Una bomba nel silenzio di Istanbul: la paura e l'apatia

Articolo pubblicato il 14 gennaio 2016
Articolo pubblicato il 14 gennaio 2016

Martedì 12 gennaio un attentatore suicida si è fatto esplodere nel centro storico di Istanbul. Ci sono stati almeno 10 morti e 15 feriti: le ultime vittime di una serie di attentati e di un clima di tensione crescente. E in Turchia, per qualcuno, questo sembra non essere più una notizia. Intervista.

Dilar* ha 23 anni, è nata e cresciuta ad Istanbul. Di famiglia alevita, lavora in uno studio di architettura e fa parte di quella generazione turca con un alto livello di istruzione, cresciuta nel boom economico e con l'idea che la Turchia possa diventare uno stato veramente democratico. Proprio sulla base di questo ideale è un membro attivo dell’associazione giovanile SOYOP – Young Pioneers Society. Sul loro sito, si legge "crediamo che la democrazia e la giustizia possano essere garantite solo in società dove la diversità è considerata una fonte di ricchezza".

Ma la violenta repressione "di Stato" sembra ora aver spento l’entusiasmo che si era generato due anni fa con le proteste di Gezi Park: i giovani stanno ripiegando sull’individualismo. Apatia, disillusione, paura. La voce di Dilar non ha rilevanza statistica, è solo una voce. Ma può raccontarci qualcosa del cambiamento della società turca. L'abbiamo intervistata l'indomani dell'attacco suicida che il 12 gennaio ha ucciso 10 persone nel centro turistico di Istanbul.

cafébabelDilar, ti sei preoccupata martedì, quando è scoppiata la bomba a Sultanahmet?

Dilar: Credo di essere oltre ormai. Ero preoccupata durante le proteste di Gezi, ero arrabbiata quando Erdogan ha rivinto le elezioni. Ora penso di essermi abituata.

cafébabelCome hai reagito?

Dilar: Ho sentito un rumore, mentre ero nel mio ufficio, che è molto distante da Sultanahmet (un'ora in macchina). Il mio primo pensiero è stato che ci fosse un'altra esplosione a piazza Taksim, non poteva essere solo un tuono; questa volta era a Sultanahmet. La mia rabbia è durata cinque minuti. Può sembrare disgustoso, ma non mi interessa più. Ho chiamato la mia famiglia, stavano bene, tutto OK. Sono tornata al lavoro. Tutti in ufficio hanno fatto come me.

cafébabel: Perché?

Dilar: Sono stanca di sentirmi arrabbiata e triste, indignarmi e allo stesso tempo avere la consapevolezza di non poter fare nulla. Subito dopo l’attentato, il Governo ha bloccato le trasmissioni e le comunicazioni, specialmente Twitter, come è ovvio. Cosa sono stati gli ultimi mesi in Turchia? Sette attentati terroristici, con 552 persone uccise, non hanno portato a nessuna dimissione. Il Governo è sempre lo stesso, con gli stessi politici. E continua a reprimere la libertà di parola. Hanno chiuso 7 stazioni indipendenti solo l’anno scorso.  

cafébabelCome vivi questa situazione?

Dilar: Non posso dire di essere infelice, ma sono fatti che hanno ricadute sulla tua vita. Non potrebbe essere altrimenti. Io lavoro in uno studio di architettura, ma ora sto pensando di andarmene e continuare i miei studi in Germania.

cafébabelNon ti piace il tuo lavoro?

Dilar: Amo il mio lavoro, ma sarebbe bello camminare per strada e sentirsi sicuri. Anche la mia famiglia vorrebbe che partissi. Non vedono la possibilità di un futuro sereno qui per me. Sono pensieri banali, forse. Scattano immediati dopo ogni attentato. Ma già una settimana dopo si cambia idea, non si vede più una ragione per andarsene.

cafébabel:  Credi che molti la pensino come te in Turchia? 

Dilar: Credo di aver un punto di vista molto parziale. Appartengo a quel gruppo di persone in Turchia che avrebbe la possibiltà di vivere all’estero, mi ritengo fortunata. Noi non siamo obbligati ad emigrare, sarebbe esagerato sostenerlo. Ho molti amici che la vedono così, ma io credo sia ingiusto. Sì, abbiamo un pessimo Governo qui, che davvero mette pressione sui nostri stili di vita e questo in qualche maniera ci rovina la vita, ci limita. Ma parlo da persona che vive ed ha sempre vissuto ad Istanbul. Nell'est del paese la situazione è molto peggio, da qui noi non possiamo capirla, soprattutto per la mancanza di informazioni di cui parlavo prima. Noi non siamo in prigione, loro probabilmente sì.

Tutti gli attentati, la repressione statale, le limitazioni delle libertà civili dei cittadini ti installano una sensazione di disagio. Inizi a pensare: «Forse dovrei partire, la mia vita non è abbastanza per cambiare questo sistema. Ho solo una vita, magari dovrei viverla dove già esiste un sistema che tuteli la mia libertà,» è un ragionamento codardo? 

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*Per tutelare l'anonimato della ragazza intervistata, il nome pubblicato è frutto di fantasia.

Intervista raccolta da Simone Benazzo, della redazione locale di cafébabel Torino.