Una giornata all'Aquila

Articolo pubblicato il 30 ottobre 2017
Articolo pubblicato il 30 ottobre 2017

Viaggio nella città in cui il tempo si è fermato. Erano le 3.32 del 6 Aprile 2009.

Domenica. Voglia di una scampagnata. Prendiamo la tangenziale da scalo San Lorenzo. Vorremmo andare a Bomarzo, alla villa dei mostri, ma abbiamo sbagliato strada. Siamo in direzione contraria, così qualcuno dice “e se andassimo all’Aquila?”

Io in Abruzzo non ci sono mai stato. Forse di passaggio, forse tra una città e l’altra, forse senza rendermene conto. Da quando abito a Roma desidero andarci. Di amici là ne ho. Orsogna, Lanciano, Vasto.

Questa volta però non andiamo al mare, andiamo in montagna. In quei monti martoriati dai terremoti. Se penso all’Aquila vedo le immagini di una città distrutta. Per me sono ancora solo numeri, reportage, tristezza mediata. E ingiustizia, tanta.

Ci sono due “aquile”, quella sotto, ricostruita e quella sopra, distrutta. Nella strada che porta al centro storico notiamo interi palazzi completamente sventrati. Sembra un paese in guerra. Sono stati colpiti dalle bombe, otto anni fa, e nessuno li ha mai più messi in piedi.

Arrivati nella “città alta” posteggiamo. Tira un vento freddo. Prendiamo la via centrale, passiamo davanti al Palazzo del Governo, simbolo della tragedia del 2009. Nella piazza principale regna la scritta “L’Aquila rinasce”. Forse.

Piazza del Duomo, una delle preferite di Carlo Emilio Gadda, fa meno impressione della strada che da sotto porta in centro. Il disagio della distruzione è velato da uno “schermo”: tendoni, lavori in corso, ponteggi ovunque. Una città in costruzione.

Poi imbocchiamo una stradina. Qui mi perdo. Improvvisamente sono solo. Silenzio. Comincio a vagare tra i palazzi distrutti. Molti hanno date di inizio lavori fresche, ricordo un dicembre 2016.

Scendo. Arrivo in una piazza. Si vede che era bella, molto bella. Anche qua regna il silenzio. Sullo sfondo una chiesa distrutta, un palo elettrico piegato, della spazzatura accatastata su un muretto. Una casa piena di libri, radio, televisioni. Sembra che tutto sia com’era.

Avanzo nel silenzio fino ad un ponte. Mi metto in mezzo. Da un lato un edificio distrutto, dall’altro la vista sulla città. In mezzo ai palazzi in macerie vivono delle persone. Chissà chi sono, chissà se hanno perso degli amici o dei familiari nel terremoto.

L’ultima parte della mia passeggiata solitaria è la più dura. Non si muove una foglia, non c'è nessuno. Ad un certo punto mi ritrovo davanti ad un edificio anni ’70. I primi tre piani non ci sono più, mangiati dal terremoto. Poi mi giro, una casa completamente distrutta. Dentro c’è un tavolo che aspetta ancora di essere apparecchiato. Infine un buco immenso: hanno raso al suolo un palazzone. Ora c’è solo terra.

Fino a qualche mese fa qua vicino c’era la Casa dello Studente. Abbattuta completamente negli ultimi giorni di luglio, ora non si vede, ma non si può dimenticare. Simbolo delle vittime meno tutelate, questo edificio pubblico crollò in un secondo, portandosi via otto ragazzi. Le motivazioni furono “la scossa del terremoto e, causa principale, l’insufficiente resistenza dei pilastri alle forze orizzontali. Erano stati progettati in modo carente”. Per questo sono stati condannati a quattro anni di reclusione i tre ingegneri responsabili della ristrutturazione dell’edificio nel 2000 e il presidente della Commissione collaudo dell’Azienda per il diritto agli studi universitari. Oggi rimangono solo i cartelli dei familiari delle vittime, le loro foto, dei fiori. Coloro che hanno perso figli, fratelli e amici non accettano che il loro dolore cada in oblio, vogliono fare della Casa dello Studente il Ground Zero dell’Aquila.

Vuoto, terra, nulla, deserto.

Al ritorno guardo il paesaggio abruzzese. Bellissimo.

Ma non riesco a non pensare all’Aquila, ad Amatrice, a Pescara del Tronto. Alla forza di chi, nell’indifferenza generale, ci è rimasto. E credo che sia bello parlarne, che sia giusto dire che esiste una città in macerie nel centro del nostro Belpaese che, senza gli aiuti necessari, si ritira su. Piano piano.

Penso che il destino dell’Aquila sia quello della spagnola Belchite: diventare un luogo del “turismo della tragedia”. Come a Dubrovnik, tutti a guardare i vuoti lasciati dalle bombe. Mi dispiace, mi infastidisce, mi turba. Non so cosa ne pensino i locali, non so cosa pensare io stesso.

Comunque sia spero siano in tanti a venire qua; per portare allegria, per indagare sui responsabili della tragedia, per non lasciare la città nelle mani degli speculatori criminali, per non fare morire la memoria di un posto dimenticato. Il terremoto del 2009 fa parte della storia di questa città, lo si percepisce ovunque, non si può far finta di non vederlo nemmeno sforzandosi. Ecco perché credo non si tratterà mai di voyeurismo quanto piuttosto di un turismo consapevole, politicizzato, interessato, onesto, sano.

Perché l’Aquila può rialzarsi solo grazie alle azioni dei cittadini, non con i grandi piani dei politici e degli imprenditori.