UNA DITTATURA DI SUCCESSO

Articolo pubblicato il 03 luglio 2013
Articolo pubblicato il 03 luglio 2013

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Co­no­sciu­ta come il Buco Nero d'Oc­ci­den­te, il Paese Fan­ta­sma o la Korea del Nord d’Eu­ro­pa, la Bie­lo­rus­sia ap­pa­re un paese calmo e pla­ci­do fermo ai tempi del­l’u­nio­ne so­vie­ti­ca, e lo è.

Dit­ta­tu­ra cru­de­le, ma non così tanto. Gior­na­li­sti e at­ti­vi­sti sono cen­su­ra­ti, espul­si dal paese, dalle uni­ver­si­tà, li­cen­zia­ti dal la­vo­ro, ar­re­sta­ti e pic­chia­ti, ma tutto sem­bra in per­fet­to or­di­ne; il cibo è buono, la gente sim­pa­ti­ca e i mezzi pub­bli­ci sono sem­pre in ora­rio. La Bie­lo­rus­sia è una ti­ran­ni­de che fun­zio­na.

Pa­ra­fra­san­do Pa­so­li­ni, è come se i bie­lo­rus­si aves­se­ro ba­rat­ta­to le loro li­ber­tà ci­vi­li con la ri­com­par­sa delle luc­cio­le.

I co­lo­ri di un paese in bian­co e nero

A prima vista sem­bra uno stato a metà tra la Po­lo­nia e la Rus­sia di 15 anni fa; ma la ve­ri­tà è che la Bie­lo­rus­sia si è fer­ma­ta al fu­tu­ri­smo so­vie­ti­co anni '20. Le fer­ma­te della metro di Minsk sono state pro­get­ta­te sui boz­zet­ti di Me­tro­po­lis; il resto del­l'ur­ba­ni­sti­ca è una brut­ta copia in cal­ce­struz­zo di Le Cor­bu­sier.

Sarà per il suo clima ri­gi­do, che re­ga­la solo pochi gior­ni di cielo se­re­no l’an­no, ma que­sto è un paese che sem­bra il set di un film in bian­co e nero.

Minsk è im­po­nen­te. E’ la gran­deur im­ma­gi­na­ta nel primo '900, ma senza le ma­gni­fi­che sorti e pro­gres­si­ve.

Le sue di­men­sio­ni sono spro­por­zio­na­te. Ac­co­sta­ti agli enor­mi pa­laz­zi e ai bou­le­vard a 8 cor­sie i suoi abi­tan­ti ap­pa­io­no an­co­ra più pic­co­li e fra­gi­li. Ma è una gran­dez­za quasi fu­ne­bre quel­la che si per­ce­pi­sce; dal gra­ni­to ci­mi­te­ria­le che ri­ve­ste gli edi­fi­ci, ai ga­ro­fa­ni in ven­di­ta nei fio­rai dei sot­to­pas­sag­gi.

Se mio nonno re­su­sci­tas­se, qui si sen­ti­reb­be per­fet­ta­men­te a suo agio.

L’or­di­ne e il ri­go­re di que­sta città mi ri­cor­da in­fat­ti i miei nonni, cre­sciu­ti nella cam­pa­gna ita­lia­na degli anni '40. Minsk è come la loro casa ac­qui­sta­ta con i ri­spar­mi di una vita, anzi, come la loro sala da pran­zo, che do­ve­va es­se­re sem­pre im­pec­ca­bi­le, a dif­fe­ren­za della cu­ci­na dove la­vo­ra­va­no e man­gia­va­no ogni gior­no.

Minsk è un gran­de sa­lo­ne di rap­pre­sen­tan­za che in 50 anni non ha ac­cu­mu­la­to un gra­nel­lo di pol­ve­re, ma che il nonno tiene chiu­so a chia­ve in at­te­sa degli ospi­ti.

L'os­ses­sio­ne per l'or­di­ne qui è quasi ne­vro­ti­ca, com­pul­si­va, e non si li­mi­ta alla pu­li­zia delle stra­de; in tutta la Bie­lo­rus­sia è raro in­con­tra­re clo­chard e men­di­can­ti. De­for­mi­tà fi­si­che, po­ver­tà e di­sa­bi­li­tà sem­bra siano state de­bel­la­te, o sem­pli­ce­men­te poste fuori legge.

E' come se il re­gi­me vo­les­se mon­da­re le città per ri­pu­lir­si la co­scien­za, oltre che per fare bella fi­gu­ra con i fo­re­stie­ri.

Più che il paese del­l’u­to­pia, Dra­ni­ki­land(come la de­fi­ni­sce Vla­di­mir Tse­sler) è il paese senza en­tro­pia, dove tutto ri­ma­ne ine­so­ra­bil­men­te ugua­le nei de­cen­ni. Ci sono sta­tue di Dzer­z­hin­sky (tra i peg­gio­ri cri­mi­na­li della sto­ria) nei par­chi, e i ser­vi­zi se­gre­ti si chia­ma­no an­co­ra KGB.

Come i sol­da­ti giap­po­ne­si di­sper­si nelle isole che con­ti­nua­va­no a stare al­l’er­ta 30 anni anni dopo la fine della guer­ra, la Bie­lo­rus­sia è ri­ma­sta fe­de­le alla linea, no­no­stan­te l'op­po­sta di­re­zio­ne presa della sto­ria, e l'a­biu­ra del pro­prio ge­ne­ra­le.

La Bie­lo­rus­sia è una dit­ta­tu­ra del ki­tsch. E’ come l’ac­con­cia­tu­ra col ri­por­to del suo pre­si­den­te: un buffo ten­ta­ti­vo di mo­stra­re ciò che non si è, o che non si ha. Dalle giac­che ace­ta­te con trame di leo­par­do, ai finti fiori or­na­men­ta­li pub­bli­ciz­za­ti nei 6x3 e on­ni­pre­sen­ti nei ri­sto­ran­ti.

E’ come se negli ul­ti­mi 20 anni l’e­ste­ti­ca del paese fosse stata nelle mani di un solo uomo, an­zia­no, pro­vin­cia­le, con l’at­ti­tu­di­ne da capo di una gran­de fat­to­ria.

Ser­gey Pukst dice che l’u­nio­ne so­vie­ti­ca è crol­la­ta per­ché non aveva dei buoni de­si­gner; per la Bie­lo­rus­sia sem­bra vero il con­tra­rio. Quil’in­ge­gne­ria ar­ti­sti­ca (così chia­ma­no il de­si­gn) sem­bra in pieno re­vi­val.

Ma il ki­tsch di re­gi­me, ver­sio­ne pro­vin­cia­le del gusto URSS, fa bril­la­re ancor di più le perle della cul­tu­ra in­di­pen­den­te.

Uno dei posti dove nasce l’ar­co­ba­le­no bie­lo­rus­so è la Gal­le­ria Y, mo­to­re im­mo­bi­le e cuore pul­san­te della vita cul­tu­ra­le di Minsk. E' la base ope­ra­ti­va di ar­ti­sti come Artur Kli­nov e Ser­gey Sha­bo­kin. Nel book­sto­re c’è la casa edi­tri­ce Log­vi­nov, fre­quen­ta­ta dai mi­glio­ri scrit­to­ri in lin­gua bie­lo­rus­sa del paese. Nelle sale tra gli uf­fi­ci e il bar si pos­so­no in­con­tra­re ogni gior­no re­gi­sti, cri­ti­ci, fi­lo­so­fi, mu­si­ci­sti e ogni sfu­ma­tu­ra di gri­gio dal­l'in­tel­let­tua­le in­di­pen­den­te al gio­va­ne hip­ster. La Gal­le­ria Y è come quei caffè let­te­ra­ri tra ot­to­cen­to e no­ve­cen­to in cui l'in­tel­li­gen­ci­ja si tro­va­va per bere as­sen­zio e or­ga­niz­za­re ri­vo­lu­zio­ni.

L'u­ni­ca ri­vi­sta d'ar­te in­di­pen­den­te si chia­ma non a caso pAR­Ti­san, per­ché quel­la del par­ti­gia­no è una fi­gu­ra to­pi­ca in cui si ri­co­no­sco­no molti crea­ti­vi del paese. Come guer­ri­glie­ri cul­tu­ra­li agi­sco­no in pe­nom­bra, oscu­ra­ti dai media uf­fi­cia­li, e sono pron­ti ad ope­ra­re senza mezzi e senza gra­ti­fi­ca­zio­ni. Sono dav­ve­ro in pochi in Bie­lo­rus­sia ad in­ten­de­re l’ar­te come avan­guar­dia so­cia­le, e la bat­ta­glia cul­tu­ra­le come avam­po­sto di quel­la po­li­ti­ca.

L'ar­te con­tem­po­ra­nea è pro­vo­ca­to­ria per de­fi­ni­zio­ne, ma in Bie­lo­rus­sia da fa­sti­dio anche quan­do non lo è.

Mi­chail Gulin è stato fer­ma­to dalla po­li­zia e ha perso il suo la­vo­ro per aver fatto un’in­stal­la­zio­ne tem­po­ra­nea con 6 cubi co­lo­ra­ti in di­ver­si luo­ghi pub­bli­ci. Nes­sun mes­sag­gio na­sco­sto, nes­su­no spun­to po­le­mi­co, sem­pli­ci cubi co­lo­ra­ti.

In Bie­lo­rus­sia nel 2013 la geo­me­tria pare es­se­re un reato.

Alak­san­dr Zi­men­ko che co­no­sce dal­l'in­ter­no le di­na­mi­che del mi­ni­ste­ro della cul­tu­ra­ci spie­ga che il go­ver­no teme l'ar­te con­tem­po­ra­nea per­ché non la com­pren­de, e per paura di non riu­sci­re a co­glie­re di volta in volta even­tua­li me­ta­fo­re con­tro il po­te­re, pre­fe­ri­sce but­tar via il bam­bi­no con l'ac­qua spor­ca.

La cri­ti­ca al pre­si­den­te qui non è con­si­de­ra­ta li­ber­tà di espres­sio­ne ma di­leg­gio alla pa­tria, ed è pu­ni­ta severamente.​Chi vuole re­sta­re nel paese l’ha ca­pi­to e cerca di far­se­ne una ra­gio­ne. A parte que­sto i pro­ble­mi mag­gio­ri per gli ar­ti­sti in­di­pen­den­ti sono di na­tu­ra eco­no­mi­ca; il pub­bli­co pa­gan­te è ri­stret­to, i fi­nan­zia­to­ri pri­va­ti sono po­chis­si­mi per­ché l’80% del­l'e­co­no­mia è nelle mani dello stato, che va­lu­ta ac­cu­ra­ta­men­te di chi es­se­re me­ce­na­te.

Per gli ar­ti­sti in­di­pen­den­ti non è vie­ta­to or­ga­niz­za­re con­cer­ti ed even­ti, ma non è nem­me­no per­mes­so. In Bie­lo­rus­sia l'an­ti­co ada­gio li­be­ra­le è ro­ve­scia­to; qui tutto ciò che non è espres­sa­men­te con­sen­ti­to dalla legge è proi­bi­to.

Se non si entra nel cer­chio ma­gi­co del mi­ni­ste­ro, con pub­bli­ci e ri­pe­tu­ti en­dor­se­ment al re­gi­me, gli osta­co­li di na­tu­ra eco­no­mi­ca e bu­ro­cra­ti­ca ren­do­no im­pos­si­bi­le che lo show di­ven­ti bu­si­ness.

Per il tea­tro la si­tua­zio­ne è anche peg­gio­re. Voler de­ci­de­re cosa met­te­re in scena si­gni­fi­ca non solo ri­nun­cia­re al sup­por­to sta­ta­le, ma anche a quel­lo pri­va­to. E qui stia­mo par­lan­do di tea­tro in­di­pen­den­te, per­lo­più tea­tro pla­sti­co e danza. Il tea­tro d’op­po­si­zio­ne poi è un’al­tra sto­ria.

I re­gi­sti del Free Thea­tre, in esi­lio a Lon­dra, sono co­stret­ti a di­ri­ge­re i loro at­to­ri tra­mi­te web­cam. Le loro per­for­man­ce, in una vec­chia casa al­l’e­stre­ma pe­ri­fe­ria di Minsk, sono co­stan­te­men­te mo­ni­to­ra­te dalla po­li­zia, che con­trol­la e sche­da anche l'i­den­ti­tà degli spet­ta­to­ri.

Chi non teme af­fat­to le au­to­ri­tà è in­ve­ce il di­ret­to­re del Tea­tro Sta­ta­le di Grod­no, ex co­lon­nel­lo del KGB, che alla no­stra do­man­da sulla sin­go­la­ri­tà della suo cur­ri­cu­lum ci ri­spon­de che il tea­tro è solo un’al­tra forma del suo ser­vi­zio alla na­zio­ne.

Ecco dun­que un'e­sem­pio di spe­ri­men­ta­zio­ne cul­tu­ra­le, anche se in senso osti­na­ta­men­te rea­zio­na­rio.

Per lo scrit­to­re Pavel Ko­stiu­ke­vi­ch la cao­ti­ca con­di­zio­ne ideo­lo­gi­ca del paese con la de-rus­si­fi­ca­zio­ne, il po­st-co­lo­nia­li­smo e l’a­per­tu­ra al ca­pi­ta­li­smo glo­ba­le è esal­tan­te per ar­ti­sti ed au­to­ri d'o­gni ge­ne­re, spe­cial­men­te per poeti e ro­man­zie­ri, che gra­zie a tutto que­sto ma­te­ria­le umano oggi sono tra i più in­te­res­san­ti d’Eu­ro­pa.

Ma at­ten­zio­ne a non ca­de­re nel tra­nel­lo della vi­sio­ne poe­ti­ca del­l'au­to­ri­ta­ri­smo. Il plu­ri­pre­mia­to re­gi­sta tea­tra­le Vla­di­mir Sh­cher­ban mette in chia­ro che la pro­du­zio­ne cul­tu­ra­le nel paese è in­dub­bia­men­te pe­na­liz­za­ta dal­l'at­tua­le con­di­zio­ne po­li­ti­ca.

Gli ar­ti­sti non sono ete­rei eroi ro­man­ti­ci ma per­so­ne reali con fa­mi­glie e figli, e 

non ri­ce­vo­no certo inie­zio­ni di crea­ti­vi­tà o in­co­rag­gia­men­ti dal­l'af­fron­ta­re dif­fi­col­tà eco­no­mi­che e so­cia­li.

Il Mc­Do­nalds di via Lenin

No­no­stan­te il paese sia 154° su 177 nel ran­king della li­ber­tà eco­no­mi­ca,se avvii un pro­get­to in­no­va­ti­vo pro­ba­bil­men­te (e pa­ra­dos­sal­men­te) avrai suc­ces­so per­ché l'u­ni­co sulla piaz­za e per­ché il paese cre­sce a ritmi che l'Eu­ro-zo­na si sogna. I gio­va­ni bie­lo­rus­si sono in­fat­ti più se­re­ni dei loro col­le­ghi ita­lia­ni sa­pen­do che il tasso di oc­cu­pa­zio­ne nel pro­prio paese è al 99,4%, e tutto que­sto no­no­stan­te le san­zio­ni eco­no­mi­che im­po­ste dal bloc­co UE-USA.

Il set­to­re del­l'in­for­ma­tion tech­no­lo­gy è poi par­ti­co­lar­men­te svi­lup­pa­to. Il basso costo degli in­ge­gne­ri ha por­ta­to clien­ti in­ter­na­zio­na­li come Coke, Goo­gle, Ci­ti­group, Sears, Col­ga­te-Pal­mo­li­ve, Thom­son Reu­ters, Sie­mens, Mer­ce­des-Benz, Bosch, Phi­lips, Sam­sung, Bar­clays, ad af­fi­dar­si a svi­lup­pa­to­ri bie­lo­rus­si. Ap­pli­ca­zio­ni come Viber e gio­chi come World of Thanks sono fiori al­l'oc­chiel­lo del Made in BY.

At­tual­men­te l’o­sta­co­lo più gran­de è la paura degli sta­ke­hol­ders. Rom­pe­re lo sta­tus quo con idee e pro­get­ti ete­ro­dos­si può es­se­re pe­ri­co­lo­so, e per gli in­ve­sti­to­ri pre­va­le sem­pre il dub­bio e il so­spet­to.

Geor­ge Za­bor­ski ci rac­con­ta la sua espe­rien­za per­so­na­le con Me100, il più in­te­res­san­te spa­zio per co-wor­king a Minsk. Lo stu­dio oc­cu­pa tre­cen­to metri qua­dri in un edi­fi­cio di ar­cheo­lo­gia in­du­stria­le non re­cu­pe­ra­ta.

Il pro­prie­ta­rio del­l’e­di­fi­cio è una banca d’af­fa­ri che, per nulla en­tu­sia­sta della gros­sa quota d’af­fit­to e della ri­qua­li­fi­ca­zio­ne del­l’in­te­ro com­ples­so, si la­men­ta per le at­ti­vi­tà nello stu­dio. Qual­che gior­no fa,Geor­geha ri­ce­vu­to una chia­ma­ta dal di­ret­to­re che, in­ve­ce di com­pli­men­tar­si per aver fatto ri­na­sce­re l'im­mo­bi­le, era fu­ri­bon­do per quel­le donne nude e quel­le vi­deo­ca­me­re (era il ver­nis­sa­ge di una mo­stra fo­to­gra­fi­ca).

L'e­co­no­mia in Bie­lo­rus­sia cre­sce a pro­prio agio tra le con­trad­di­zio­ni. Chi sa cosa pen­se­reb­be Lenin del­l'e­nor­me Mc­Do­nald aper­to sulla stra­da a lui in­ti­to­la­ta. E chi sa se c'è una terza via tra l'o­dier­no mo­no­po­lio sta­ta­le e la pa­ven­ta­ta sven­di­ta del pa­tri­mo­nio in­du­stria­le na­zio­na­le agli oli­gar­chi russi.

Le li­ber­tà con­ces­se dal re­gi­me negli ul­ti­mi due anni sono og­get­ti­va­men­te au­men­ta­te. Ora non ci sono (quasi) più pri­gio­nie­ri po­li­ti­ci, i mu­si­ci­sti che erano nella lista nera pos­so­no di nuovo suo­na­re, e gli squa­dro­ni della morte non spez­za­no nem­me­no più le gambe ai do­cu­men­ta­ri­sti; per­si­no par­la­re bie­lo­rus­so (e non russo) sta di­ven­tan­do col tempo un com­por­ta­men­to ac­cet­ta­bi­le. Come ci spie­ga Yury Kha­sh­che­va­tskiy il re­gi­me non per­se­gui­ta più per­ché non ne ha più bi­so­gno; Lu­ka­shen­ko ha fon­da­to il suo po­te­re su una mac­chi­na sta­ta­le che, nel bene e nel male, bi­so­gna ri­co­no­sce­re che fun­zio­na.

Le con­ces­sio­ni di que­ste nuove li­ber­tà por­ta­no i ra­gaz­zi a dire che la vera bat­ta­glia da fare non è più quel­la po­li­ti­ca ma quel­la in­te­rio­re, che la cen­su­ra da com­bat­te­re è quel­la au­toim­po­sta, e che deve fi­ni­re il tempo delle la­men­te­le.

Ma più che l’ot­ti­mi­smo per il nuovo corso del re­gi­me è la pro­fon­da di­sil­lu­sio­ne che viene fuori.

La stan­chez­za con cui i bie­lo­rus­si vanno avan­ti no­no­stan­te le dif­fi­col­tà non è do­vu­ta al ven­ten­nio di Lu­ka­shen­ko ma ai 500 anni di una delle sto­rie più sof­fer­te d’Eu­ro­pa e d’A­sia. Per­ché nella Bie­lo­rus­sia sono rac­chiu­se le ric­chez­ze e le sof­fe­ren­ze di due in­te­ri con­ti­nen­ti.

Artur Kli­nau dice che Do­stoe­v­skij deve aver fre­quen­ta­to bie­lo­rus­si a San Pie­tro­bur­go, per­ché nes­su­no me­glio di lui ne ha de­scrit­to il ca­rat­te­re, la ri­ser­va­tez­za, il ci­ni­smo, e il di­sin­can­to, quel­lo ne­ces­sa­rio a so­prav­vi­ve­re in un re­gi­me osti­na­ta­men­te ana­cro­ni­sti­co, e che fa dei bie­lo­rus­si di oggi l’a­van­guar­dia del nuovo mil­len­nio senza ideo­lo­gie.

Pas­seg­gian­do per le vie di Minsk, Kli­nau mi fa no­ta­re come la mo­nu­men­ta­le e so­len­ne ca­pi­ta­le co­strui­ta sul­l’u­to­pia co­mu­ni­sta della città del sole, oggi si ri­ve­la lo sce­na­rio piat­to di un dram­ma pa­sto­ra­le in stile tea­tro del­l’as­sur­do; non un dram­ma per bie­lo­rus­si, russi, po­lac­chi o te­de­schi, ma un’o­pe­ra tea­tra­le uni­ver­sa­le sui sogni degli uo­mi­ni e sulla non pos­si­bi­li­tà di rea­liz­zar­li.

Tor­nan­do alla me­ta­fo­ra di Pa­so­li­ni, il no­stro unico rim­pian­to sa­reb­be se con la dit­ta­tu­ra scom­pa­ris­se­ro anche le luc­cio­le, cioè l'an­tro­po­lo­gia, i co­stu­mi e la gen­ti­lez­za ata­vi­ca che dal paese con­ta­di­no si è tra­man­da­ta ai ra­gaz­zi di oggi at­tra­ver­so i se­co­li. Ma ab­bia­mo ca­pi­to che la Bie­lo­rus­sia è un paese al di là del bene e del male, e al di là dei giu­di­zi di va­lo­re. E con Kli­nau ci chie­dia­mo se fosse stato me­glio avere un’al­tra città mit­te­leu­ro­pea o que­sto biz­zar­ro con­glo­me­ra­to, sim­bo­lo più che del­l’u­to­pia sva­ni­ta, del co­rag­gio don­chi­sciot­te­sco di cre­der­vi fino in fondo.

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P.S.

Al ter­mi­ne Bie­lo­rus­sia, de­ri­van­te da Rus­sia Bian­ca, si pre­fe­ri­sce usare Be­la­rus, che im­pli­ca con mag­gio­re forza l'i­dea di un po­po­lo e di una na­zio­ne di­stin­ti ed au­to­no­mi ri­spet­to al­l'in­fluen­za russa