dei massacri deve guidare prima di qualsiasi altra cosa i nostri passi.

Ma per creare un nuovo ordine geopolitico, mondiale o regionale che sia, bisogna fare di più di chiedere a Dio di benedire le vittime o ad Allah di santificare i martiri. Non possiamo accontentarci di inviare un ennesimo emissario o un'insulsa troika comunitaria per fare delle proposte trite, portare avanti dei negoziati sterili con dei dirigenti arroccati in una logica politica scoraggiante. Il mondo occidentale può fare di più. Lo ha già provato. Per esercitare una pressione su tutte le parti, ha bisogno di mettere da parte le manovre diplomatiche tradizionali e guardare verso il futuro attingendo dalla saggezza del passato.

Il ritorno alle origini della politica occidentale: Truman, Marshall e Schuman

Ciò di cui il Medio Oriente ha bisogno è un dosaggio di containment, Piano Marshall e di C.E.E. Ciò di cui il Medio Oriente ha bisogno è un'iniziativa politica forte, foriera di uno slancio comune, nata dalle ceneri di un mondo distrutto da un odio cieco: ieri quello del Nazismo, oggi quello del terrorismo fondamentalista. Ciò di cui il Medio Oriente ha bisogno è la dimostrazione di una volontà comune di ricostruire, con un approccio altruista, un mondo migliore, fatto di pace e di prosperità. Ciò di cui il Medio Oriente ha bisogno oggi è lo spirito di Truman, di Marshall, di Schuman, che hanno ricostruito un'Europa devastata, facendo tabula rasa del passato e della desolazione, dell'odio e dai mali di ciascuno.

Un'utopia astratta, un revival d'idealismo ingenuo? No, una responsabilità storica, un realismo politico, una concezione geostrategica ragionata, infinitamente necessaria per rompere la spirale della routine assassina e garantire le basi di un ordine mondiale migliore. Il modo migliore per risolvere una situazione che da cinquant'anni mina e le relazioni internazionali e la vita di milioni d'individui minacciati nella loro integrità fisica: chi dalla miseria, chi dalla permanente insicurezza, tutti dal conflitto, larvato o incandescente.

Il containment come dottrina ideologica: il fondamento ideologico di quest'iniziativa deve essere la volontà di arginare il terrorismo a livello mondiale e di riuscire a sopprimerne l'origine a livello locale. La sopravvivenza della democrazia e la venuta di un mondo di pace e di sicurezza in Medio Oriente e per tutti, il suo obiettivo. Ma per fare questo, bisogna combattere il terrorismo sul posto. E questo imponendo una volontà politica ed ideologica molto forte - più forte delle velleità suicide e repressive di ognuno - per spezzare il circolo che lo genera: trascinando, con la "forza" politica, le due parti intorno al tavolo ed obbligandoli a negoziare e, soprattutto, a concludere. Con quale obiettivo?

Senza poterlo dire in via definitiva, l'obiettivo potrebbe essere quello di attuare la soluzione prospettata a Taba nel luglio 2000. Ma più ancora, e per quanto sia ancora più difficile, nella fine della colonizzazione e nel ritorno progressivo dei territori occupati all'Autorità palestinese, finalmente costituita in Stato di diritto ed epurata dei suoi elementi bellicosi e corrotti, ed in una giusta compensazione per i rifugiati palestinesi, senza tuttavia prevederne il diritto al ritorno. Una tale soluzione, comportando delle ampie concessioni per entrambe le parti, è senza dubbio la base di una pace stabile e duratura nella regione. Solo una volontà politica storica è capace di imporla. Il momento può essere venuto.

Il Piano Marshall come elemento di stabilizzazione a lungo termine: per il mondo occidentale è venuto il momento di assumere le sue responsabilità. Come gli Stati Uniti nel 1947, deve far prova di una generosità proporzionale ai grandi benefici che se ne potrebbero trarre, e proporre al mondo arabo, dal Marocco all'Iraq, un piano di sviluppo economico che gli permetterebbe di decollare verso la prosperità, estirpando così le radici di un fondamentalismo religioso che si nutre anche di un sostrato sociale economicamente degradato.

Sarebbe un appoggio al Containment, un rilancio dell'economia mondiale e un fattore di crescita per il mondo arabo. Subordinando la concessione di questo massiccio aiuto economico alla proclamazione di vere elezioni libere ed al raggruppamento del mondo arabo in una struttura del tipo OECE per assicurarne la ripartizione, si potrebbe abbinare la democrazia alla cooperazione economica in un insieme politico pacificato. Il modello europeo può servire da esempio, e in questo momento l'Europa deve ricordarsi del ruolo che ha giocato il Piano Marshall nella sua ricostruzione e nella sua lotta contro il comunismo totalitario. E' venuto il momento di rimborsare il suo debito: deve a sua volta impegnarsi finanziariamente perché nel mondo arabo emerga la pace.

La costituzione di una comunità economica araba, sul modello europeo, come obiettivo d'integrazione: una comunità araba del petrolio governata da un'Autorità sovrannazionale avrebbe ripercussioni senza dubbio più ampie di quelle della CECA, ma potrebbe sfociare in un'Unione economica e politica che includa Israele e i suoi vicini arabi e che miri ad "un'unione sempre più stretta tra i popoli del Medio Oriente", alla pace, alla democrazia e alla crescita economica. Sarebbe uno scenario ottimista, ma promettente e possibile.

Strambe, utopiche, eretiche o irrealiste che siano queste ipotesi, pensiamo comunque che siccome il momento è storico, siccome un ordine nuovo è da costruire, siccome l'orrore ha il volto del quotidiano e dell'ineffabile a Gerusalemme o a Gaza come a New York o a Kabul, abiamo bisogno di credere in nuove parole, capaci di suggerire nuove idee ed una volontà politica forte.

Ma all'appello delle parole e delle idee debbono rispondere degli uomini. Nel passato si sono chiamati Truman, Marshall o Schuman. Oggi dovranno chiamarsi Bush, Blair, Chirac, Schröeder o Prodi.