Una generazione senza frontiere: il futuro di Schengen dopo Parigi

Articolo pubblicato il 23 novembre 2015
Articolo pubblicato il 23 novembre 2015

I recenti e devastanti attentati a Parigi hanno solo aggiunto altra incertezza circa il futuro della zona Schengen. Donald Tusk, Presidente del Consiglio europeo, si è riferito al bisogno di salvare il progetto come ad "una corsa contro il tempo". Mentre i controlli alle frontiere si intensificano in tutto il Continente, non dimentichiamo i notevoli benefici di ciò che è stato raggiunto.

Per 23 anni ho avuto la fortuna di non aver mai avuto molti problemi con le frontiere. La peculiarità del mio luogo di nascita mi ha incluso direttamente tra i vincitori della "lotteria del passaporto", in quanto cittadino di un'Unione europea che tra i suoi valori principali include la libertà di circolazione delle persone e dei lavoratori. Dappertutto nel Continente, una generazione di giovani sono cresciuti senza vedere le frontiere dell’Europa come un ostacolo.

Reazioni borderline

Dopo i tragici eventi del 13 novembre nella Capitale francese, la questione delle frontiere è diventato di nuovo l’argomento del giorno, già ampiamente dibattuto a causa dell’attuale crisi dei rifugiati. Uno dei primi provvedimenti presi da François Hollande, dopo gli attentati, è stato quello di ristabilire i controlli dei passaporti alle frontiere francesi. Il Presidente francese sta chiedendo misure più severe per tutta l'Europa. Le prime pagine di molte testate britanniche non hanno pubblicato immagini che enfatizzassero il dolore dei parigini, ma quelle degli aggressori. O hanno aperto i loro giornali con le richieste di controlli doganali ancora più rigidi, e riportavano i presunti collegamenti dei terroristi con i rifugiati provenienti dalla Siria.

Naturalmente, come sempre, esistono le due facce della medaglia. Ci sono coloro che esigono una collaborazione unitaria, sia all’interno dell’Europa sia al di fuori, in modo da reagire adeguatamente alla tragedia. In un discorso in seguito agli attentati di Parigi, il Presidente del Parlamento europeo Martin Schulz ha detto: «Se i 28 Stati membri dell’Unione europea restano uniti, siamo forti; divisi siamo deboli». Tuttavia, questo punto di vista è molto lontano dall'essere universalmente accettato. Molti dei Paesi Schengen stavano già intensificando i controlli alle dogane anche prima degli attentati a Parigi, tra questi Ungheria, Slovenia, Germania, Austria e Svezia.

Il terrorismo cerca di promuovere esattamente questo tipo di divisione e paura. La zona Schengen aiuta ad assicurare che i diritti dei suoi cittadini – ad una casa, ad un lavoro e una vita familiare – siano protetti. Coloro che domandano controlli più stringenti alle frontiere, sono anche gli stessi che chiedono una contrazione dei propri diritti; diritti della cui fragilità non siamo pienamente consapevoli finché non ci sono sono tolti.

Non dimenticare le conquiste della nostra generazione

Essendo un cittadino del Regno Unito, i viaggi all’interno della zona Schengen hanno accompagnato molti momenti importanti nella mia vita. Da bambino, sono stato sballottato da entrambi i miei genitori nelle loro varie avventure di riconciliazione dopo il divorzio. A 18 anni, ho partecipato al grande rito di passaggio di ogni adolescente europeo, viaggiando in interrail attraverso 7 Paesi senza mostrare nemmeno una volta il passaporto. Oggi vivo e lavoro in un Paese di cui non sono cittadino, senza il bisogno di richiedere un visto. Niente di tutto questo sarebbe stato possibile senza il concetto di libera circolazione.

È sempre all’interno della zona Schengen che ho incontrato anche il mio primo problema alla dogana. Tornando a Londra da Berlino la settimana dopo il mio matrimonio, all’aeroporto mia moglie si è vista rifiutare l'ingresso nel Regno Unito perché cittadina americana. Oggi, grazie alla normativa europea in materia di immigrazione, sono in grado di vivere con lei in Francia.

Il semplice fatto di vivere in un'epoca di libera circolazione fa sì che non ci si aspetti che simili problemi possano interessarci. È più difficile comprendere le difficoltà nell'attraversare le frontiere, specialmente quando si rischia la vita, se tu stesso non le hai mai sperimentate. Trovandomi a Parigi durante i tragici eventi del 13 novembre 2015 e avendo assistito agli sfoghi di dolore e solidarietà provenienti da ogni angolo del Continente, mi sento ancora più grato per l'apertura delle frontiere degli accordi di Schengen.

Usare le azioni di un pugno di spietati attentatori per condannare un progetto che ha aiutato una generazione di giovani europei ad essere più aperti, culturalmente più sensibili, più accoglienti verso coloro che fuggono dall'oppressione, farebbe lo stesso gioco dell'ideologia del terrore che tutti quanti deploriamo.

Smantellare la zona Schengen, anche in modo parziale, non farà nulla per evitare la possibilità di futuri attentati in Europa; creerà solo un’atmosfera di paura e intolleranza in grado di incoraggiare tale radicalizzazione. Questo è esattamente lo scopo di coloro che portano avanti la propria agenda politica collegando la crisi dei rifugiati ai fatti di Parigi. Questo è anche un obiettivo dell'ISIS, testimoniato dalla scoperta di un falso passaporto siriano ritrovato sulla scena del massacro.

Molti dei terroristi che hanno commesso questi attentati sono cittadini europei. Fingere che sia il contrario, spaventare le persone facendo credere loro che il terrorismo sia un problema esclusivamente esterno, e convincerle che chiudere le frontiere europee permetterà di mantenerle in sicurezza, tutto questo non fa che servire lo scopo degli attentatori.

L’apertura delle frontiere e la libera circolazione sono un'eccezionale testimonianza degli ideali di libertà, inclusione ed uguaglianza, ideali che gli estremisti puntano a distruggere. Ritornare ai freddi e familiari proclami del nazionalismo e della sovranità significa fare un passo indietro, e non possiamo permettercelo. Non dobbiamo lasciare che questi attentati annientino i progressi che abbiamo già ottenuto.

Martin Schulz, Presidente del Parlamento europeo, tiene un discorso in seguito agli attacchi a Pargi del 13 novembre 2015.