Una figura in divenire

Articolo pubblicato il 08 settembre 2003
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Articolo pubblicato il 08 settembre 2003

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Esiste l’intellettuale europeo? Quale sarebbe il suo profilo, il suo cibo? Essere pluri-nazionale, plurilingue, è una sintesi da offrire al mondo.

L’intellettuale è universale o non è affatto. In questo senso “ciò che non lo riguarda” – per parafrasare Sartre – coincide con l’universale, o almeno con la sua ricerca. L’intellettuale si immischia di tutto.

Inventato nel secolo scorso, l’intellettuale trova la sua fonte nel terreno che fu costituito dalle « voci del popolo » del XIXesimo secolo. Affonda le sue radici in Socrate, per attraversare un ventesimo secolo che fa delle idee delle ideologie. La sua morte annunciata da Michel Winock potrà esser confermata o contraddetta da autori come Umberto Eco o Paulo Coelho. Ma la loro prosa incerta fa dubitare della loro aura. Se l’intellettuale oggi non muore, resta in ogni caso dilettante dell’universale ed esalta la ricerca di ciò che è elevato quasi al rango di imperativo categorico. L’intellettuale europeo si annuncia da allora come un essere ossimoro.

Gli intellettuali si son sempre vantati dell’individuo, di ispirazioni nazionali o regionali. I loro scritti e riflessioni partecipano dell’identità stessa di un paese o dell’insieme culturale al quale dicono di appartenere. Se la Umma </ I> [la comunità dei musulmani] è apparsa spesso come una chimera, l’Europa potrà da sè federare le ispirazioni: Renan e Fichte sono riconciliabili all’alba del XXIesimo secolo?

L’intellettuale, un uomo del musical </ B>

Mi sembra che l’Europa possa e debba assumere questa eredità, definitivamente contrassegnata dall’universale, attraverso la sua (le sue) religione(i), le sue storie e le sue conclusioni culturali. L’Europa dialogica diventa senza dubbio una piattaforma per il lavoro dell’intellettuale. Così niente muore o non si muove, l’intellettuale europeo sarà allora quello che comporrà con le differenti entità nazionali e diventerà così, più di un uomo politico, un uomo del musical. Non sarà più nazionale, ma frutto di sensibilità nazionali diverse. L’intellettuale europeo dovrà così avere il coraggio di divorziare col suo passato barresiano; si rigirerà verso la figura di un Gide europeo, diviso dalle sue origini ma capace di superare queste stesse contraddizioni, cristallizzando e creando attraverso le sue piume una nuova crisalide.

Il bozzolo europeo deve, in ogni caso, restare aperto sull’altro. L’umanesimo europeo deve sfuggire alla propria tendenza alla chiusura, o alla ricerca dell’uomo che la trascini. Deve pensare l’umano attraverso le sue radici. Così Todorov ricorda i peccati laici degli umanisti, ed attraverso essi, indirettamente, il pericolo dell’intellettuale.

Dopo il patto incompiuto del diavolo col Cristo, quello di Faust ed infine quello degli umanisti con gli umani, l’Europa perfeziona forse un nuovo contratto col mondo. È scritto, attraverso le linee, se ho potuto leggere correttamente, che il mondo non la rimpiangerà se essa non lo difende. In un mondo che sta smarrendo la sua cultura e dimentica sé stesso come essere mortale e pensante (vivente dovrei dire io), essa deve dare voglia di battersi per esso. Ho appreso che la logica del dono sfugge a quella dello scambio.

Come un Leviatano</ B>

L’Europa può darsi sicuramente, attraverso la voce dei suoi intellettuali che si crederanno europei, i mezzi per dare, dunque per portare senza tagliare. Il dono, vettore della pacificazione delle relazioni umane, deve diventare come una matrice dell’Europa la cui lezione, ambizione e orizzonte devono ricordare principalmente che gli uomini sono uniti prima di essere disuniti. L’intellettuale europeo realizzerà allora il massimo di Montaigne: « Se avessi conosciuto una misura che fosse utile all’umanità e rovinosa alla mia patria, la proporrei al mio principe, perché sono uomo prima di essere francese, o perché sono necessariamente uomo, e solamente per caso francese ». L’Europa, per vivere, dev’essere unita, e l’intellettuale deve, per influenzare (principale forza e ragione di essere dell’intellettuale), proteggere questa ricerca di unità come sostanziale.

L’intellettuale europeo deve raccogliere così due sfide: riuscire a mischiarsi alla città che dimentica se stessa come città, e mischiare l’individuo, fatto di parecchi paesi, all’universale. La figura dell’intellettuale europeo si rialza di un impressionismo intellettuale: illumina poiché emana dal mezzo. Spetta in effetti a tutti mobilitarsi per interessar(si) all’universale ed al politico e permettere agli intellettuali di diventare europei. La figura è allora quella del Leviatano: composta di tutti, per diventare forza e pensiero.

Se l’intellettuale europeo non è condannato all’inesistenza o all’apatia a causa del pieno eccessivo di influenze nazionali, gli intellettuali europei appaiono poco numerosi. Certamente, l’identità stessa di intellettuale è sfumata in questo inizio di secolo. Bisogna credere che la società dei consumi, allargando il campo della conoscenza, ne riduca la profondità e ne snaturi quasi la sostanza. La cultura, in questo mondo imbarbarito, vola via al ritmo degli sviluppi tecnologici.

“Audacia, audacia, sempre e solo audacia”</ B>

L’intellettuale europeo, per sopravvivere tra i suoi pari, che diventano specie in via di estinzione, dovrà così lottare contro questo processo di perdita della cultura. Allora chi prenderà la fiaccola? Chi sarà per l’Europa, ciò che Sartre fu per il nostro occidente? Sabater, Vargas Llosa, Todorov, Finkielkraut? Mi sembra che la terra europea non abbia fatto ancora germogliare, per colpa di tempo e di cibo, i semi che la nuova costituzione avrebbe dovuto seminare. Gli intellettuali, per maggior coraggio di mostrarsi plurinazionali ed europei (dopo tante dispute, guerre e crolli), richiedono una fermentazione di lungo termine. Questo matrimonio tra l’Europa ed i pensieri, per parafrasare Kundera, dovrà fare riuscire il fiore, più del frutto. Ogni epoca ha visto emergere così degli intellettuali o dei grande scrittori: il primo XVIesimo secolo, il secondo XVIIIesimo, fra le due guerre…

Al di là di una ricerca letteraria, o umana, occorre più globalmente il coraggio di rimettersi in gioco, di « impegnarsi », ricordando che questo termine ha fatto la fortuna di un Sartre, più che di un Aron. E gli scienziati hanno un bel avvenire. Perché bisogna aspettarsi, ed incoraggiare che prendano la parola. Biologi, fisici, chimici. Il nuovo profilo dell’intellettuale porta il camice bianco, e non più il porta-sigarette e il cappello a cilindro, nonostante il deficit storico di impegno degli scienziati sia profondo.

L’intellettuale europeo si nasconde dunque sotto parecchie forme e dispone di numerose potenzialità. Screziato dai linguaggi, sarà così letteralmente pluri-nazionale. L’intellettuale europeo non muore sicuramente, ma aspetta al contrario solo di immischiarsi di tutto, non potendosi soltanto mischiare a noi. Ricordiamogli il grido di Danton, di attualità per l’Unione europea, particolarmente attraverso questo spazio pubblico che ci impegniamo a promuovere: « Audacia, audacia, sempre e solo audacia ».